Un romano al Foro Italico – Intervista a Matteo Berrettini

Sul numero di maggio del magazine La Freccia, in vista degli Internazionali BNL d’Italia la mai intervista all’astro nascente del tennis italiano, Matteo Berrettini, che la settimana scorsa ha conquistato il suo best ranking grazie alla vittoria del torneo ATP 250 di Budapest.

Danielle Collins e la dura scalata verso il tennis che conta

danielle-collinsAgli Australian Open, primo torneo dello Slam del 2019, l’americana Danielle Collins ha conquistato le semifinali, perdendo soltanto da Petra Kvitova. Ha così agguantato la 23esima posizione della classifica mondiale e un consistente prize money. Un ottimo risultato per una tennista che, nonostante i suoi 25 anni, fino a marzo 2018 non aveva mai vinto neanche un match nei tornei del circuito maggiore. Eppure Danielle è una giocatrice completa, che ha ottimi colpi e gioca sempre all’attacco. Ha forza fisica e mentale, nonché immensa dedizione. Ma tutto questo non basta per arrivare nel tennis che conta. Servono infatti tanti soldi, che lei non aveva. Soltanto la determinazione, la passione e un pizzico di fortuna le hanno permesso di fare il grande salto.

La storia di Danielle é molto singolare per una tennista professionista: nata e cresciuta in Florida,comincia a giocare a tennis a 8 anni nei campi comunali di Tampa. La sua famiglia, infatti, ha difficoltà economiche e non può permettersi di mandarla nei circoli privati, di pagare attrezzature e un coach. Così lei si accontenta di incrociare la racchetta di amatori sessantenni o di chiunque altro fosse disponibile, ripiegando anche su un muro. Continua così per parecchio tempo e, nonostante le difficoltà, negli anni dell’adolescenza si afferma come una delle più forti giocatrici juniores d’America.

La strada sembra tracciata e il grande salto nei tornei internazionali pare ormai alle porte. Ma ancora una volta il suo talento viene frenato dalla mancanza di denaro. Girare il mondo per giocare a tennis richiede un investimento economico ancora maggiore rispetto a quello degli esordi. Oltre all’attrezzatura e a un coach, le giocatrici devono sostenere le spese di viaggio. La Collins é costretta a rinunciare, optando quindi per l’iscrizione al college.

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Frequenta così il corso di laurea in comunicazione all’Università della Virginia e intanto prosegue con il tennis a livello amatoriale, conquistando nel 2014 il titolo NCAA, il circuito tennistico universitario, che le frutta una wild card per gli US Open. Lí viene eliminata in tre set da Simona Halep. Nonostante questo, per non perdere lo status di amatore, rinuncia al premio in denaro che spetta anche agli eliminati al primo turno. Nel 2016 riconquista il titolo NCAA e nel frattempo si laurea in comunicazione e ha tempo anche di frequentare un master in economia.

Il suo impegno viene premiato quando ottiene il contributo di 100.000 dollari che Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi d’America, nonché patron del torneo di Indian Wells, assegna al miglior giocatore del circuito universitario, regalando la possibilità di affacciarsi nel mondo del professionismo. Un’iniezione di risorse che apre a Danielle l’opportunità di giocare tornei internazionali del circuito minore, l’ideale per aprirsi la strada tra i professionisti della racchetta, cominciando a guadagnare punti nella classifica WTA.

Inizia così la scalata di Danielle Collins, che la vede fare il grande salto nel marzo del 2018: gioca le qualificazioni al prestigioso torneo di Miami e nel tabellone principale elimina nell’ordine le più quotate Begu, Coco Vandeweghe, Donna Vekic, Monica Puig e Venus Williams, che non la prende benissimo. Il resto è storia recente, che non sto qui a rievocare. Posso solo dire che, quando l’anno scorso agli Internazionali d’Italia ho visto giocare Danielle contro Camila Giorgi, in campo ho trovato una donna determinata e affamata di vittorie, forse perché sa quanto é stato difficile per lei arrivare fin lì.

