Arrivano gli alieni, il nuovo lavoro di Stefano Bollani: “I miei alieni non vengono per invaderci, ma per arricchirci”

Maestro ammaliatore al pianoforte, acuto e ironico intrattenitore in radio e coverwebin tv. Stefano Bollani è un artista eclettico e curioso, sempre pronto a mettersi in gioco e a misurarsi con sfide inedite. Lo fa anche con il nuovo album, Arrivano gli alieni, lavoro registrato in piano solo, il terzo in carriera dopo Smat Smat del 2003 e Piano solo del 2007. Un disco composto da quindici brani che hanno il sapore del jazz e del Sudamerica, con nove celebri evergreen reinterpretate alla sua maniera, da Aquarela do Brasil di Ary Barroso a Matilda di Harry Belafonte, da Jurame di Maria Grever a Mount harissa di Duke Ellington, e sei brani inediti firmati dal pianista, tre dei quali custodiscono la grande novità di questo lavoro: per la prima volta in oltre vent’anni di attività, Bollani si misura con la scrittura dei testi e con la sua voce, cantando nei pezzi Arrivano gli alieni, Microchip e Un viaggio. Con la solita ironia e una buona dose di irriverenza, l’artista realizza così il sogno che coltivava sin da bambino, ovvero di accompagnare la sua voce con il pianoforte, anche se, come lui stesso ha constatato, “oggi invece è la mia voce ad accompagnare il pianoforte”.

Stefano, perché hai atteso così tanto a esordire come cantautore?
Sai che non ho la risposta a questa domanda. Semplicemente ho sentito che era arrivato il momento di raccontare qualcosa verbalmente. Probabilmente ha influito il fatto che in questi giorni sto terminando di scrivere un testo teatrale insieme alla mia fidanzata, l’attrice Valentina Cenni, e mi è venuta voglia di utilizzare la forma canzone. É la prima volta che mi cimento, in passato avevo scritto parodie dei cantautori, di Franco Battiato, Angelo Branduardi, ma giocavo sul loro repertorio.

Chi sono gli alieni di cui parli nella canzone che dà il titolo al disco?
Sono personaggi che arrivano da altre dimensioni, che non vengono sulla terra con l’intenzione di invaderci, ma per aiutarci e insegnarci cose nuove. Coloro che vediamo come distanti, nove volte su dieci non arrivano per invaderci ma per arricchirci, questa è l’idea di base. Vuole essere un invito ad aprirsi alle novità, alle diversità.

Tu hai lavorato anche in radio e televisione. Secondo te, perché il jazz e

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Stefano Bollani (foto di Valentina Cenni)

la musica di qualità hanno difficoltà a trovare spazio in tv?
Perché la musica non piace ai dirigenti delle reti televisive. Questo è il motivo principale. Bisogna sempre convincerli che non fa male a nessuno. Spesso, infatti, la musica viene relegata nella programmazione notturna, con qualche concerto alle tre di notte. È un peccato perché è un linguaggio universale, che può portare un sacco di informazioni saltando la parola, arrivando direttamente al cuore. Ma prova a spiegarglielo! Loro ti rispondono: “Sì, ho capito, ma chi la guarda”. Detto ciò, c’è da evidenziare che non tutti sono così. Rai Tre, per esempio, va in controtendenza. E infatti c’è in progetto di riprendere il programma Sostiene Bollani.

In radio è più semplice trovare spazio per il jazz?
La radio è un po’ più variegata. Dove ci sono meno soldi si può agire con più libertà. La tv ha una responsabilità forte, è il megafono del potere, quindi non si può allargare più di tanto. Quello radiofonico invece è un ‘territorio’ dove c’è più movimento, ci sono le emittenti private e poi sono nate tantissime web radio, di conseguenza c’è un pochino più di anarchia e di possibilità espressive.

A proposito di web, come te la cavi con i canali social?
Non sono un assiduo frequentatore. I social network cerco di sfruttarli perché sono ‘frecce’ comunicative a disposizione di tutti, di certo non li uso contro qualcuno. Ho una pagina ufficiale di Facebook che non curo io direttamente, ma qualche volta mi ci affaccio.

