Internazionali d’Italia 1955: la drammatica finale fra Fausto Gardini e Beppe Merlo

Fausto Gardini

Nei primi anni Cinquanta il tennis italiano maschile vede imporsi due giocatori molto diversi fra loro: Fausto Gardini e Giuseppe Merlo, detto Beppe. Gardini: tecnica non eccelsa, ma grande solidità fisica e mentale che gli permette di competere ad alti livelli e di togliersi parecchie soddisfazioni. Quando entra in campo ha un solo imperativo: vincere! Ha grinta da vendere, un dritto letale e un ottimo servizio, ma la tecnica è un dettaglio trascurabile, l’importante è raggiungere l’obiettivo con tutti i mezzi possibili. Possiede un carisma contagioso, che lo porta a diventare l’idolo del pubblico, riuscendo ad avvicinare al tennis tantissime persone. «Era un tennista che il pubblico seguiva con passione» ricorda Pietrangeli nel libro C’era una volta il tennis. «Fausto ebbe il merito di rendere popolare il nostro sport. Lo avvicinò al calcio. La gente combatteva al suo fianco. In uno sport fatto di silenzi e di gesti bianchi lui sembrava un direttore d’orchestra: esigeva il silenzio. Chiedeva l’applauso! La gente obbediva. Fausto è stato un caso unico e irripetibile nella storia del nostro sport. Era un campione che trascinava. Vederlo giocare era meglio che andare al cinema. Non è vero, come vuole la leggenda, che ogni palla venisse rubata agli avversari. Fausto aveva inventato un suo modo di orchestrare i match. Spaventava i giudici di linea. Dominava psicologicamente gli avversari».Gardini si impone nei campionati italiani per cinque anni consecutivi e nel 1952 trascina la squadra di Davis, insieme a Cucelli e ai fratelli Del Bello, prima alla vittoria della Zona Europea e poi a una finale interzone che però vede vittoriosi gli Stati Uniti sull’erba di Sydney.

Beppe Merlo
Beppe Merlo

Il rivale storico di Gardini è Beppe Merlo, dotato di un efficace rovescio a due mani e di solidità fisica. Non possiede un servizio potente, ma in compenso riesce a piazzarlo molto bene, gioca d’anticipo e ha tocco di palla. E poi colpisce di dritto con una originale impugnatura a metà manico. In campo Merlo è corretto oltre ogni limite, a costo di danneggiare se stesso. «Beppe non rubò mai un punto su un campo da tennis – ricorda ancora Pietrangeli in C’era una volta il tennisAndava addirittura contro il giudizio degli arbitri. Giocando con Remy, campione di Francia, sul Centrale di Roland Garros, al quinto set corresse il giudice di sedia e regalò il quindici che mandò il francese a servire per il match. Fino a quel momento aveva avuto tutto il pubblico contro. Quando Beppe vinse venne giù lo stadio». Per quattro volte vince i campionati assoluti italiani, ma numerosissimi sono i trionfi a livello internazionale, dalla Germania a Bombay, sia in singolare che in doppio. Tra lui e Gardini inizialmente non corre buon sangue: solo nel 1962, grazie a una trasferta in California voluta dalla Federazione, diventeranno buoni amici. All’inizio sono soltanto rivali, entrambi molto forti sulla terra rossa. Ne danno dimostrazione quando raggiungono la finale degli Internazionali d’Italia nel 1955, dopo aver liquidato con autorità i rispettivi avversari. La sfida decisiva si trasforma in un incontro memorabile che sul finale prende una piega drammatica. Ma partiamo dall’inizio. Facendo leva sul suo temibile dritto, nel primo set Gardini si impone con un netto 6-1. Nel secondo gli scambi si allungano, Merlo comincia a sbagliare sempre di meno e alla fine prende il largo, aggiudicandosi il set con il medesimo punteggio con cui il suo rivale aveva vinto il primo. Sul risultato di parità, nel terzo comincia a salire la tensione sia sul campo che tra il pubblico: un Merlo in grande spolvero si porta sul punteggio di 3-0 e Gardini comincia a perdere le staffe. Nel quarto game Fausto protesta perché Beppe, che d’abitudine dopo il servizio lascia cadere la palla per avere la mano libera ed eseguire così il rovescio bimane, nel compiere quel gesto lo ha distratto. L’arbitro fa ripetere il punto e Merlo commette doppio fallo. Nonostante il tentativo da parte di Gardini di destabilizzare il suo rivale, Beppe porta a casa il terzo set, dopo un’ora di gioco, con il punteggio di 6-3. In quel momento ha inizio la parte più drammatica del match: «Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia – racconta Ubaldo Scannagatta su Ubitennis.com Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: ‘Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!’ ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. […] Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri”.

Fausto Gardini

Il quarto set viaggia in perfetto equilibrio, a suon di break e controbreak, tra errori arbitrali e contestazioni. Nonostante le condizioni fisiche precarie di Merlo e il nervosismo di Gardini, tra i due è battaglia vera, così si arriva sul 6-5 per Beppe. Nel dodicesimo gioco va in scena il momento più drammatico del match, sotto gli occhi dei fotografi e di un pubblico ormai incandescente: «Merlo ha due match point, ma quando Gardini gli annulla il primo crolla a terra vittima dei crampi alle gambe» racconta il giornalista Giorgio Bellani su «Stampa Sera» dell’11 maggio 1955, come riportato da Giorgio Dell’Arti. «Rialzatosi a fatica, Merlo cade nuovamente dopo che Gardini gli annulla il secondo match point (stavolta è pure vittima di una crisi di nervi). Di nuovo in piedi, Merlo riesce a procurarsi un terzo match point[…]”. Intanto Gardini, dopo la seconda caduta di Merlo, va su tutte le furie. Pensa che sia una sceneggiata e gli spettatori sono con lui. Quando poi Fausto annulla anche il terzo match point e Beppe crolla nuovamente a terra, il pubblico fischia inferocito. A quel punto Merlo si ritira, lasciando la vittoria a Gardini. Come racconta Pietrangeli a Lea Pericoli, il match finisce in «un’orrenda gazzarra»dai risvolti tragici: «Era l’imbrunire e dovette intervenire la forza pubblica per calmare gli animi del pubblico impazzito che lanciava in campo giornali incendiati. Ormai era buio. Da una parte c’era Beppe sdraiato per terra con i crampi. Dall’altra Fausto che tirava giù la rete urlando: Ho vinto! Ho vinto!»  A Merlo sfugge così la possibilità di conquistare gli Internazionali d’Italia, mentre Gardini si sposa e al termine di quell’annata positiva decide di abbandonare l’attività agonistica ad appena venticinque anni, per poi riprendere nel 1960. Ma al suo rientro non potrà fare molto: il protagonista assoluto è ormai un certo Nicola Pietrangeli.