Gianluca Pozzi, vent’anni da outsider del tennis italiano

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Gianluca Pozzi

Le nuove generazioni probabilmente non lo conoscono o non lo ricordano, ma chi si è avvicinato al tennis nei primi anni Novanta è impossibile che non abbia memoria di un outsider come Gianluca Pozzi. Mancino, atipico, schivo, Pozzi giocava un tennis non certo spettacolare, ma molto efficace sulle superfici veloci. Non lasciatevi ingannare dal fisico da impiegato, Gianluca era un giocatore d’attacco, resistente, dotato di colpi liftati difficili da contenere, tra cui un rovescio in back che diede fastidio ai giocatori più forti del mondo, ma anche di un servizio profondo e importanti numeri sotto rete, che gli permettevano di costruirsi il punto pure contro i grandi ‘picchiatori’ del tennis che cominciavano a emergere negli anni Novanta.

Ma andiamo per gradi. Da dove arrivava Gianluca Pozzi? Pugliese, uno dei sette figli (sei maschi e una femmina) di Giuliana e Valentino, grazie al papà imprenditore ebbe la possibilità di crescere con il campo da tennis in giardino, uno stimolo e una preziosa opportunità che permise quasi a tutti i figli di avvicinarsi a questo sport. Il più coinvolto fu Gianluca che, senza alcun aiuto da parte della Federazione Italiana Tennis, la quale in alcuni momenti gli mise anche i bastoni tra le ruote, con tenacia e testardaggine  riuscì a farsi strada nel mondo del tennis. Dopo il diploma e qualche esame di Economia e Commercio, Gianluca decise di abbandonare l’università e di provare la strada del professionismo, sapendo di poter contare solo sulle proprie forze. Nemmeno l’innata timidezza riuscì a fermare la sua voglia di emergere, così preparò lo zaino e nel 1984, a 19 anni, con le racchette sulla spalla si mise in viaggio alla ricerca di un spazio nel tennis mondiale. Cominciò a giocare tornei di qualificazione dall’altra parte del pianeta, competizioni dai miseri montepremi che a mala pena permettevano di coprire le spese di viaggio. Condusse una vita nomade, di abnegazione, che da sempre è tipica di tutti i tennisti che frequentano i tornei dei circuiti minori. Ma proprio grazie al suo spirito di sacrificio, dopo il primo anno di professionismo raggiunse la posizione numero 330 della classifica ATP. Sembrava che la strada fosse quella giusta e quindi continuò in quella direzione, ottenendo un’importante crescita a livello tecnico, che però negli anni successivi non si concretizzò in particolari successi. Nel 1988 infatti, dopo circa quattro anni di sacrifici, ricopriva ancora la posizione n. 165 del ranking mondiale.

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Ma Pozzi non era il tipo da arrendersi. E anche se parlava poco, e a voce molto bassa, ebbe abbastanza grinta per andare avanti. Bisogna riconoscere che il tempo e il lavoro gli diedero ragione: nel 1991 arrivò la svolta della sua carriera con il primo importante risultato a livello ATP, la vittoria al torneo di Brisbane. Pozzi arrivava sul cemento australiano da n. 137 del mondo. Quella settimana di metà settembre affrontò tutti specialisti del veloce, superando i padroni di casa Stolle, Woodbridge e Stoltenberg, e gli americani Jim Grabb e Aaron Krickstein, quest’ultimo liquidato in finale in due set con il punteggio di 6-3, 7-6. Questa prestazione di livello lo fece balzare alla 104esima posizione del ranking. Aveva 26 anni e sembrava un po’ tardi per affacciarsi sulla soglia dei top 100, considerato che Boris Becker a 17 anni aveva vinto Wimbledon. E invece Gianluca continuò a non mollare una palla, migliorando negli anni gioco e risultati, concentrando i suoi sforzi su superfici veloci dove il suo tennis era più efficace. Nel 1994 raggiunse gli ottavi di finale agli US Open, partendo dalle qualificazioni e liquidando nell’ordine il connazionale Renzo Furlan, l’israeliano Amos Mansford e il tedesco Zoecke, per poi fermarsi davanti a un altro tedesco, Bernd Karbacher, che lo eliminò in quattro set.

