“Mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso” – Intervista a Ernesto Bassignano

Copertina Il grande Bax!
Copertina de ‘Il grande Bax’

Da quarant’anni cantautore e operatore culturale, giornalista e produttore musicale. Ernesto Bassignano è stato uno di quei “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno fatto la storia dell’indimenticabile Folkstudio, fucina di talenti romani e non solo. Ma è anche il fine intrattenitore che ha condotto per undici anni la trasmissione radiofonica Ho perso il trend, sulle frequenze di Radio 1 Rai, arrivando a conquistare mezzo milione di ascoltatori ogni giorno. Mesi fa, a tre anni dal suo precedente lavoro, Bassignano ha pubblicato l’album Il grande Bax!, prodotto da Mauro D’Angelo per l’etichetta Atmosfera. Un disco composto da nove brani d’autore, otto firmati dall’artista romano e uno scritto nel 1968 dal cantautore Duilio del Prete, scomparso ormai da 20 anni. Alcuni introspettivi e nostalgici, come Chi sono davvero, altri che raccontano con arguzia il nostro tempo senza rinunciare alla poesia, come Davanti a uno schermo e Gente di passaggio. Un album da sfogliare alla stregua di un libro fotografico, canzoni come istantanee di quarant’anni di vita e di arte.

Ernesto, sieti rimasti in pochi a far dischi di questo spessore poetico.
È vero, siamo rimasti in pochi. Quello che però mi fa incazzare da morire è che, nonostante le recensioni positive che il disco ha ricevuto, continuano a non invitarmi al Premio Tenco.

Come te lo spieghi?
Prima di tutto pago il fatto di essere considerato un giornalista che canta. Il problema poi è che io sono un ex funzionario del PCI e questo va a mio sfavore. Oltretutto non sono un anarchico, non ho mai fatto parlare il manager al mio posto, anzi, ci ho messo sempre la faccia. Per di più mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso.

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Un fatto che raccontano in pochi è che tu hai collaborato per tanti anni con un grande artista come Umberto Bindi.
Sì, ho scritto molte canzoni per lui. Quattro brani firmati da me sono nel disco Di coraggio non si muore, uscito nel 1996 per l’etichetta Fonopoli di Renato Zero. Per l’occasione scrissi anche un libro su di lui insieme a un mio amico che fa lo storico della canzone. Sia il libro che il disco non ricevettero una promozione adeguata. Renato poi volle portare Umberto al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls, presentando il brano Letti. Il connubio non fu un granché. Quel brano avrebbe dovuto cantarlo per intero Bindi seduto al pianoforte, e invece Renato spinse per far entrare nella partita anche i New Trolls e il pezzo perse di efficacia. Comunque sono contento di aver collaborato per undici anni con Umberto.

Una persona non sempre rispettata nell’ambiente musicale, che ha sofferto tantissimo.
Perché era il più bravo di tutti. Secondo me Il nostro concerto, Arrivederci, La musica è finita e Il mio mondo sono le quattro canzoni più importanti della musica italiana. La sua è stata una perdita colossale per la musica, per la cultura e anche per me che gli volevo bene.

Parliamo del Folkstudio. Hai nostalgia di quegli anni?
Mi sembra di aver sognato. Un sogno fatto di fumo, di corridoi bui, di sangria. Un mondo straordinario in un’epoca rivoluzionaria. Entravano e uscivano artisti del calibro di Gato Barbieri, Mariangela Melato, Gian Maria Volontè, Elio Petri. Poi c’eravamo io, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Giorgio Lo Cascio. Fino al 1972 è stato bellissimo, poi loro hanno cominciato a fare dischi e io invece ho continuato a suonare alle Feste dell’Unità fino al 1976, guadagnando anche più dei miei colleghi, lo devo ammettere.

Avete scelto strade diverse.
Sì, io scrivevo canzoni di lotta e le pubblicavo con la Ariston. Quando provai a entrare nel 1975 alla RCA con Moby Dick, prodotto da Rino Gaetano, purtroppo l’album venne male. Mentre veniva eseguito il missaggio del disco, infatti, io ero in campagna elettorale e Rino era sdraiato in un campo con le sue birre disperate. Ecco perché Moby Dick non ebbe la risonanza che meritava. E così divenne una sorta di canto del cigno. La verità è che io preferivo stare in giro, in mezzo alla gente. Avevo scelto la canzone politica come ‘fucile’. Mi accorsi che era tutto finito quando Berlinguer mi prese da parte, dicendomi che i Soviet in Italia non sarebbero arrivati mai e che forse avrei dovuto pensare di più alla mia carriera artistica. Ma ormai era troppo tardi. Un’epoca era alla fine: il PCI stava cambiando pelle. L’errore fu pensare che l’Italia diventasse rossa.