Come hai vissuto i cambiamenti degli ultimi anni del mondo discografico?
Non vorrei mai essere oggi nei panni di un discografico che deve far quadrare i conti. Penso che debbano riunirsi e stabilire il prossimo passo da fare, perché per adesso ci stiamo barcamenando, ma bisogna prendere atto che sono cambiati completamente i tempi. È necessario trovare altre soluzioni rispetto al supporto cd, ma non possiamo farlo in Italia. È un’operazione che va compiuta a livello mondiale. Anche il pubblico del jazz, che magari ancora acquista i cd, prima o poi abbandonerà questo supporto. È una piccola riserva indiana destinata sparire con l’incedere delle nuove generazioni. È ora di mettere in campo nuove idee.

“Facchinetti e la Maionchi non mi mancheranno” – Intervista a Morgan (agosto 2011)

Questa è stata una delle interviste più intense e divertenti che abbia realizzato per Leiweb. Uscì il 30 agosto 2011 e fu immediatamente ripresa da tantissime testate e blog perché Morgan, che si stava preparando a condurre una nuova edizione di X Factor insieme ad Arisa, Elio e Simona Ventura, “salutò” i giudici uscenti, Francesco Facchinetti e Mara Maionchi,  con affilato sarcasmo. Parlammo poi della scomparsa di Amy Winehouse e della sua immagine di musicista che stava passando in secondo piano rispetto a quella di uomo di spettacolo.

Morgan: “Facchinetti e la Maionchi non mi mancheranno”

A Morgan piace giocare. Prima di tutto ama farlo con le parole. E spesso questoMorgan-Marco-Castoldi

suo vezzo si è rivelato un’arma a doppio taglio. Dopo le dichiarazioni scandalose riguardo il consumo di droghe e i suoi problemi famigliari finiti sulle pagine dei giornali, Marco “Morgan” Castoldi ricomincia dalla musica. A settembre sarà protagonista della nuova edizione di X-Factor che andrà in onda su Sky. Intanto continua a fare concerti e a lanciare nuove provocazioni.

Parliamo di X-Factor. In autunno vestirà di nuovo i panni del giudice insieme a Simona Ventura, Elio e Arisa. Cosa mi dice di questi suoi nuovi compagni di avventura? Cominciamo da Arisa, l’artista che appare lontana dal suo mondo.
Beh, non la conosco. Devo dire che non ho la sua discografia completa. Però mi informerò e la metterò a fianco a quella di Augusto Martelli, tra gli artisti che iniziano con la “a”. Sinceramente non so nulla di lei e quindi non voglio dare giudizi a priori. Te ne darò uno a posteriori. Risentiamoci alla fine di questa edizione di X-Factor.

Cosa mi dice, invece, della Ventura e di Elio?
Sono molto entusiasta del ritorno di Simona Ventura perché ho condiviso con lei un’esperienza molto formativa in termini televisivi, oltre a una bella amicizia e tanta simpatia. Lo stesso vale per Elio che è un collega con cui condivido l’amore per il gioco verbale. Spero che in questa edizione si possa giocare molto con le parole. E Elio è uno in grado di farlo. Poi abbiamo anche una passione in comune per i testi di Battiato, soprattutto per quelli degli anni Ottanta. Sarà veramente bello confrontarsi con qualcuno che non è un muro di gomma. Con Elio sarà una sfida ad armi pari.

Le mancherà Mara Maionchi?
Non mi mancherà per niente. Devo dire che non mi è mai mancata Mara Maionchi, perché è sempre stata presente sullo chiffon delle mie camicie.

Questa edizione di X-Factor sarà condotta da Alessandro Cattelan. Riuscirà a fare a meno anche di Francesco Facchinetti?
Facchinetti? Lui invece mi è sempre mancato, anche quando c’era.

Morgan, non ha paura che la sua immagine televisiva metta in secondo piano quella di musicista?
Spero di no. In realtà c’è questo rischio, ma cerco sempre di tener alta la bandiera della musica. Per questo motivo sono tornato con il mio manager degli esordi, Valerio Soave, proprio per crearmi una specie di fortino e non essere distrutto dal baraccone televisivo che è spinoso, potente e devastatore.

Qualche settimana fa è morta Amy Winehouse. Aveva 27 anni, la

Morgan
Morgan

stessa età di Morrison, Jeff Buckley, Luigi Tenco e di tanti altri grandi della musica. Ha pensato subito anche lei alla implacabile maledizione dei ventisette anni?
Sì, infatti l’ho detto anche a mia madre quando ci siamo sentiti, perché la prima a darmi la notizia della morte di Amy Winehouse è stata proprio lei. Mi ha detto di non averci neanche dormito perché è una cosa che l’ha molto scioccata. Le piaceva moltissimo Amy Winehouse. Io le ho detto “mamma, la maledizione dei ventisette anni si ripete”. E mia madre mi ha risposto: “cosa c’entrano i ventisette anni, se uno si spacca e si fa così tanto muore”.