La rivincita di Tonino Zugarelli

Tonino Zugarelli

Antonio Zugarelli, detto Tonino o Zuga, è l’uomo con i baffi dell’Italia che porta a casa la Coppa Davis nel 1976. Per molti è la riserva del team, che vede in prima linea Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci, ma il suo contributo risulta fondamentale nella vittoria contro la Gran Bretagna sull’erba di Wimbledon, nella finale della Zona Europea che dava accesso alla fase decisiva del torneo, dove Zuga è certamente più a proprio agio rispetto al titolare, Corrado Barazzutti. Se in quella sfida non avesse battuto Roger Taylor, giocando un ottimo tennis e vincendo in quattro set con il punteggio di 6-1, 7-5, 3-6, 6-1, probabilmente l’Italia non sarebbe arrivata alla finale di Santiago del Cile. Un giocatore d’attacco, Tonino, che da sempre rivendica la sua origine popolare, di ragazzo di strada, di quelli che pulivano i campi e le righe per i signori ricchi. Proprio per strada, da bambino, perde la falange del pollice della mano destra, ma ciò non gli impedisce di diventare un grande giocatore. «Il tennis è stato il modo migliore che ho trovato per farmi accettare. Mi ha dato un posto nel mondo» racconta Zuga nella sua autobiografia, Il riscatto di un ultimo.

L’Italia del 1976 con la Coppa Davis. Da sinistra: Adriano Panatta, Tonino Zugarelli, Nicola Pietrangeli, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci.

Ormai leggendario il suo rapporto tormentato con Pietrangeli nel periodo in cui Nicola è capitano della squadra. Un’incompatibilità che li porta spesso a scontrarsi, anche in maniera accesa. Zugarelli cerca dal tennis un riscatto sociale, vuole la stessa considerazione riservata ai suoi compagni di Davis, ma sembra che Pietrangeli lo tratti come la riserva, il rimpiazzo, e questa cosa non gli va giù. Poi Tonino è uno di pancia, sincero, che le cose le dice a brutto muso. E questo non aiuta il loro rapporto. Zugarelli contribuisce alla vittoria della Davis, ma poco dopo arriva il momento difficile: i primi mesi del 1977 la depressione lo bracca, lo immobilizza, lo tormenta, e lui prova a superarla sul campo di allenamento con l’aiuto di Mario Belardinelli. Ci riesce, riparte e va a giocare sulla terra rossa del Foro Italico gli Internazionali d’Italia. Il primo turno è difficile non tanto per il valore del suo avversario, il connazionale Roberto Lombardi, quanto per l’ansia e le paure che ancora lo attanagliano e che credeva di aver superato. La partita passa in secondo piano, Zugarelli vola altrove con la mente: durante il match pensa al ritiro, alla sua vita senza il tennis. Poi accade che, mentre è inghiottito da un buco nero, Lombardi perda le staffe per una chiamata del giudice di sedia, addirittura gli viene inflitto un punto di penalità. Improvvisamente Zuga risorge dalle ceneri, quasi che la scenata del suo avversario l’abbia svegliato dal torpore, riportandolo sul campo del Foro Italico. Magicamente spariscono le angosce e le paure, scompaiono per sempre. Vince il match e non si ferma più fino alla finale: batte prima lo jugoslavo Željko Franulović in tre set che terminano 6-1, 1-6, 6-0. Nel turno successivo liquida con due tie break il paraguaiano Victor Pecci. In semifinale affronta l’australiano Phil Dent che supera in quattro set con il punteggio 6-4, 5-7, 6-4, 6-2. Nel corso dell’incontro, durante il suo turno di servizio avverte un dolore alla spalla. Il panico. Il giorno dopo prende una fiala di cortisone e novocaina e scende in campo per una storica finale contro il numero uno del mondo, l’americano Vitas Gerulaitis. Zugarelli ha paura di spingere, così perde i primi due set 6-2, 7-6. Poi pensa che non può lasciare sfumare questa grande occasione senza nemmeno accennare una reazione. Decide di dare fondo a tutte le energie che possiede e vince il terzo set 3-6. Nel quarto arriva a giocare il tie break: sul set point per l’italiano una sua volée balla per una frazione di secondo sul nastro e cade nel campo di Zuga. Gerulaitis chiude il conto a proprio favore e si aggiudica gli Internazionali d’Italia. «Quel set per me fu decisivo: se fosse andato diversamente, non esito a dire che avrebbe potuto cambiare la mia carriera di tennista» racconta Tonino nella sua autobiografia. Resta comunque una grande impresa quella di Zugarelli, anche perché maturata in un periodo di profonda crisi. Appena sei giorni prima sembrava dovesse chiudere con il tennis, che la depressione avesse vinto. E invece Tonino dimostra ancora una volta che nel tennis, come nella vita, c’è sempre un’altra possibilità.