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Quanto gli artisti di Cantacronache influenzarono la tua scrittura musicale?
All’inizio sono stato molto ispirato da loro. Io sono venuto da Cuneo con Duilio del Prete, quindi figurati. Amavo il mondo di Straniero, Bosio, Liberovici, Portelli, e io volevo essere un prosecutore del Cantacronache, che purtroppo nel frattempo era morto. Dalle sue ceneri erano nati Il Canzoniere Internazionale di Settimelli e il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli. Io in quegli anni mi ponevo a metà strada tra la canzone d’autore e quella di lotta. Ero un ‘tenchiano’: volevo una canzone poetica, lirica, ma impegnata. Venni sconfitto: da una parte era venuto fuori l’ermetismo di De Gregori, dall’altra c’era il pop. Una canzone ‘alla Tenco’ non c’era stata più. Io ero a metà tra la lotta e la canzone d’autore.

Hai qualche rimpianto?
Questa è una domanda terribile. Io vivo di rimpianti, mia moglie e i miei amici mi rimproverano molto per questo, dovrei guardare al futuro e fregarmene di tanta merda che mi hanno fatto mangiare. Comunque il rimpianto più grande è di non aver capito un po’ prima quello che stava succedendo. Ho fatto il militante ferreo fino alla fine e questo è stato sbagliato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Thomas Muster: caduta e resurrezione «dell’animale»

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Thomas Muster

Ieri é iniziato il torneo ATP di Miami, uno dei Master1000 della stagione, appuntamento che tanti anni fa segnò l’esistenza del tennista Thomas Muster. Appena ventunenne e in piena ascesa, il campione austriaco vide la sua vita e la sua carriera scorrere veloce davanti ai propri occhi nel parcheggio dell’impianto di Miami. Ma prima di raccontare caduta, resurrezione e trionfi di quello che molti addetti ai lavori al tempo ribattezzarono ‘l’animale’, é il caso di spiegare ai più giovani chi é stato Muster negli anni Novanta, ovvero uno dei più grandi tennisti sulla terra battuta del decennio. Vincitore del Roland Garros nel 1995 e numero 1 del mondo nei primi mesi del 1996, Muster ha vinto quarantaquattro titoli ATP, di cui quarantuno sulla terra rossa. Atleta eccezionale, gambe e fiato da maratoneta, istinto animale, l’austriaco surclassava i propri avversari prima sul piano fisico, grazie a una solidità e una resistenza eccezionale, e poi su quello tecnico, imponendo i suoi colpi arrotati e martellanti da fondocampo. Non si distinse di certo per la bellezza del suo tennis, ma per l’efficacia sì.

Eppure la carriera di Thomas Muster il 1° aprile 1989 sembrava compromessa, addirittura al capolinea. Il tennista era impegnato proprio nel torneo di Miami, sull’isolotto di Key Biscayne, e aveva appena battuto in semifinale il francese Yannick Noah, dopo una fantastica rimonta che si era conclusa al quinto set con il punteggio 5-7, 3-6, 6-3, 6-3, 6-2.  Thomas aveva ventuno anni e si era già affermato come specialista della terra rossa, vincendo i primi tornei su quella superficie. Questa finale avrebbe rappresentato un’importante chance di consacrazione anche sul cemento, proiettandolo tra i protagonisti assoluti del circuito ATP. L’indomani avrebbe dovuto affrontare il campione Ivan Lendl per il titolo, ma quel match non si disputò mai. All’uscita dall’impianto infatti, mentre era intento a sistemare l’attrezzatura nel bagagliaio della propria auto, gli piombò addosso a tutta velocità una vettura guidata da un uomo ubriaco. Thomas fu sbalzato per alcuni metri e il ginocchio sinistro sembrò subito compromesso. Finì sotto i ferri e i dottori immediatamente furono molto scettici sulle condizioni della sua gamba e sulla possibilità di tornare a giocare.