Tra l’altro recentemente lei ha anche curato la traduzione e il doppiaggio di un film dedicato a Jim Morrison. Sente di avere qualcosa in comune con lui?
Morrison a me piace molto. Sento di avere in comune con lui l’amore per la letteratura simbolista, per i poeti come Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud. Anche la passione per il teatro. Ho uno spirito libertario come il suo. Anche io amo la poesia come atto libertario che può declinarsi in canzoni, scrittura, danza, meditazione, filosofia. Ma sicuramente non nella ricerca del suicidio.

Salvatore Coccoluto

“Aboliamo tutte le chiese” – intervista a Ermanno Olmi (ottobre 2011)

Dopo quella a Nicola Piovani, vi propongo un’altra intervista che ho realizzato per LeiWeb nel 2011. Incontrai il regista Ermanno Olmi in occasione dell’uscita del suo film Il villaggio di cartone, apologo sul tema dell’immigrazione e della convivenza. Tra le tante cose che raccontò mi colpirono due aspetti in particolare: il suo invito ad abolire tutte le ‘chiese’, passo imprescindibile per raggiungere la piena libertà, e  l’amara constatazione che “la libertà si paga con la solitudine”.

Ermanno Olmi: “Aboliamo tutte le chiese”

“Questo film è colpa di una disgrazia. Quando dovevo partire per girare un

Ermanno Olmi
Ermanno Olmi

documentario su ciò che rimaneva dei popoli mediterranei, una brutta caduta mi ha costretto a letto per 70 giorni. Dopo appena tre giorni già davo di matto. Così mi sono fatto portare un computer e ho iniziato a scrivere la sceneggiatura”. Spiega così il regista Ermanno Olmi, dopo che qualche anno fa aveva giurato di voler girare solo documentari, le motivazioni che l’hanno portato a realizzare Il villaggio di cartone, presentato a settembre tra i film fuori concorso ala Mostra del Cinema di Venezia e in uscita nelle sale italiane venerdì 7 ottobre.

“Visto che non potevo più partire alla ricerca di ciò che rimaneva della civiltà mediterranea – racconta Olmi – l’ho portata sul mio letto. Nel film ho fatto accostamenti che non erano mai avvenuti, tipo quello tra il Cristianesimo e altre culture”. La pellicola tratta il tema dell’immigrazione e della convivenza, della carità cristiana e dell’accoglienza. Una chiesa che viene smantellata e svuotata da tutti gli oggetti sacri. Un parroco che resta solo e disperato, ma che in breve tempo vedrà la sua chiesa, ormai deturpata, riprendere vita grazie a un gruppo di clandestini a cui concederà ospitalità. “Così come si sono mosse le merci con i mercati globali – dichiara il regista – oggi i popoli si muovono verso luoghi in cui possono migliorare le loro condizioni di vita. Questa potrebbe essere la premessa di una nuova idea di civiltà. Spero in un nuovo rinascimento in cui si riesca ad aprire orizzonti fino ad oggi preclusi dalle divisioni culturali e dal colore della pelle”.

Nel film il regista va giù duro con la Chiesa. Ne evidenzia apertamente Manifesto Viallaggio di Cartonel’apparente inutilità, sottolineando come riconquisti il ruolo primario di luogo di accoglienza solo una volta che, svuotata da tutti gli oggetti, si popolerà di anime bisognose. “Ogni uomo è una Chiesa – ha continuato Olmi – liberiamoci dall’idea di Chiesa come ambito in cui rassicurarci attraverso una fede o un’ideologia. Dobbiamo abolire tutte le chiese. Le chiese dei partiti, le chiese economiche. Con la sua idolatria del denaro, anche la Borsa di Milano è una chiesa. Dobbiamo liberacene e recuperare la nostra facoltà di uomini liberi”.

E poi conclude rispondendo alla domanda se si senta solo o meno nel panorama cinematografico italiano attuale. “Se mi parlate dei miei colleghi, sto in gran bella compagnia. In realtà mi sento solo perché non ho mai fatto parte della chiesa del cinema. Quando tutto il cinema italiano era dichiaratamente di sinistra io, che non ero mai stato né comunista né democristiano, mi sono ritrovato completamente isolato. La libertà si paga con la solitudine. Se non siamo disposti a pagare questa tassa morale, saremo sempre sudditi di questa chiesa”.