Dopo essere stato ignorato per anni da Adriano Panatta, capitano della squadra di Coppa Davis dal 1984 al 1997, che sicuramente aveva ragione a puntare in vari momenti nei più quotati Canè, Camporese e Gaudenzi, nell’era Bertolucci fu chiamato a vestire la maglia azzurra in quattro occasioni. La prima nel 1998 in semifinale contro gli USA, quando ebbe la meglio su Justin Gimelstob a punteggio acquisito, e la seconda in occasione della successiva drammatica finale persa con la Svezia, quando perse in due set, sempre a punteggio acquisito, con Magnus Gustafsson. L’anno successivo venne convocato per la sfida di primo turno con la Svizzera, contro cui venne schierato nel match della prima giornata, riuscendo a tenere testa all’ex numero 9 del mondo, Marc Rosset, che vinse tre set al fotofinish con il punteggio di 7-6, 6-4, 7-6. La domenica, quando ormai la Svizzera aveva messo in cascina la vittoria, Pozzi superò in due set un giovanissimo ma già promettente Roger Federer.

Nel 2000 Pozzi dimostrò a tutti che l’età anagrafica spesso non conta se c’è la salute fisica e la freschezza mentale. Quell’anno infatti, a 35 anni suonati, raggiunse le semifinali sull’erba del Queen’s, due settimane dopo si spinse fino agli ottavi di finale a Wimbledon, dove venne fermato dal tennista dello Zimbabwe, Byron Black, e in agosto partecipò ai giochi olimpici di Sydney, da cui venne eliminato al secondo turno. Grazie a questi e ad altri risultati, nel gennaio del 2001 raggiunse la posizione numero 40 della classifica mondiale, che rimarrà il suo best ranking. Solo nel 2004, all’età di 39 anni di cui 20 trascorsi a giocare a tennis da professionista, Pozzi decise di lasciare l’attività agonistica.

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Gianluca Pozzi e altri membri dello staff dell’Accademia Tennis Bari

Come tanti ex giocatori che amano il tennis e non possono fare a meno di stare in campo, pena un’immensa sofferenza, da qualche anno Pozzi si dedica all’insegnamento. Dal 2014 fa parte dello staff dell’Accademia Tennis Bari, dove mette a disposizione dei tennisti in erba la sua storia e la sua esperienza, patrimonio del tennis italiano.

*Alcune informazioni contenute in questo pezzo sono state tratte dall’articolo “Pozzi, piccola storia italiana”, uscito il 1° ottobre 1991 su La Repubblica a firma di Gianni Clerici.

Tennis e scaramanzie: riti e abitudini dei campioni

Maria Sharapova
Maria Sharapova

Internazionali BNL d’Italia 2018. Al primo turno Maria Sharapova affrontava l’australiana Ashleigh Barty sul campo della Next Gen Arena. Non potevo perdere l’occasione di veder giocare la russa così da vicino. Così mi sono seduto nella tribuna laterale per scrutarne meglio i movimenti, la gestualità e le espressioni del viso. Sono entrato così nel mondo di riti e abitudini che caratterizzano la tennista russa. A parte la sua nota ‘paura’ di mettere i piedi sulle righe del campo tra un punto e l’altro, pena la peggiore delle catastrofi tennistiche, la prima cosa che mi ha colpito è stata la preparazione della risposta al servizio: ogni volta Maria dava per qualche secondo le spalle all’avversaria e in quella frazione fissava un punto indecifrabile sul fondo del campo, stringendo il pugno per darsi la carica; poi si girava e si posizionava per rispondere. É come se in quei momenti focalizzasse qualcosa o liberasse la mente. Un’altra particolarità che ho notato durante l’incontro è legata al suo turno di servizio: le ero così vicino che pensavo di farle un primo piano con la fotocamera del telefonino. Mi sono detto: ‘La immortalo appena si gira verso il raccattapalle che sta dalla mia parte per farsi dare le palline’. Per tutto il primo set la Sharapova non le ha mai chieste a quel raccattapalle posizionato alla sua sinistra. Avrà voluto farmi un dispetto? Non credo. Un caso? Forse. Una scaramanzia? Molto probabile.