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Muster si allena sulla panca, 1989

In quel momento uscì fuori l’animo del combattente, l’animale ferito che lotta fino all’ultimo respiro. Non poteva finire in questo modo. A un paio di mesi dall’incidente, Muster partecipò alla cerimonia di premiazione degli Internazionali d’Italia sul Centrale del Foro Italico, quell’anno vinti dall’argentino Alberto Mancini, una presenza quella dell’austriaco che sapeva tanto di riconoscimento consolatorio per una carriera terminata così presto. “Camminavo ancora con le stampelle” raccontò alla Gazzetta dello Sport nel 2015. “La gente si commosse, e quando dissi al microfono ‘Tornerò l’anno prossimo per vincere il torneo’ vidi che tutt’attorno erano risolini e facce piene di dubbi. È vero, era una scommessa un po’ azzardata, in realtà avrei potuto addirittura rimanere zoppo”. Probabilmente il pubblico non conosceva abbastanza il temperamento dell’austriaco, quindi prese le sue dichiarazioni come battute di buon auspicio, magari per farsi forza. Non sapevano che Thomas stesse già programmando il suo rientro. Si era fatto costruire da un falegname una sedia speciale che gli permise di riprendere gli allenamenti anche durante la riabilitazione. Ricominciò a giocare da seduto, allenando il busto e il braccio e mantenendo ferma e sollevata da terra la gamba ingessata. Compiendo un autentico miracolo, Muster fu pronto al rientro nel mese di settembre del 1989, ad appena cinque mesi e mezzo dall’incidente. E mantenne la promessa: partecipò all’edizione del 1990 degli Internazionali d’Italia, conquistando il torneo. In finale batté il russo Andrej Chesnokov con il punteggio di 6-1, 6-3, 6-1. Quella fu la sua resurrezione, l’inizio della sua nuova vita.

Dedizione e sacrificio fecero sì che l’austriaco si imponesse a metà degli anni Novanta come grande dominatore sulla terra rossa. Nel 1995 vinse 12 tornei e 40 match di fila sulla terra, record superato soltanto anni dopo da Rafa Nadal con le sue 81 vittorie sul rosso. Quell’anno vinse di nuovo gli Internazionali d’Italia, superando in finale un altro specialista come lo spagnolo Sergi Bruguera, poi conquistò gli Open di Francia, battendo in finale Michael Chang a cui non concesse nemmeno un set. Ma la vittoria più incredibile dell’annata fu quella ottenuta al torneo di Monte Carlo. Quella settimana Muster appariva più stanco del solito. Nonostante le condizioni non ottimali raggiunse la semifinale, dove incontrò il nostro Andrea Gaudenzi, amico e compagno di allenamenti. Il match fu molto tirato e carico di tensioni, assumendo nel finale toni drammatici: l’austriaco portò a casa la vittoria in due set, ma uscì in barella e fu ricoverato in ospedale, dove trascorse la notte attaccato a una flebo. Nell’altra semifinale il tedesco Boris Becker aveva avuto ragione in tre set del croato Goran Ivanisevic e aspettava in finale Muster. In molti avrebbero scommesso che quella sfida non si sarebbe giocata, considerate le condizioni dell’austriaco appena ventiquattro ore prima. Invece Thomas, uscito dall’ospedale il mattino dopo, decise di scendere in campo ugualmente contro “Bum Bum” Becker, in quel momento numero 2 del mondo, disputando un match memorabile. Muster sembrava rinato: correva da una parte all’altra senza sosta, costringendo Becker a una estenuante maratona. Nonostante tutto il tedesco si aggiudicò i primi due set per 6-4, 7-5, apparendo più lucido nei momenti decisivi. L’austriaco portò a casa agevolmente il terzo set per 6 giochi a 1, sfruttando un calo dell’avversario. Ma fu il quarto set a rappresentare il nodo cruciale del match: i due procedettero in equilibrio fino al 6 pari; nel tie-break Becker riuscì ad allungare sul 6-4, guadagnando due match point che però sciupò malamente con un doppio fallo e un dritto a rete. Da quel momento Muster salì in cattedra: vinse prima il tie-break per 6 a 8 e poi giocò un quinto set senza sbavature, rifilando un sonoro 6-0 a un Becker annichilito. Bum bum uscì dal campo furioso, e in conferenza stampa attaccò duramente Muster, gettando sospetti su questo suo rapido recupero. Thomas rispose sottoponendosi volontariamente al test antidoping, che risultò negativo, eliminando così qualsiasi sospetto sulla sua straordinaria vittoria.