Omar Camporese: talento, cuore e un dritto anomalo letale

Omar Camporese dopo la vittoria contro Ivan Lendl a Rotterdam

Dritto e servizio micidiali, talento, solidità mentale. È il breve ritratto di Omar Camporese, classe 1968, uno dei giocatori italiani più forti dei primi anni Novanta, il primo a tornare tra i top 20 nell’era post Panatta. Con un dritto anomalo letale, che Giampiero Galeazzi nelle sue telecronache ribattezza anche turbo-dritto, il tennista bolognese raggiunge il suo best ranking nel febbraio del 1992, la 18esima posizione della classifica mondiale, dopo aver acciuffato gli ottavi di finale agli Australian Open. Ma il suo periodo d’oro inizia nel 1990, grazie alla finale sulla terra rossa di San Marino, seguita l’anno dopo dal suo primo titolo ATP sul sintetico di Rotterdam, in cui supera nel match decisivo Ivan Lendl in una sfida indimenticabile che si conclude con il punteggio di 3-6, 7-6, 7-6 in favore di Omar. Nei tornei del Grande Slam raggiunge in più occasioni il terzo turno e, come detto prima, gli ottavi in Australia. Anche in doppio compie un percorso di tutto rispetto, vincendo cinque titoli e raggiungendo la posizione numero 27 del ranking. In quegli anni Omar è protagonista di incontri memorabili: come il secondo turno degli Australian Open del 1991, quando affronta Boris Becker, detto “Bum Bum”, grande dominatore del tennis mondiale. Il ventitreenne Camporese tiene in campo il campione tedesco per oltre cinque ore, arrivando a giocarsi il passaggio del turno al quinto set, dove andò in scena un pazzesco testa a testa: i due giocatori tengono i rispettivi turni di battuta fino al 10 pari (nel quinto non c’è tie-break), poi Becker mette a segno il break, portandosi sull’11-10 e preparandosi a servire per il match. Nel game che potrebbe essere decisivo, il tedesco ha tre palle per chiudere l’incontro, ma Camporese tira fuori dal cilindro alcune risposte fulminanti che gli fruttano il contro-break.

La battaglia continua: si strappano il servizio a vicenda, portandosi sul 12 pari. Poi Omar sembra sfruttare il suo turno di battuta, andando sul 40-0, ma qualcosa si spegne. “Bum Bum” riprende in mano il game e lo vince. Questa volta non si fa scappare l’occasione e chiude il match con il punteggio di 14-12. Raggiungono entrambi la rete per stringersi la mano e il tedesco alza anche il braccio di Omar, condividendo gli applausi del pubblico. Chiuso il 1991 al ventiquattresimo posto del ranking mondiale, il 1992 si prospetta un anno straordinario, che potrebbe diventare quello del salto tra i top ten. E in effetti inizia benissimo: vince il torneo indoor di Milano, giocando ad altissimi livelli. In semifinale supera il russo Cherkasov, ma durante l’incontro comincia ad accusare forti dolori al braccio destro. Stringe i denti e disputa la finale contro Goran Ivanisevic, amico e compagno di doppio, una sfida improntata sui rispettivi servizi, che vede trionfare Camporese al terzo set. Arriva così il suo secondo trionfo nel circuito maggiore, che lo prepara al grande salto verso l’olimpo del tennis. Ma proprio da quel momento i problemi al braccio cominciano a farsi seri. È il 1993, infatti, quando è costretto a rimanere sei mesi a riposo, si tratta di epicondilite. Basta così poco perché il tennis cambi: cominciano a emergere gli spagnoli e i sudamericani, giocatori muscolari che scambiano da fondo con colpi arrotati, sbagliando pochissimo. Quando torna in campo Omar non è più quello di prima dell’infortunio e si abitua con fatica a queste novità, per di più i suoi colpi potenti non sono più risolutivi come un tempo. Così la sua scalata in direzione della top ten si trasforma in una caduta libera verso il basso.

Un Camporese memorabile è certamente quello di Coppa Davis, competizione in cui regala prestazioni di altissimo livello: su 21 incontri disputati in singolare ne vince 12, mentre su 9 match di doppio ne conquista 6. Esordisce il 3 febbraio 1989 contro la Svezia, sul veloce indoor di Malmoe, chiamato a sostituire Paolo Canè. Omar batte Pernfors, in quel momento numero 19 della classifica mondiale, portando all’Italia l’unico punto di quella sfida. Nel 1990 c’è la rivincita con la Svezia sulla terra rossa di Cagliari, dove Camporese disputa un ottimo match contro il campione Mats Wilander, cedendo soltanto al quinto set. L’Italia vince comunque grazie a un Canè in grande spolvero. Nel 1991 affronta nuovamente Becker, dopo la memorabile sfida agli Australian Open, sul tappeto indoor di Dortmund per un’Italia – Germania di Davis che vede ovviamente gli azzurri sfavoriti. E invece sia Camporese che Canè danno filo da torcere ai campioni tedeschi: Omar liquida in tre set il gigante Michael Stich con il punteggio di 7-6, 6-1, 6-3, confermando di essere in grandissima forma, sia fisica che mentale. Nel doppio del sabato, infatti, lui e il mancino napoletano Diego Nargiso superano Becker e Jelen in cinque combattutissimi set per 4-6, 6-4, 7-6, 4-6, 6-3. Contro ogni pronostico, l’Italia è in vantaggio 2 a 1 sulla Germania. La domenica si affrontano per primi i due numeri uno: Omar Camporese e Boris Becker. Ancora cinque set indimenticabili, in cui succedono fatti che vanno oltre ogni immaginazione. La principale pietra dello scandalo è il giudice di sedia, che nel corso del match compie errori imperdonabili, dimostrando di non essere all’altezza di una sfida così importante e intensa: nel corso del terzo set fa ripetere a Becker un secondo servizio nettamente out, negando così il break all’italiano. Panatta e Camporese sono furiosi, ma anche al tedesco non piacciono le scelte dell’arbitro e glielo ‘comunica’ in maniera molto animata, arrivando ad arrampicarsi sul seggiolone. «Mandate via quest’uomo, è un incapace» dice Becker verso la tribuna autorità. Alla fine del terzo set viene sostituito il giudice di sedia, caso raro che pare sia accaduto una sola volta nel tennis che conta, precisamente al secondo turno degli US Open del 1979 in occasione di un incandescente match fra Ilie Nastase e John McEnroe. A Dortmund si ripete questo evento straordinario e il match riprende con Camporese che conduce per 2 set a 1, 6-3, 6-4, 3-6. Nel quarto e nel quinto il campione tedesco dà fondo a tutta la sua classe e riprende in mano l’incontro, portando a casa il punto del 2 pari. Purtroppo nel match decisivo Stich non lascia scampo a Paolo Canè, ma di questa sfida resta l’ennesima consapevolezza di aver trovato un nuovo campione: Omar Camporese. Lo conferma nel 1992, quando l’Italia affronta al primo turno la Spagna a Bolzano, sul veloce indoor. Camporese dà una lezione a Sergi Bruguera e a Emilio Sanchez, che in quel momento gravitano nelle parti alte della classifica mondiale, giocando un tennis perfetto, sensazionale, di un altro pianeta. Il primo a finire sotto i suoi colpi implacabili è Bruguera, che viene piegato in quattro set con il punteggio di 6-4, 6-1, 4-6, 6-1. Quel giorno fa il suo esordio in Davis Cristiano Caratti, reduce da un 1991 di risultati sorprendenti, su tutti i quarti di finale agli Australian Open e la vittoria al torneo indoor di Milano. L’italiano conferma di essere un osso duro sulle superfici veloci, perdendo soltanto al quinto set con Emilio Sanchez. Nel doppio Diego Nargiso regala una delle sue migliori prestazioni di sempre insieme a Omar, il quale parte in sordina ma esce alla distanza. Gli avversari sono Casal ed Emilio Sanchez, la tattica dettata da Panatta è chiara: giocare su Casal e sul rovescio di Sanchez. Lo fanno e vincono senza lasciare nemmeno un set alla coppia iberica: 7-6, 6-3, 6-4. Poi il terzo giorno Camporese affronta nel primo incontro Emilio Sanchez, da cui aveva sempre rimediato sconfitte. L’italiano gioca ancora un tennis perfetto, che stordisce lo spagnolo. Solo sul 6-0, 4-0 l’iberico riesce a portare a casa un game, ma Omar non molla un punto e alla fine vince 6-0, 6-2, 6-4. «Caspita che partita quella. Contro Emilio Sanchez credo di aver giocato la più bella partita della mia vita» racconta anni dopo Camporese a «La Nuova di Venezia e Mestre». «Lo vedevo di fronte a me, che non sapeva cosa poter fare perché non lo lasciavo neppure pensare. Un ricordo indelebile della mia carriera». Finisce 4 a 1 per l’Italia, che si qualifica per i quarti di finale contro il Brasile. Gli azzurri volano così a Maceiò, dove però si trovano a giocare in un campo improvvisato in riva al mare, esposto a forti raffiche di vento. Omar riesce a portare il punto iniziale, battendo al quinto set il brasiliano Luis Mattar, dopo sei ore e cinque minuti di battaglia. Poi gioca anche il doppio insieme a Nargiso, cedendo al quinto set. Sul 2 a 1 per il Brasile, la domenica Omar, dopo aver giocato per oltre dieci ore in due giorni, non riesce a scendere in campo per il singolare contro Oncins, lasciando il posto a Stefano Pescosolido, il quale non riesce a portare a termini il match per colpa dei crampi. Alla fine l’Italia è costretta a capitolare.