Flavia Pennetta
Flavia Pennetta

Questo per raccontarvi che tutti i tennisti ne hanno almeno una, confessabile o inconfessabile, evidente o impercettibile, dentro o fuori dal campo. Dal servire con la stessa pallina con cui si è vinto il punto precedente (molti lo fanno, tra questi Richard Gasquet) alle bottiglie d’acqua posizionate allo stesso modo a ogni cambio campo. Ci sono poi scaramanzie legate all’abbigliamento: negli anni ho sentito storie riguardanti i polsini, le scarpe, i cappellini messi al contrario. Pare che Panatta, quando vinse il Roland Garros nel 1976, abbia indossato in tutti i match la stessa maglietta, ovviamente facendola lavare ogni volta. In diverse occasioni ho intervistato i migliori giocatori italiani e la curiosità mi ha spinto a indagare: Fabio Fognini, per esempio, ha molti riti scaramantici, ma ha preferito non svelarli, rifugiandosi in un diplomatico “[…] Se inizio a elencarli potremmo stare qui per giorni. Ogni atleta ha le proprie manie”; Andreas Seppi, invece, mi ha raccontato che in campo non ha particolari scaramanzie, mentre fuori “l’unico gesto che mi concedo è quello di usare sempre la stessa doccia durante tutto il torneo”, abitudine che è anche di Paolo Lorenzi. Mentre Flavia Pennetta come rito portafortuna mi ha raccontato che raccoglieva i suoi capelli in due modi: “Uno chignon nel singolo e una coda nel doppio”.

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Rafael Nadal

Ma veniamo ai riti dei campioni che spesso assumono la caratteristica di gesti compulsivi: il numero uno in questo senso è Rafa Nadal. Il suo ‘show’ inizia dall’entrata in campo che avviene rigorosamente con il borsone delle racchette sulla spalla destra e una racchetta nella mano sinistra. Al momento del sorteggio, nei pressi della rete con arbitro e avversario, non penso di averlo mai visto fermo: Rafa saltella ripetutamente sul posto, poi fa un passo avanti e uno indietro; terminato il sorteggio, si gira e fa uno scatto verso il fondo del campo. Durante il match sulla terra battuta non manca mai di dare una pulita alla riga di fondo, ma l’apice lo raggiunge quando serve o risponde: di solito parte con la cosiddetta ‘smutandata’, prima dietro e poi avanti, poi passa alla maglietta che solleva leggermente prima sulla spalla sinistra e poi su quella destra, infine mano destra sul naso, una passata dietro l’orecchio sinistro, poi di nuovo sul naso e poi una sistemata dietro quello destro. Vi invito infine a far caso al cambio di campo: Rafa è sempre il primo ad arrivare nei pressi della rete, ma si ferma e aspetta che il suo avversario passi prima di lui.

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Novak Djokovic

Una menzione speciale la merita anche Novak Djokovic e i rimbalzi infiniti quando si tratta di servire prima o seconda palla. Anni fa il serbo aveva l’abitudine di trascorrere circa 25 secondi secondi a ‘batter’ la pallina ripetutamente sul terreno di gioco, con il risultato di snervare gli avversari ma anche il pubblico. Nel tempo ha corretto questo suo rito (secondo me involontario), anche per motivi regolamentari, riducendo il numero dei rimbalzi. Ogni tanto però ci ricasca, soprattutto quando il match si fa teso, come nel caso del quarto di finale del Roland Garros 2018 perso contro il nostro Marco Cecchinato: con tutto che voglio bene a Djokovic, nel corso del quarto set al milionesimo rimbalzo ammetto di aver perso la pazienza e di aver lanciato qualche imprecazione.

Anche Roger Federer, seppur per un breve periodo, non è rimasto immune da un piccolo rito: farsi passare la pallina sotto le gambe prima di servire. Ma possiamo considerarlo un peccato veniale rispetto alla complessa gestualità di Rafa Nadal.