Come ho già detto, nel febbraio del 1996 Muster diventò numero uno del mondo e a maggio si laureò di nuovo campione degli Internazionali d’Italia, battendo in finale l’olandese Richard Krajicek. A questo proposito nel 2015, sempre alla Gazzetta dello Sport, confessò: “Ho avuto da subito un rapporto particolare col vostro paese e il vostro pubblico, che ha sempre capito i miei sforzi e li ha apprezzati. Anche anni dopo, quando sono tornato al torneo, la gente mi fermava: ‘Ciao, Tommaso’. Mi riconoscevano più che in Austria”. 

 

Corrado Borroni, il tennista sconosciuto che “stese” Kafelnikov e conquistò il Foro Italico

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Corrado Borroni

Ieri sera ho guardato il calendario e, facendo due conti veloci, ho realizzato che mancano meno di due mesi all’inizio dell’edizione 2018 degli Internazionali BNL d’Italia di tennis. Come faccio ogni anno a ridosso di questo grande evento, ho cominciato a scavare nella memoria in cerca delle storie più belle, bizzarre, incredibili che hanno contraddistinto negli anni questo prestigioso torneo. Certamente una delle più folli e magnifiche risale al 1995, ed è quella di Corrado Borroni, lo sconosciuto tennista milanese, originario di Garbagnate, che mise in ginocchio un campione in ascesa come Evgenij Kafelnikov, spingendosi fino agli ottavi di finale degli Internazionali d’Italia.

Parliamo dell’anno in cui tra le teste di serie in tabellone c’erano nomi del calibro di Pete Sampras, Michael Chang, Sergi Bruguera, Stefan Edberg, Goran Ivanisevic, Wayne Ferreira, Jim Courier, Todd Martin, Thomas Muster e, appunto, Evgenij Kafelnikov. Tra loro figurava anche l’ottimo Andrea Gaudenzi, il tennista italiano che proprio a febbraio di quell’anno aveva raggiunto il suo best ranking: la diciottesima posizione della classifica ATP di singolare. Oltre a lui, a rappresentare i nostri colori erano presenti anche l’inossidabile Renzo Furlan e le wild card Gianluca Pozzi e Stefano Pescosolido. A loro si aggiunse il ventitreenne Corrado Borroni, in quei giorni numero 411 della classifica ATP, che proveniva dalle qualificazioni dove aveva superato il peruviano Venero, l’argentino Marcelo Charpentier e il marocchino Karim Alami.

Non nego che ci fu parecchio scetticismo tra gli appassionati quando nel tabellone principale apparve il nome di tale Borroni, conosciuto soltanto dagli addetti ai lavori. Soprattutto poi quando il sorteggio decise che il suo avversario sarebbe stato il campione russo Evgenij Kafelnikov. Borroni era fisicamente forte e robusto, portava capelli neri lunghissimi, che non tagliava da circa sette anni, tenuti a bada da una fascia che gli cingeva la fronte. Giocava un tennis aggressivo, sfoderando un micidiale rovescio a una mano. Con Kafelnikov non aveva molto da perdere e  così giocò quello che di solito si definisce il match della vita. Sorprendendo tutti, vinse in tre set con il punteggio di 3-6, 7-5, 6-3. Chissà cosa avrà pensato il russo mentre veniva trafitto dal rovescio devastante di questo perfetto sconosciuto, magari a uno scherzo degli organizzatori o del destino. Dal nulla Borroni si ritrovò sulle prime pagine dei giornali, protagonista dei tg sportivi e non. Nel giro di poche ore divenne l’idolo del Foro Italico.