Salvatore Coccoluto

Intervista uscita su LeiWeb il 5 ottobre 2011.

“Una buona colonna sonora? Questione di seduzione” – intervista a Nicola Piovani (giugno 2011)

Ho deciso di riproporre alcune interviste che ho realizzato per LeiWeb tra il 2010 e il 2013. Le ritengo ancora molto interessanti, per contenuti e spunti storici. Comincio da questa al Maestro Nicola Piovani: la feci nel giugno del 2011 in occasione dell’uscita del suo album antologico In Quintetto, lui mi raccontò come si era trovato a lavorare con registi come Fellini, Nanni Moretti e Roberto Benigni.

Nicola Piovani: “Una buona colonna sonora? Questione di seduzione”piovani

Ha vinto l’Oscar per le musiche del film La vita è bella. Ha collaborato con maestri del cinema come Fellini, Moretti e Tornatore. Come se non bastasse, in gioventù ha composto le musiche dei migliori lavori discografici di Fabrizio De Andrè. In questi giorni, il maestro Nicola Piovani ritorna con In Quintetto, un disco registrato dal vivo che ripercorre in breve la sua storia musicale, risvegliando emozioni forti con le melodie delle sue indimenticabili colonne sonore. Con lui abbiamo parlato del suo rapporto con i grandi artisti con cui ha collaborato e ci ha svelato i segreti per scrivere una colonna sonora seducente.

Piovani, è d’accordo se definisco In Quintetto un’antologia emozionale?
Sì, mi piace la definizione “antologia emozionale”. Magari aggiungerei l’aggettivo “teatrale”. È una costruzione musicale nata per essere eseguita e fruita in teatro, dal vivo, col pubblico e i musicisti in carne e ossa. Il disco è la fotografia fedele di quel concerto in quintetto.

Nel disco sono state inserite La Stanza del Figlio e Caro diario, colonne sonore che ha realizzato per i film di Nanni Moretti. Come e quando è nata la vostra collaborazione?
Ci conoscevamo da tempo, lui lavorava con un eccellente musicista, Franco Piersanti, col quale poi negli anni ci siamo in qualche modo alternati nella collaborazione con Moretti. Nanni, per La messa è finita, mi propose di lavorare insieme e, dopo una titubanza iniziale, accettai e ne sono ora molto contento. Anche se forse è più comodo andare a vedere i film di Moretti già finiti, come spettatore, senza passare per le fatiche della moviola. Habemus papam, per esempio, al cinema me lo sono goduto molto.

Quali sono gli aspetti dei film di Moretti che stimolano di più la sua vena creativa al momento della composizione di una colonna sonora?
Dipende. L’ultima volta che ho scritto per lui è stato per La stanza del figlio. Lì la storia era un elemento fortissimo, molto commovente per me che ho due figli che allora avevano l’età del protagonista.

Quali sono per lei le condizioni ideali per scrivere una buona colonna sonora di un film?

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Nicola Piovani

Una buona intesa col regista. Se il regista è un artista ti stimola a trovare una strada musicale, trasmette la seduzione necessaria perché un film venga bene. L’esempio massimo in questo senso era Federico Fellini. Se il regista, invece, è un velleitario trasmette solo irritazione e frustrazione, e allora meglio lasciar perdere. Ma, del resto, il talento è come il coraggio per don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare.

Nell’album troviamo anche le musiche de La vita è bella di Benigni e un omaggio a Fellini con La voce della luna. Come si è trovato a lavorare con due registi così diversi?
Apparentemente si trovano agli antipodi. E invece scavando le affinità sono più d’una. Fellini ti guidava nelle scelte con la parola, con la voce, con l’aggettivo suggestivo, l’immagina illuminante. Benigni è straordinario nella comunicazione verbale e corporale nello stesso tempo. La parola, lo sguardo e l’entusiasmo insieme mi aiutano molto nello scrivere per lui.

Ha mai rifiutato di realizzare la musica per un film di qualche grande regista perché non convinto pienamente della pellicola?
È successo, ma naturalmente non è garbato fare nomi. Mi è anche accaduto di prendermi il lusso di rifiutare qualche grande progetto cinematografico molto gratificante perché volevo dedicarmi a un mio piccolo progetto di teatro musicale.