N.B. Questo articolo non pretende di essere esaustivo. Anzi, se qualcuno ricorda altri episodi, riti scaramantici o abitudini anche di tennisti del passato non esiti a segnalarlo nei commenti

Jennifer Capriati: bambina prodigio, anima fragile

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Jennifer Capriati agli esordi

Nel corso della sua carriera tennistica Jennifer Capriati ha vinto 14 titoli WTA di singolare, di cui tre tornei del Grande Slam, uno di doppio e un oro olimpico a Barcellona, guadagnando la prima posizione della classifica mondiale e premi per oltre 10 milioni di dollari. Messa così potrebbe sembrare la presentazione di una qualsiasi campionessa di questo sport. E invece la vicenda professionale e umana della Capriati è stata molto più tortuosa e complessa, al punto di scuotere il mondo del tennis, costringendolo a rivedere alcune regole.

La bambina prodigio

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Jennifer con papà Stefano

È poco più di una bambina Jennifer Capriati quando, nel 1989, ad appena 13 anni si aggiudica i prestigiosi tornei juniores come il Roland Garros, gli US Open e altri appuntamenti importanti. In campo esibisce grinta e talento, Jennifer, dimostrando di essere più forte dei suoi coetanei e quindi già pronta per palcoscenici più importanti. La Capriati fa così il suo esordio tra i professionisti il 5 marzo del 1990, a pochi giorni dal compimento dei suoi 14 anni, partecipando al Virginia Slims of Florida che si gioca a Boca Raton, nella contea di Palm Beach. La giovane atleta non si mostra per niente intimidita e regala una prestazione stupefacente, battendo tenniste esperte e talentuose come la francese Nathalie Tauziat e Helena Sukovà e spingendosi fino alla finale, dove viene fermata, non senza difficoltà, dalla campionessa argentina Gabriela Sabatini. Si consacra così la più giovane tennista della storia ad aver raggiunto un traguardo così prestigioso nel tennis professionistico. Da quel momento è un’ascesa inarrestabile quella della Capriati: la settimana successiva al torneo di Boca Raton, sbarca sulla terra verde di Hilton Head, dove viene fermata soltanto in finale da Martina Navratilova. Seguita e accudita costantemente da papà Stefano, originario di Brindisi, sempre nel 1990 arriva in semifinale al Roland Garros e vince il suo primo torneo tra i professionisti a Dorado, in Porto Rico, entrando tra le prime dieci giocatrici del mondo a soli 14 anni, un altro record straordinario. E continuerà a vincere tanto anche nel 1991 e nel 1992, aggiudicandosi addirittura la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona.

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La Capriati in campo

E il 1993 sembra cominciare nel migliore dei modi, con la vittoria dei New South Wales Open di Sydney. Sulla soglia dei 17 anni inizia però a spezzarsi qualcosa nella solidità di questa bambina prodigio. Improvvisamente si scopre fragile e smarrita. È come se la sua giovanissima età le chiedesse conto di questa sua maturazione troppo precoce. I rapporti con il padre si fanno gradualmente sempre più tesi. Nulla di strano, se si pensa che Jennifer è un’adolescente, anche se è già un’affermata tennista che ha guadagnato milioni di dollari. Probabilmente in lei cresce il desiderio di appropriarsi del suo tempo, della sua età: magari vorrebbe uscire con le amiche o addirittura avere un fidanzato con cui fare tardi la sera, concedendosi qualche trasgressione.

Dall’inverno del 1993 Jennifer comincia a diradare sempre di più le partecipazioni ai tornei del circuito, finché nel mese di dicembre viene arrestata a Tampa, in Florida, per aver rubato un anello in una gioielleria. Si parla di cleptomania. Lo dichiara in un’intervista all’Adnkronos anche il professor Sergio De Risio, ordinario di Clinica Psichiatrica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, secondo il quale “il fatto che la Capriati sia tanto brava da essere campionessa di tennis vuol dire che, nonostante questo, c’è qualcosa in lei che non quadra, qualche elemento che continua a rivendicare e che esprime attraverso questo comportamento cleptomanico. La cleptomania esprime l’idea di riprendersi qualcosa che manca e nel rischio che l’azione comporta c’è la sfida”. Probabilmente Jennifer vuole riprendere in mano se stessa, la sua adolescenza, scrollandosi di dosso il peso delle responsabilità e delle aspettative. E lo fa trasgredendo le regole: nel maggio del 1994, infatti, viene nuovamente arrestata, questa volta per possesso di marijuana, mentre si trova a Coral Gables, in Florida. Il tennis non è più il suo primo pensiero, ma una trappola da cui fuggire.