E allora via al secondo turno, a dimostrare che il suo non era stato un colpo di fortuna: sul Campo 2, protetto dagli alti pini e con la gente che sgomitava per vederlo, Corrado affrontò lo spagnolo Roberto Carretero, un ‘terraiolo’, come a quel tempo lo erano tutti i suoi connazionali, ma niente di speciale. Il match fu molto tirato, carico di tensione, e alla fine la spuntò l’italiano, portando a casa due tie-break. Borroni si confermò eroe nazionale, anche in virtù del fatto di essere l’unico azzurro a qualificarsi quell’anno agli ottavi di finale. Subito tra gli appassionati si diffuse la Borroni-mania. Nei circoli di tennis in tanti cominciarono a coltivare la speranza di diventare gli outsider della prossima edizione. Intanto, però, la domanda ricorrente era: “Dove può arrivare Borroni? Ai quarti? In semifinale? Può vincere?”. Il sogno continuava! A riportare tutti sul pianeta terra ci pensò un “certo” Stefan Edberg, che a Roma non giocava da più di dieci anni. La favola di Corrado si infranse sull’elegante serve & volley dello svedese, il quale si impose con un secco 6-0, 6-2. Nonostante la sconfitta, lo sconosciuto tennista milanese guadagnò circa 170 posizioni nel ranking ATP, tanta fama e il soprannome di ‘Cenerentolo’, proprio per la fiaba che aveva appena vissuto.

Dopo l’exploit di Roma, però, non ottenne più risultati di quella rilevanza, complici anche diversi problemi fisici che gli impedirono di trovare continuità e condizione. Gli unici traguardi degni di nota furono la semifinale al challenger di Merano e il raggiungimento del suo best ranking, ovvero la 147esima posizione della classifica ATP. Ma era a Roma che Corrado riusciva a dare il meglio: quando vedeva i campi del Foro Italico, forse per la cornice suggestiva, diventava indomabile. Nel 1996, infatti, ritornò al Foro e riuscì nuovamente a superare le qualificazioni. Entrò così nel tabellone principale degli Internazionali d’Italia per la seconda volta consecutiva e, ironia della sorte, al primo turno trovò ancora Kafelnikov. Questa volta, però, il russo non si fece sorprendere e diede fondo a tutto il suo repertorio pur di portare a casa il match. Alla fine la spuntò in tre set con il punteggio di 4-6, 6-3, 6-4.

Non sempre le favole hanno un lieto fine. Nel settembre del 1996 a Borroni fu diagnosticata l’artrosi a entrambe le anche. Inizialmente seguì una serie di cure e provò a continuare con la carriera agonistica, ma al termine del 1997 capì che non poteva andare avanti. Così, tra mille rimpianti, fu costretto a ritirarsi, lasciando incompiuta questa favola di cui non sapremo mai il finale. Sì perché, se avesse proseguito con il tennis professionistico, la sua storia, da favola, si sarebbe potuta trasformare in epopea. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe andata a finire allo stesso modo. Chi lo sa…

Intervistato da Riccardo Bisti nel 2015, a vent’anni dall’exploit agli Internazionali d’Italia, Borroni dichiarò: “Cosa mi resta di quell’avventura? Tutto l’insieme. Fu un incredibile bagno di popolarità, mi riconoscevano tutti. A Roma avevo sempre le guardie del corpo, ovunque andassi. Sapete, da poco c’era stato l’attentato a Monica Seles e il problema della sicurezza per i tennisti era molto sentito. All’inizio fu bellissimo, poi divenne un po’ pesante perché arrivi al punto in cui non hai un momento per te stesso. E anche quando sono tornato a casa era un continuo riconoscermi. Però è stato spettacolare, Roma e i romani sono stati eccezionali. Mi avevano adottato. Anche grazie a loro, ogni tanto, posso ricordare quella bella avventura”.

Per scrivere questo pezzo ho consultato le seguenti interviste:
Riccardo Bisti, La favola di Corrado Borroni, 20 anni fa “Cenerentolo” emozionava il Foro, www.federtennis.it
Gianfilippo Maiga, Intervista a Corrado Borroni, http://www.spaziotennis.com

Daniele ‘Barny’ Bagni: dai Ladri di Biciclette agli EMOTU, passando per i Litfiba – L’intervista

Daniele Bagni
Daniele ‘Barny’ Bagni

Daniele ‘Barny’ Bagni è uno di quei musicisti che per raccontarlo non basterebbe un libro. Sì, perché sono trent’anni che viaggia su e giù per la Penisola assetato di musica, alla costante ricerca di una nuova emozione. Ha suonato il suo basso prima nei Ladri di Biciclette e poi nei Litfiba, si è confrontato con musicisti del calibro di Billy Preston e Vinnie Colaiuta, si è esibito su ogni tipo di palco, da quello enorme del Festival di Sanremo alle pedane dei club. In questo piccolo spazio cerchiamo di ripercorrere insieme un pezzo della sua storia musicale, partendo dal presente, dagli EMOTU, la band di Parma con cui Barny ha appena pubblicato il disco Meccanismi Imperfetti, anticipato a dicembre dal singolo Ogni cent’anni. Otto brani caratterizzati da una marcata e gustosa impronta new wave, da testi e arrangiamenti elaborati con la sapienza dei veri artigiani della musica.