L’abbraccio con Panatta durante l’impresa di Pesaro contro la Spagna

Nel 1997 la carriera di Omar sembra arrivata al termine: Camporese vince pochi match e la classifica ATP è impietosa. Ma a febbraio succede qualcosa di imprevedibile: viene convocato per il primo turno di Coppa Davis contro il Messico a Roma, sulla terra rossa del Foro Italico. Il nuovo uomo di punta della squadra italiana, Andrea Gaudenzi, ha dato forfait per un infortunio e capitan Panatta decide di puntare sul suo storico pupillo. Questa chiamata è una sorpresa che lascia sconcertato sia il pubblico che la stampa. D’altronde il gioco espresso ultimamente da Omar è lontano da quello degli anni d’oro, ma Adriano crede nella sua voglia di riscatto. Così comincia una preparazione che mira a riportarlo agli antichi fasti. L’impegno con il Messico è alle porte e questo percorso di ‘rinascita’ non è ancora completato. Camporese porta a casa il match contro il diciannovenne Hernandez in quattro set, ma fatica tantissimo. Poi Furlan batte Herrera e la sfida viene chiusa già il sabato con la vittoria in doppio della coppia Nargiso-Pescosolido contro Hernandez-Lavalle. Ad aprile nei quarti c’è la Spagna: sulla carta hanno già vinto, sono nettamente superiori. Per metterli in difficoltà Panatta sceglie di giocare a Pesaro sul tappeto indoor. In campo c’è ancora Camporese ma, se la sua prestazione è simile a quella contro il Messico, potrà fare poco contro gli spagnoli. In quella settimana Omar è numero 156 della classifica mondiale e nel singolare di apertura deve affrontare un certo Carlos Moya, numero 8 del ranking e fresco finalista agli Australian Open. I pronostici sembrano tutti a suo sfavore, perché lo spagnolo è in crescita, poi è giovane e affamato. I primi due set sono equilibrati: l’italiano gioca un ottimo tennis e sfoggia un servizio efficace. Ma non basta: i primi due set li vince l’iberico entrambi al tie-break, 6-7 (8-10), 6-7 (4-7). Nel primo tie break Camporese spreca addirittura due set point, uno con un doppio fallo e l’altro con un dritto a rete. A quel punto, dopo quasi due ore di gioco, l’incontro sembra avviarsi verso l’epilogo che in tanti immaginavano. Tutti pensano, compreso il sottoscritto (e sfido chiunque a dire il contrario), che dopo due set così combattuti, dispendiosi, tirati, il tennista italiano crolli sfinito al tappeto, per usare un termine pugilistico, sventolando bandiera bianca. «Omar fu impagabile» ricorda Adriano Panatta nella sua autobiografia. «[…] Gli scattò qualcosa dentro, ed era proprio quel qualcosa che io aspettavo e che sapevo che Omar portava in dote: un diritto terrificante e un gioco di prima scelta». Camporese non si arrende e continua a macinare campo: serve alla grande, lo spirito è quello di chi non ha più niente da perdere, di chi, seduto alla roulette di un casinò, punta tutto su se stesso. Conquista così il terzo set con il punteggio di 6-1, ma nessuno si illude: un attimo di rilassamento da parte di Moya può anche starci. La questione si fa seria quando vince anche il quarto set con il punteggio di 6-3, superando un crampo sul 4-2 che poteva sancire la resa. Invece torna in campo e vince anche il quinto: dopo circa tre ore e 45 minuti chiude con un altro 6-3, tra l’incredulità di tutti e probabilmente dello stesso Moya. Pesaro esplode: Camporese si conferma un campione, che purtroppo non ha potuto esprimere al meglio in questi anni le proprie potenzialità, mentre Panatta è un grande motivatore. «Il maggior diletto di un match come quello di Camporese non è solo che l’abbiamo vinto, ma che non abbiamo capito» scrive Gianni Clerici su «la Repubblica» con la solita onestà. «Non solo ci siamo sbagliati – tutti gli addetti, giù giù fino all’ultimo raccattapalle – ma ci siamo sbagliati più di una volta, e in modo sempre più clamoroso. E questa sequela di sbagli ha finito per produrre incredulità completa, e smarrimento non solo tra noi, ma anche tra i nostri amici spagnoli che conoscevano pochissimo Omar e credevano addirittura che si trattasse di un giocatore morto e sepolto […]». Dopo Camporese scende in campo Renzo Furlan che, accantonata un’iniziale timidezza che lo porta a subire lo spagnolo, diventa padrone del gioco e supera Carlos Costa al quinto set con il punteggio di 4-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-1. Il sabato c’è il doppio: la collaudata coppia formata da Camporese e Diego Nargiso si sbarazza in quattro set di Javier Sanchez e Francisco Roig, regalando all’Italia una nuova semifinale.