Proprio la vicenda della Capriati, spinge la WTA nel 1994 a scrivere regole molto più rigide per l’accesso al professionismo delle bambine prodigio della racchetta: a chi non ha compiuto ancora 14 anni vieta di giocare tornei validi per il circuito ITF o WTA, mentre dai 14 ai 17 anni permette alle tenniste in erba di partecipare annualmente a un numero limitato di eventi, che aumentano progressivamente con l’avanzare dell’età: 8, 10, 12 e 16. Ma intanto è Jennifer a pagare lo scotto: sparisce per circa un anno e mezzo, non gioca più tornei, pare che si alleni poco e male.

Il ritorno

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Gli anni del ritorno

Poi nel 1996 la Capriati torna a giocare, oscillando sempre tra alti e bassi, vittorie e momenti di vuoto. Solo con l’arrivo nel nuovo millennio, la tennista americana riesce a raggiungere finalmente risultati strepitosi: nel 2001 vince due tornei del Grande Slam, Australian Open e Roland Garros, conquistando la prima posizione della classifica mondiale, per poi bissare il successo in Australia anche nel 2002. Ma l’anima fragile e tormentata di Jennifer riemerge prepotentemente insieme a una serie di guai fisici che la costringono ad operarsi e ad abbandonare nel 2004, ad appena 28 anni, l’attività agonistica.

Negli anni ammette di soffrire di depressione e nel 2010 viene ricoverata d’urgenza per quella che inizialmente sembra un’overdose da sostanze stupefacenti, che poi si rivela, come specificato dal portavoce della famiglia Capriati, “un sovradosaggio accidentale di un farmaco prescritto dal suo medico personale”. Nel 2012 viene inserita tra i membri della prestigiosa International Tennis Hall of Fame, ma poco tempo dopo balza nuovamente alle cronache per una denuncia presentata dal golfista statunitense Ivan Brannan, suo ex fidanzato, che afferma di esser stato picchiato dalla campionessa al culmine di una lite. È sempre la stessa Jennifer, fragile e tormentata.

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Nell’Hall of Fame

Nel 2015 scompare all’età di ottant’anni il papà, Stefano Capriati, figura controversa e discussa a cui spesso sono state attribuite responsabilità per le numerose fragilità della figlia. “Amo mia figlia più di quanto immagini. Ma dalle mie parti abbiamo un proverbio che dice ‘quando la mela è matura, mangiala’. Jennifer è matura. Solo dio sa se si stancherà del tennis, ma se e quando accadrà, avrà comunque guadagnato più soldi di quanti io potrei mai darle” aveva dichiarato l’uomo al giornalista Bud Collins negli anni dell’esplosione di Jennifer, come riportato da Ubitennis.com, per poi confessare molto tempo dopo di aver esagerato nel metterle pressione: “Avrei dovuto lasciarle più spazio. Invece cucinavo per lei, vivevo con lei 24 ore al giorno. A volte mi diceva ‘Non voglio allenarmi questa settimana’ ma io insistevo perché si preparasse per il prossimo torneo”. Nonostante tutto, Jennifer l’ha sempre amato e compreso. Lo confermano le parole che gli riservò quando entrò a far parte dell’International Tennis Hall of Fame, riportate da Daniele Vallotto sul sito Ubitennis.com: In questo momento voglio davvero ringraziare mio padre per avermi insegnato tutto quello che so e per avermi dato le basi del mio tennis. Sapeva come insegnarmi nella maniera migliore perché io comprendessi e mi fidassi di lui. Mi ha insegnato molto anche della vita fuori dal campo. Mi ha insegnato cos’è l’amore senza condizioni, cosa vuol dire esserci sempre. Ha un cuore d’oro, e ti ringrazio, papà, per essere come sei”.