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Daniele, partiamo dagli EMOTU e dal vostro Meccanismi imperfetti. Come e quando sei diventato parte di questo progetto? 
L’incontro con gli EMOTU è avvenuto nel gennaio del 2016. Stavo curiosando sul web in un forum di musicisti quando ho letto l’annuncio: band di Parma cerca bassista per completare gli arrangiamenti del nuovo album, genere post-new wave/industrial con testi in italiano. Ho mandato un WhatsApp al numero di cellulare dell’annuncio e dopo circa 10 minuti mi ha risposto Maxx Rivara (cantante e tastierista della band). Abbiamo fissato un incontro anche con la Vitto e Genna (Vittoria Pezzoni, la batterista, e Gennaro Splenito, chitarre e sinth) per conoscerci e ascoltare quelle che erano le prime demo di Meccanismi Imperfetti. Ricordo che al ritorno verso casa, in auto, ascoltai ancora i brani e rimasi particolarmente colpito da quello che ora si intitola Eva su Marte. La mattina seguente iniziai subito a lavorarci sopra per trovare una linea di basso che “girasse bene” sull’arrangiamento ideato dai ragazzi. In serata avevo già qualcosa da fare sentire alla band. In realtà oltre al nuovo basso, proposi anche modifiche alla stesura delle varie parti della canzone, cosa che feci poi pure negli altri brani dell’album, perché sentivo che c’erano idee musicali molto belle ma dovevano essere, secondo me, posizionate nel punto giusto della canzone. Con mia grande felicità gli altri approvarono le mie proposte e a quel punto ero diventato un EMOTU.

Ladri di bici

Tu hai una lunga storia musicale alle spalle, che affonda radici negli anni Ottanta, con i Ladri di Biciclette di Paolo Belli. Due album molto interessanti, Ladri di biciclette e Figli di un do minore, grandi successi di vendite ed enorme visibilità. Che anni furono quelli per te?
Nell’aprile del 1988 un mio caro amico Raffaele Chiatto, ora chitarrista di Umberto Tozzi, mi telefonò e mi propose di fare un provino con una band di Carpi in cui lui già suonava da un paio di mesi. Mi portò una ormai preistorica audiocassetta, che custodisco ancora tra le mie “reliquie musicali”, che conteneva, oltre ai provini dei brani che poi sarebbero diventati quelli del primo album Ladri di Biciclette, anche alcune canzoni di The Blues Brothers, Huey Lewis and The News, Kid Creole & The Coconuts e James Brown, che facevano parte in quel periodo del loro repertorio live.  Ricordo che nel giro di una settimana imparai tutti i brani e il giorno dell’audizione, dopo la prova, capii che sarei diventato il loro nuovo bassista. L’anno dopo, nel 1989, partecipammo al Festival di Sanremo, arrivammo ultimi (o quasi) ma nel giro di pochi mesi diventammo conosciutissimi in tutta Italia per via dell’originalità, la positività e la simpatia che questo progetto musicale infondeva nel pubblico e negli addetti ai lavori. Furono circa 4 anni di attività ‘non stop….’, tra prove, concerti, trasmissioni televisive, km e km di autostrada, risate, tante soddisfazioni e progetti per il futuro. All’epoca non c’era il web e quindi la TV, le Radio e l’informazione giornalistica erano i mezzi pubblicitari più usati per la promozione musicale. Quindi tornammo a Festival di Sanremo duettando con l’inventore del “vocalese”, Jon Hendricks, e vincemmo il Festivalbar insieme a Francesco Baccini con Sotto Questo Sole. E tra le decine di trasmissioni ricordo con particolare emozione la nostra partecipazione alla mitica DOC di Renzo Arbore e Gegè Telesforo dove suonammo in una puntata nella quale era presente anche il Modern Jazz Quartet. Poi ci furono esibizioni memorabili come la prima edizione del Concertone del primo maggio nel 1990, in cui suonammo insieme al re del soul, Mr. Sam Moore, e l’anno dopo un duetto con Jimmy Winterspoon. Con il Ladri suonammo anche un’inedita versione di Get Back dei Beatles al fianco di Billy Preston. In quel momento mi sembrava di essere in paradiso, ero sul palco con colui che aveva suonato l’Hammond e l’inconfondibile piano Fender Rhodes con i Beatles nelle sessioni del loro ultimo disco, Let It Be. Insomma, furono anni incredibili. Dopo lo ‘split’ della band pensai che anche se non mi fosse più capitato di fare altre esperienze musicali importanti, dovevo ritenermi comunque molto soddisfatto di quelle che avevo vissuto in quegli incredibili 4 anni.