Nonostante queste grandi prestazioni in Coppa Davis, Camporese non riesce a riconquistare il posto che merita nei tornei e nelle classifiche ATP, così nel 2001 si ritira dall’attività agonistica. Oggi, come tanti suoi ex colleghi, continua a vivere di tennis, insegnandolo ai giovani.

Paolo Canè, l’uomo delle imprese

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Paolo Canè

Panatta l’ha definito «l’uomo delle imprese, dei match impossibili». Il tennista bolognese Paolo Canè, classe 1965, ha scritto il suo nome negli annali del tennis, giocando match memorabili in Coppa Davis e agguantando spesso vittorie contro ogni pronostico. Terminata l’era dei vari Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli, infatti, il movimento tennistico italiano maschile, nella prima metà degli anni Ottanta, vive una fase di smarrimento dovuta all’assenza di un ricambio generazionale. Proprio in quel periodo si affaccia sulla scena Paolo Cané, che gli appassionati, nei momenti di furore agonistico, chiamano Paolino. Fisico esile, asciutto, eppure ha un dritto potente ed efficace, un rovescio ribattezzato ‘turbo’, grande sensibilità nel gioco di volo e nel tocco di palla, capacità di variare il ritmo. Paolino possiede talento e classe da vendere, ma ha anche alcuni punti deboli: una schiena fragile, che a lungo andare gli crea parecchi problemi, passaggi a vuoto a livello mentale che lo rendono discontinuo e un carattere incandescente. Nelle giornate migliori è capace di tutto, anche di mettere all’angolo un fuoriclasse come Ivan Lendl. In questi anni spesso riesce a trasformare i suoi limiti caratteriali in punto di forza. Gli capita soprattutto quando gioca in Coppa Davis, competizione che esalta le sue caratteristiche di combattente, gladiatore nell’arena. Sia chiaro, non è che Canè non abbia combinato nulla nei tornei del circuito ATP. Anzi, in carriera ha vinto tre titoli in singolare, tutti sulla terra rossa, raggiungendo la ventiseiesima posizione del ranking mondiale. Ma nella memoria del grande pubblico, anche per motivi legati alla diffusione televisiva, resta principalmente ‘l’uomo Davis’, quello che, se c’è un’impresa impossibile da compiere, un solo tennista può portarla a termine: Paolo Canè. Su 17 incontri di Coppa disputati in singolare ne vince 9. Mentre in doppio le cose vanno peggio: su 9 match soltanto due vittorie. È viscerale, Cané, quando è in campo non riesce a estraniarsi totalmente da ciò che lo circonda. Non gli basta lanciare un’occhiataccia allo spettatore rumoroso di turno, lui lo prende di petto. Riesce a litigare anche con il proprio pubblico, quello di Roma, mandandolo più volte a quel paese. Ma, appena gli appassionati imparano a conoscerlo, non possono far altro che volergli bene.

I gesti inconsulti vengono cancellati da grandi prestazioni come quelle di Coppa Davis contro la Svezia nel febbraio del 1990, sulla terra rossa di Cagliari, al primo turno. Canè è ispirato e in forma smagliante: il primo giorno batte Jonas Svensson al quinto set, poi lui e Diego Nargiso superano in doppio Jarryd e Gunnarsson. Si va sul 2 pari e il singolare decisivo vede Paolino contro il campione Mats Wilander: l’italiano vince il primo e il secondo set, ma lo svedese risponde portandosi a casa il terzo e il quarto parziale per 3-6, 4-6. Nel quinto set, sul 2 pari, l’incontro viene sospeso per oscurità. Si riparte il lunedì a mezzogiorno con l’azzurro che fa il break e si porta sul 5-2. Potrebbe chiudere nel game successivo quando, sul servizio di Wilander, ha due match point che non riesce a sfruttare. Paolo si innervosisce per l’occasione mancata, ha un passaggio a vuoto e si fa riprendere dallo svedese sul 5 pari. L’azzurro torna al servizio e, sul 40-30, arriva lo scambio più spettacolare del match, quello che resterà nella memoria degli appassionati: dopo un’estenuante sfida da fondo campo, Canè attacca sul dritto di Wilander e va a rete, lo svedese tira un passante che sembra vincente, ma Paolino si oppone con una straordinaria volèe in tuffo, costringendo a rete l’avversario che appoggia la palla dall’altra parte pensando che l’italiano sia finito. E invece no: un generosissimo Canè torna verso la linea di fondo, recupera e spedisce ancora la palla dall’altra parte, l’incredulo Wilander la piazza al centro del campo in demi-volèe e Paolo lo castiga con un passante di rovescio che gli dà il punto del 6-5. L’azzurro cade a terra stremato, subito soccorso da capitan Panatta che lo aiuta ad alzarsi e lo accompagna in panchina. Il pubblico di Cagliari esplode, scandisce in coro il suo nome: Paolino è a un passo dall’impresa.