Cosa fa nel tempo libero quando non suona il pianoforte?
Al netto dell’ascolto di musica? Beh, vado a teatro, leggo libri, vado allo stadio a vedere la Roma, gioco a carte con gli amici. E poi cucino, con passione dilettantesca, ma con ambizioni presuntuosamente professionali.

Salvatore Coccoluto

Roma in jazz

Sul numero di novembre del magazine La Freccia un mio articolo di presentazione del Roma Jazz Festival, che parte il 14 novembre con un cartellone di artisti provenienti da diversi continenti. Nel pezzo anche due battute  con Peppe Servillo, voce degli Avion Travel, che il 24 novembre si esibirà in trio con il sassofonista Javier Girotto e il pianista Natalio Mangalavite. Insieme proporranno i pezzi del loro ultimo album, Parientes,  una seducente miscela di poesia, tango, milonga e cumbia. Da non perdere.

(Clicca sull’immagine per ingrandirla)

Articolo Freccia_Roma in jazz

La Musica è Lavoro: lo speciale de Il Fatto Quotidiano.it

Al link allegato sotto troverete un pdf (scaricabile gratuitamente) che raccoglie fq-magazine-la-musica-lavoro-medimex-1-638una serie di articoli apparsi negli ultimi cinque mesi nella nuova sezione de Il Fatto Quotidiano.it, “La Musica è Lavoro”, a cui ho dato il mio contributo con interviste a Federico Zampaglione, Omar Pedrini, Mario Fargetta. Si tratta di uno speciale che potrebbe fornire numerosi spunti sia agli appassionati di musica sia agli addetti ai lavori

Ieri Peter Gomez l’ha presentato così (riporto un breve estratto del suo articolo apparso su ilfattoquotidiano.it): “Grazie alla collaborazione di Medimex e di Puglia Sounds, abbiamo raccontato l’altra faccia del mondo della musica. Abbiamo pubblicato decine e decine di articoli, ora in gran parte raccolti in un pdf liberamente scaricabile, che spiegano come la musica sia un’occasione professionale e di business e non solo un settore dall’alto valore artistico e culturale. Per questo abbiamo dato voce a cantanti, discografici, autori, editori e organizzatori di eventi. Ci siamo fatti dire cosa c’è dietro una hit, un disco o un concerto live”.

Il Fatto Quotidiano.it – La Musica è lavoro / Medimex (scarica il pdf)

“Della fatal quiete”: il nuovo progetto di Beppe Giampà

Contaminazione fra musica e letteratura è ormai la cifra stilisitca del cantautore Beppe Giampà_Della fatal quiete1Beppe Giampà. Il suo nuovo progetto musico-letterario, Della fatal quiete, è improntato proprio su questo connubio che è diventato centrale nella produzione del cantautore astigiano.  Protagonisti sono i versi dei grandi poeti italiani dell’Ottocento, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Dino Campana, che Giampà ha musicato e intrepretato donandogli una veste inedita.

Ecco il mio articolo su questo interessante lavoro:

http://www.radiowebitalia.it/64024/cinema-tv-e-spettacolo/artisti/interviste-artisti/della-fatal-quiete-il-progetto-di-beppe-giampa-che-veste-di-suono-la-poesia-italiana-dellottocento.html

Intervista al pallavolista Luca Vettori

Un’altra intervista a un campione italiano: questa volta si tratta del pallavolista Luca Vettori, schiacciatore della Nazionale e del Modena Volley. In questo momento è impegnato nella Coppa del mondo e a ottobre sarà chiamato a difendere il tricolore, insieme ai suoi compagni, al Campionato europeo di volley.

Questa è la nostra chiacchierata uscita sul numero di settembre de “La Freccia”. (clicca per ingrandire la pagina)

Intervista Vettori_La Freccia_Settembre

“Oggi le radio non investono più sui Dj” – intervista a Mario Fargetta

Mario Fargetta ha attraversato più di tre decenni in consolle. È stato infatti FARGETTAuno dei protagonisti della dance italiana negli anni Novanta, periodo d’oro per il genere, grazie anche al programma cult  Deejay Time, in onda nella Radio Deejay di Claudio Cecchetto. E non si è più fermato.

In questa intervista, uscita il 25 agosto su ilfattoquotidiano.it, ho ricostruito in breve  il  percorso artistico di Mario Fargetta e gli ho chiesto di raccontarmi com’è cambiata la figura del Dj rispetto a quando ha iniziato.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/25/mario-fargetta-oggi-le-radio-non-investono-piu-sui-dj-conta-solo-la-programmazione-musicale/1980914/