Che musica ascoltavi in quegli anni?
Ascoltavo e suonavo blues (Robben Ford, Robert Cray, ecc.) soul, funk e rhythm and blues (Stevie Wonder, Tower of Power, Level 42, ecc.), ma anche jazz/fusion (Miles Davis, Weather Report) e quando ascoltai per la prima volta Jaco Pastorius fui letteralmente catturato dal suo suono e dal suo magico linguaggio musicale, che ancora oggi mi trasmette bellissime e ineguagliabili emozioni a ogni ascolto. Ebbi anche la fortuna di stringere la sua enorme mano prima di uno dei suoi ultimi concerti in Italia. Era il 1986, a Bologna, e al suo fianco aveva il bravissimo Bireli Lagrene. Comunque devo dire che non ho mai avuto un genere musicale preferito, la musica mi ha sempre attratto emotivamente e nell’arco della giornata posso aver voglia di ascoltare Miles Davis la mattina e i Metallica nel pomeriggio. La musica che ascolto e che suono ha sempre avuto e continua ad avere su di me un effetto terapeutico.

Quanto ha contato l’esperienza con i Ladri di Biciclette sulla tua crescita umana e artistica?
È stata una scuola di vita preziosa e indispensabile. Dal punto di vista umano ho conosciuto e collaborato con tante persone, famose o sconosciute. L’umiltà è una delle doti che ho riscontrato nella maggioranza dei grandi artisti, colleghi o addetti ai lavori incontrati in quel periodo e anche negli anni successivi. Artisticamente l’esperienza con i Ladri mi ha sicuramente dato la possibilità di crescere professionalmente sia nei live sia in studio di registrazione, anche grazie al fatto che i 2 dischi che ho registrato con loro furono prodotti da Celso Valli, e quindi mi trovavo al posto giusto nel momento giusto per imparare il mestiere, perché Celso rimane tutt’oggi uno dei migliori produttori musicali in circolazione.

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Cover di Spirito

Poi nel 1994 arrivarono i Litfiba. La sezione ritmica formata da te al basso e Franco Caforio alla batteria, con le irruzioni di Candelo alle percussioni, diede una spinta propulsiva al sound dei Litfiba. Quali brani dei dischi Spirito e Mondi Sommersi appezzasti di più dal punto di vista esecutivo?
Quando qualcuno mi chiede da chi abbia imparato a suonare il basso, oltre ai bravissimi musicisti Giuseppe La Monica, Ares Tavolazzi, Dino D’Autorio, Massimo Sutera, Domenico Lo Parco, che mi hanno insegnato tecnica e armonia, cito sempre anche i batteristi con cui ho suonato. Perché specialmente in fase creativa con loro ho appreso molto su come costruire una linea di basso efficace. Con Franco e Candelo, grazie anche alla supervisione artistica di Rick Parashar nell’album Spirito, e di Richard Jack-Guy in Mondi Sommersi, abbiamo disegnato la  ritmica di questi due album, dando sicuramente quella spinta propulsiva di cui parlavi. I brani di Spirito a cui sono maggiormente affezionato sono Animale di zona, Spirito e Lo Spettacolo, che ho registrato con il mio Pedulla 5 corde, e Lacio Drom, dove ho praticamente risuonato la linea di basso della demo che mi avevano fatto ascoltare,    adattandola però alla tecnica contrabassistica del contrabbasso elettrico Vandrè, che utilizzai in quella session. Di Mondi Sommersi invece mi piacciono molto Imparerò, Goccia a Goccia, Si può e Sparami. Però nel complesso sono molto soddisfatto del lavoro svolto in studio per tutti i brani di questi bellissimi album.