Nel quinto set non c’è il tie-break, quindi Wilander va a servire per prolungare l’incontro. Ma ora Paolo è più determinato del suo avversario e si porta sul 15-40, guadagnando due match point. Lui e Panatta si guardano, il capitano è teso, Canè non riesce a star fermo. Risponde benissimo alla prima di servizio di Wilander, poi si sposta e attacca con il dritto, seguendolo a rete. Lo svedese alza la palla, il primo smash di Paolo riesce a recuperarlo, il secondo chiude il match. L’Italia batte la Svezia grazie a uno splendido Canè. Panatta e i compagni corrono in campo ad abbracciarlo, viene portato in trionfo. Giampiero Galeazzi, che commenta l’incontro per la RAI, è emozionato: «Canè è riuscito a superare anche se stesso» dice, sottolineando come Paolino abbia preso in mano la squadra, portandola alla vittoria. E si lascia scappare anche un «sembra di essere tornati ai tempi di Panatta». Nella bolgia l’azzurro ha un tracollo e viene accompagnato a spalla da Nargiso fuori dal campo. «La sua vittoria a Cagliari contro Mats Wilander resta la più bella delle emozioni, e anche uno degli incontri più incredibili cui abbia assistito» ricorda Panatta nel libro Più dritti che rovesci. «Cuore e testa matta. Uno capace di guardare negli occhi lo svedese numero uno del mondo e fargli il vicht dopo ogni punto conquistato, lo stesso gesto che Wilander aveva reso famoso nel circuito».

L'abbraccio di Firenze
Canè e Panatta, l’abbraccio di Firenze

Purtroppo l’Italia non riesce a dare seguito a questa grande vittoria: nel turno successivo perde infatti con l’Austria di Muster e Skoff. Prima di concludere, credo che sia doveroso citare anche l’impresa compiuta contro l’Australia a Firenze nel 1993, che non si concretizza nel passaggio del turno ma resta comunque un ricordo straordinario per il sottoscritto e per tutti gli appassionati. Dopo aver chiuso le prime due giornate sul 2 a 1 per l’Australia, con le vittorie nei singolari di Fromberg su Renzo Furlan e di Stefano Pescosolido su Woodford, nonché nel doppio della coppia Woodforde-Woodbridge su Canè-Nargiso, Paolo viene chiamato a sostituire uno spento Furlan contro Woodforde nel primo match della domenica, che potrebbe regalare la vittoria all’Australia o il 2 a 2 all’Italia. In quei giorni l’australiano gravita intorno alla ventesima posizione del ranking mondiale, mentre Canè è a pochi passi dalla duecentesima. Molti addetti ai lavori lo danno per spacciato, altri addirittura lo considerano già un ex giocatore. Non è dello stesso avviso Panatta, che lo conosce bene e punta su di lui. In una torrida domenica di luglio, l’azzurro viene chiamato nuovamente all’impresa: non molla un colpo, combatte, si esalta, litiga con i tifosi australiani, infiamma il pubblico di Firenze con il suo tennis, il carisma, la generosità. In quattro set piega il più quotato Woodforde e regala il 2 pari all’Italia. Alla fine del match abbraccia Panatta e scoppia in lacrime, l’emozione è fortissima, per lui e per noi che abbiamo seguito l’incontro. Purtroppo Pescosolido perde la sfida decisiva che lo vede opposto a Richard Fromberg. Resta però il ricordo di una grande prestazione di Paolo Canè, l’uomo delle imprese impossibili.

 

Danielle Collins e la dura scalata verso il tennis che conta

danielle-collinsAgli Australian Open, primo torneo dello Slam del 2019, l’americana Danielle Collins ha conquistato le semifinali, perdendo soltanto da Petra Kvitova. Ha così agguantato la 23esima posizione della classifica mondiale e un consistente prize money. Un ottimo risultato per una tennista che, nonostante i suoi 25 anni, fino a marzo 2018 non aveva mai vinto neanche un match nei tornei del circuito maggiore. Eppure Danielle è una giocatrice completa, che ha ottimi colpi e gioca sempre all’attacco. Ha forza fisica e mentale, nonché immensa dedizione. Ma tutto questo non basta per arrivare nel tennis che conta. Servono infatti tanti soldi, che lei non aveva. Soltanto la determinazione, la passione e un pizzico di fortuna le hanno permesso di fare il grande salto.

La storia di Danielle é molto singolare per una tennista professionista: nata e cresciuta in Florida,comincia a giocare a tennis a 8 anni nei campi comunali di Tampa. La sua famiglia, infatti, ha difficoltà economiche e non può permettersi di mandarla nei circoli privati, di pagare attrezzature e un coach. Così lei si accontenta di incrociare la racchetta di amatori sessantenni o di chiunque altro fosse disponibile, ripiegando anche su un muro. Continua così per parecchio tempo e, nonostante le difficoltà, negli anni dell’adolescenza si afferma come una delle più forti giocatrici juniores d’America.

La strada sembra tracciata e il grande salto nei tornei internazionali pare ormai alle porte. Ma ancora una volta il suo talento viene frenato dalla mancanza di denaro. Girare il mondo per giocare a tennis richiede un investimento economico ancora maggiore rispetto a quello degli esordi. Oltre all’attrezzatura e a un coach, le giocatrici devono sostenere le spese di viaggio. La Collins é costretta a rinunciare, optando quindi per l’iscrizione al college.

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Frequenta così il corso di laurea in comunicazione all’Università della Virginia e intanto prosegue con il tennis a livello amatoriale, conquistando nel 2014 il titolo NCAA, il circuito tennistico universitario, che le frutta una wild card per gli US Open. Lí viene eliminata in tre set da Simona Halep. Nonostante questo, per non perdere lo status di amatore, rinuncia al premio in denaro che spetta anche agli eliminati al primo turno. Nel 2016 riconquista il titolo NCAA e nel frattempo si laurea in comunicazione e ha tempo anche di frequentare un master in economia.

Il suo impegno viene premiato quando ottiene il contributo di 100.000 dollari che Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi d’America, nonché patron del torneo di Indian Wells, assegna al miglior giocatore del circuito universitario, regalando la possibilità di affacciarsi nel mondo del professionismo. Un’iniezione di risorse che apre a Danielle l’opportunità di giocare tornei internazionali del circuito minore, l’ideale per aprirsi la strada tra i professionisti della racchetta, cominciando a guadagnare punti nella classifica WTA.

Inizia così la scalata di Danielle Collins, che la vede fare il grande salto nel marzo del 2018: gioca le qualificazioni al prestigioso torneo di Miami e nel tabellone principale elimina nell’ordine le più quotate Begu, Coco Vandeweghe, Donna Vekic, Monica Puig e Venus Williams, che non la prende benissimo. Il resto è storia recente, che non sto qui a rievocare. Posso solo dire che, quando l’anno scorso agli Internazionali d’Italia ho visto giocare Danielle contro Camila Giorgi, in campo ho trovato una donna determinata e affamata di vittorie, forse perché sa quanto é stato difficile per lei arrivare fin lì.

Gianluca Pozzi, vent’anni da outsider del tennis italiano

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Gianluca Pozzi

Le nuove generazioni probabilmente non lo conoscono o non lo ricordano, ma chi si è avvicinato al tennis nei primi anni Novanta è impossibile che non abbia memoria di un outsider come Gianluca Pozzi. Mancino, atipico, schivo, Pozzi giocava un tennis non certo spettacolare, ma molto efficace sulle superfici veloci. Non lasciatevi ingannare dal fisico da impiegato, Gianluca era un giocatore d’attacco, resistente, dotato di colpi liftati difficili da contenere, tra cui un rovescio in back che diede fastidio ai giocatori più forti del mondo, ma anche di un servizio profondo e importanti numeri sotto rete, che gli permettevano di costruirsi il punto pure contro i grandi ‘picchiatori’ del tennis che cominciavano a emergere negli anni Novanta.

Ma andiamo per gradi. Da dove arrivava Gianluca Pozzi? Pugliese, uno dei sette figli (sei maschi e una femmina) di Giuliana e Valentino, grazie al papà imprenditore ebbe la possibilità di crescere con il campo da tennis in giardino, uno stimolo e una preziosa opportunità che permise quasi a tutti i figli di avvicinarsi a questo sport. Il più coinvolto fu Gianluca che, senza alcun aiuto da parte della Federazione Italiana Tennis, la quale in alcuni momenti gli mise anche i bastoni tra le ruote, con tenacia e testardaggine  riuscì a farsi strada nel mondo del tennis. Dopo il diploma e qualche esame di Economia e Commercio, Gianluca decise di abbandonare l’università e di provare la strada del professionismo, sapendo di poter contare solo sulle proprie forze. Nemmeno l’innata timidezza riuscì a fermare la sua voglia di emergere, così preparò lo zaino e nel 1984, a 19 anni, con le racchette sulla spalla si mise in viaggio alla ricerca di un spazio nel tennis mondiale. Cominciò a giocare tornei di qualificazione dall’altra parte del pianeta, competizioni dai miseri montepremi che a mala pena permettevano di coprire le spese di viaggio. Condusse una vita nomade, di abnegazione, che da sempre è tipica di tutti i tennisti che frequentano i tornei dei circuiti minori. Ma proprio grazie al suo spirito di sacrificio, dopo il primo anno di professionismo raggiunse la posizione numero 330 della classifica ATP. Sembrava che la strada fosse quella giusta e quindi continuò in quella direzione, ottenendo un’importante crescita a livello tecnico, che però negli anni successivi non si concretizzò in particolari successi. Nel 1988 infatti, dopo circa quattro anni di sacrifici, ricopriva ancora la posizione n. 165 del ranking mondiale.

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Ma Pozzi non era il tipo da arrendersi. E anche se parlava poco, e a voce molto bassa, ebbe abbastanza grinta per andare avanti. Bisogna riconoscere che il tempo e il lavoro gli diedero ragione: nel 1991 arrivò la svolta della sua carriera con il primo importante risultato a livello ATP, la vittoria al torneo di Brisbane. Pozzi arrivava sul cemento australiano da n. 137 del mondo. Quella settimana di metà settembre affrontò tutti specialisti del veloce, superando i padroni di casa Stolle, Woodbridge e Stoltenberg, e gli americani Jim Grabb e Aaron Krickstein, quest’ultimo liquidato in finale in due set con il punteggio di 6-3, 7-6. Questa prestazione di livello lo fece balzare alla 104esima posizione del ranking. Aveva 26 anni e sembrava un po’ tardi per affacciarsi sulla soglia dei top 100, considerato che Boris Becker a 17 anni aveva vinto Wimbledon. E invece Gianluca continuò a non mollare una palla, migliorando negli anni gioco e risultati, concentrando i suoi sforzi su superfici veloci dove il suo tennis era più efficace. Nel 1994 raggiunse gli ottavi di finale agli US Open, partendo dalle qualificazioni e liquidando nell’ordine il connazionale Renzo Furlan, l’israeliano Amos Mansford e il tedesco Zoecke, per poi fermarsi davanti a un altro tedesco, Bernd Karbacher, che lo eliminò in quattro set.

Dopo essere stato ignorato per anni da Adriano Panatta, capitano della squadra di Coppa Davis dal 1984 al 1997, che sicuramente aveva ragione a puntare in vari momenti nei più quotati Canè, Camporese e Gaudenzi, nell’era Bertolucci fu chiamato a vestire la maglia azzurra in quattro occasioni. La prima nel 1998 in semifinale contro gli USA, quando ebbe la meglio su Justin Gimelstob a punteggio acquisito, e la seconda in occasione della successiva drammatica finale persa con la Svezia, quando perse in due set, sempre a punteggio acquisito, con Magnus Gustafsson. L’anno successivo venne convocato per la sfida di primo turno con la Svizzera, contro cui venne schierato nel match della prima giornata, riuscendo a tenere testa all’ex numero 9 del mondo, Marc Rosset, che vinse tre set al fotofinish con il punteggio di 7-6, 6-4, 7-6. La domenica, quando ormai la Svizzera aveva messo in cascina la vittoria, Pozzi superò in due set un giovanissimo ma già promettente Roger Federer.

Nel 2000 Pozzi dimostrò a tutti che l’età anagrafica spesso non conta se c’è la salute fisica e la freschezza mentale. Quell’anno infatti, a 35 anni suonati, raggiunse le semifinali sull’erba del Queen’s, due settimane dopo si spinse fino agli ottavi di finale a Wimbledon, dove venne fermato dal tennista dello Zimbabwe, Byron Black, e in agosto partecipò ai giochi olimpici di Sydney, da cui venne eliminato al secondo turno. Grazie a questi e ad altri risultati, nel gennaio del 2001 raggiunse la posizione numero 40 della classifica mondiale, che rimarrà il suo best ranking. Solo nel 2004, all’età di 39 anni di cui 20 trascorsi a giocare a tennis da professionista, Pozzi decise di lasciare l’attività agonistica.

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Gianluca Pozzi e altri membri dello staff dell’Accademia Tennis Bari

Come tanti ex giocatori che amano il tennis e non possono fare a meno di stare in campo, pena un’immensa sofferenza, da qualche anno Pozzi si dedica all’insegnamento. Dal 2014 fa parte dello staff dell’Accademia Tennis Bari, dove mette a disposizione dei tennisti in erba la sua storia e la sua esperienza, patrimonio del tennis italiano.

*Alcune informazioni contenute in questo pezzo sono state tratte dall’articolo “Pozzi, piccola storia italiana”, uscito il 1° ottobre 1991 su La Repubblica a firma di Gianni Clerici.

Tennis e scaramanzie: riti e abitudini dei campioni

Maria Sharapova
Maria Sharapova

Internazionali BNL d’Italia 2018. Al primo turno Maria Sharapova affrontava l’australiana Ashleigh Barty sul campo della Next Gen Arena. Non potevo perdere l’occasione di veder giocare la russa così da vicino. Così mi sono seduto nella tribuna laterale per scrutarne meglio i movimenti, la gestualità e le espressioni del viso. Sono entrato così nel mondo di riti e abitudini che caratterizzano la tennista russa. A parte la sua nota ‘paura’ di mettere i piedi sulle righe del campo tra un punto e l’altro, pena la peggiore delle catastrofi tennistiche, la prima cosa che mi ha colpito è stata la preparazione della risposta al servizio: ogni volta Maria dava per qualche secondo le spalle all’avversaria e in quella frazione fissava un punto indecifrabile sul fondo del campo, stringendo il pugno per darsi la carica; poi si girava e si posizionava per rispondere. É come se in quei momenti focalizzasse qualcosa o liberasse la mente. Un’altra particolarità che ho notato durante l’incontro è legata al suo turno di servizio: le ero così vicino che pensavo di farle un primo piano con la fotocamera del telefonino. Mi sono detto: ‘La immortalo appena si gira verso il raccattapalle che sta dalla mia parte per farsi dare le palline’. Per tutto il primo set la Sharapova non le ha mai chieste a quel raccattapalle posizionato alla sua sinistra. Avrà voluto farmi un dispetto? Non credo. Un caso? Forse. Una scaramanzia? Molto probabile.

Flavia Pennetta
Flavia Pennetta

Questo per raccontarvi che tutti i tennisti ne hanno almeno una, confessabile o inconfessabile, evidente o impercettibile, dentro o fuori dal campo. Dal servire con la stessa pallina con cui si è vinto il punto precedente (molti lo fanno, tra questi Richard Gasquet) alle bottiglie d’acqua posizionate allo stesso modo a ogni cambio campo. Ci sono poi scaramanzie legate all’abbigliamento: negli anni ho sentito storie riguardanti i polsini, le scarpe, i cappellini messi al contrario. Pare che Panatta, quando vinse il Roland Garros nel 1976, abbia indossato in tutti i match la stessa maglietta, ovviamente facendola lavare ogni volta. In diverse occasioni ho intervistato i migliori giocatori italiani e la curiosità mi ha spinto a indagare: Fabio Fognini, per esempio, ha molti riti scaramantici, ma ha preferito non svelarli, rifugiandosi in un diplomatico “[…] Se inizio a elencarli potremmo stare qui per giorni. Ogni atleta ha le proprie manie”; Andreas Seppi, invece, mi ha raccontato che in campo non ha particolari scaramanzie, mentre fuori “l’unico gesto che mi concedo è quello di usare sempre la stessa doccia durante tutto il torneo”, abitudine che è anche di Paolo Lorenzi. Mentre Flavia Pennetta come rito portafortuna mi ha raccontato che raccoglieva i suoi capelli in due modi: “Uno chignon nel singolo e una coda nel doppio”.

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Rafael Nadal

Ma veniamo ai riti dei campioni che spesso assumono la caratteristica di gesti compulsivi: il numero uno in questo senso è Rafa Nadal. Il suo ‘show’ inizia dall’entrata in campo che avviene rigorosamente con il borsone delle racchette sulla spalla destra e una racchetta nella mano sinistra. Al momento del sorteggio, nei pressi della rete con arbitro e avversario, non penso di averlo mai visto fermo: Rafa saltella ripetutamente sul posto, poi fa un passo avanti e uno indietro; terminato il sorteggio, si gira e fa uno scatto verso il fondo del campo. Durante il match sulla terra battuta non manca mai di dare una pulita alla riga di fondo, ma l’apice lo raggiunge quando serve o risponde: di solito parte con la cosiddetta ‘smutandata’, prima dietro e poi avanti, poi passa alla maglietta che solleva leggermente prima sulla spalla sinistra e poi su quella destra, infine mano destra sul naso, una passata dietro l’orecchio sinistro, poi di nuovo sul naso e poi una sistemata dietro quello destro. Vi invito infine a far caso al cambio di campo: Rafa è sempre il primo ad arrivare nei pressi della rete, ma si ferma e aspetta che il suo avversario passi prima di lui.

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Novak Djokovic

Una menzione speciale la merita anche Novak Djokovic e i rimbalzi infiniti quando si tratta di servire prima o seconda palla. Anni fa il serbo aveva l’abitudine di trascorrere circa 25 secondi secondi a ‘batter’ la pallina ripetutamente sul terreno di gioco, con il risultato di snervare gli avversari ma anche il pubblico. Nel tempo ha corretto questo suo rito (secondo me involontario), anche per motivi regolamentari, riducendo il numero dei rimbalzi. Ogni tanto però ci ricasca, soprattutto quando il match si fa teso, come nel caso del quarto di finale del Roland Garros 2018 perso contro il nostro Marco Cecchinato: con tutto che voglio bene a Djokovic, nel corso del quarto set al milionesimo rimbalzo ammetto di aver perso la pazienza e di aver lanciato qualche imprecazione.

Anche Roger Federer, seppur per un breve periodo, non è rimasto immune da un piccolo rito: farsi passare la pallina sotto le gambe prima di servire. Ma possiamo considerarlo un peccato veniale rispetto alla complessa gestualità di Rafa Nadal.

N.B. Questo articolo non pretende di essere esaustivo. Anzi, se qualcuno ricorda altri episodi, riti scaramantici o abitudini anche di tennisti del passato non esiti a segnalarlo nei commenti