Come ti trovasti a lavorare con Piero e Ghigo all’apice del loro successo?
In quegli anni, dall’estate del 1994 fino al 1999, si materializzò il sogno di tanti bassisti italiani: suonare con i Litfiba, la rock band più famosa del Paese. Ricordo durante le varie prove, le pre-produzioni degli album, le registrazioni e i successivi tour, una grandissima energia positiva, molto impegno, lavoro e sudore di tutti con ampio spazio esecutivo e creativo richiesto e concesso da Piero e Ghigo anche a noi session players. E devo dire che, guardando le classifiche e i risultati artistici dei Litfiba di quegli anni, questo metodo di lavoro ha dato i suoi frutti.

Dopo la ‘separazione’ dei Litfiba, tu seguisti Pelù nella carriera da solista. C’è un album di quel periodo, tra quelli registrati con Piero, al quale sei particolarmente legato? 
Sono affezionato a ogni brano su cui ho avuto l’onore di registrare un mio basso. In particolare durante la carriera solista di Piero, avendo partecipato alle registrazioni di cinque suoi album in studio, ho un ricordo speciale per ognuno di questi lavori. In particolare delle sessioni di U.D.S nel 2002, dove mi ritrovai a registrare le basi (basso e batteria) con uno dei migliori batteristi del mondo, Vinnie Colaiuta. L’umiltà di Vinnie e la sua estrema generosità artistica rimarranno per sempre impresse nella mia mente. Ho un ricordo preciso di quando durante le takes di registrazione dei brani dell’album, che abbiamo suonato in studio insieme uno di fronte all’altro, con uno sguardo mi anticipava i feel di passaggio da una parte all’altra della canzone, creando tra noi due un inter-play simile a quello di musicisti che suonano insieme da tanto tempo. E se ripenso al suo approccio sulla batteria giurerei che mi sembrava di suonare con un pianista per via della poliedricità di sfumature del suo suono, della tecnica, dell’intenzione e della musicalità. Anche in questo caso, come era successo anni prima dopo le incredibili esperienze con i Ladri, finite le sessioni di registrazione pensai: “Ok, ora posso smettere di suonare e potrò comunque dire di averlo fatto con un mio mito”. Dei brani registrati con lui in U.D.S. il mio preferito è sicuramente Dea Musica, che reputo anche una della canzoni più belle composte da Piero Pelù.

Quando nel 2009 Piero e Ghigo sono tornati a far musica insieme anche tu sei rientrato nella band, suonando nell’album di inediti Grande Nazione e nel live Stato libero di Litfiba. Cos’ha significato per te far parte di quella reunion?
Partecipare al tour di Stato Libero di Litfiba è stato un autentico orgasmo collettivo! Vedere, sentire e capire la gioia dei fan per la ritrovata “pace” tra Piero e Ghigo e suonare per circa un anno e mezzo di tournée in palazzetti dello sport quasi sempre sold out è stata un’esperienza che auguro ad ogni artista o session man.

Come mai non hai partecipato anche al successivo ‘Eutòpia’?
L’ultima volta che ho suonato pubblicamente con i Litfiba risale al 2012, in occasione del Festival O’Scià organizzato a Lampedusa da Claudio Baglioni. In seguito hanno ritenuto di non coinvolgermi più nei loro progetti musicali, e penso che sia una cosa normale il fatto che un artista abbia la necessità di interagire con nuovi musicisti e collaboratori.

Com’è cambiato il mondo musicale dai tuoi esordi a oggi?
Il mondo è in continua mutazione e quindi è logico che anche la musica sia diversa da come era 30 anni fa. La tecnologia ha stravolto il modo di creare, produrre, ascoltare e diffondere le canzoni. L’avvento e la diffusione dei social media hanno cambiato e stravolto anche il mondo dell’informazione e i rapporti tra le persone, però sono convinto che le parole entusiasmo, curiosità, umiltà e perseveranza abbiano ancora un significato per chi si avvicina al mondo musicale.

C’è qualche esperienza che non rifaresti nella tua carriera di musicista?
Penso che rifarei tutto esattamente quello che ho fatto perché anche le esperienze negative servono per crescere e per imparare a non ripetere gli stessi errori. Ho sempre seguito il mio istinto e i consigli che ho ritenuto importanti per la mia crescita umana e professionale.

Qual è il progetto musicale o la collaborazione, invece, che ti piacerebbe prima o poi realizzare?
Bella domanda! In realtà ho già diversi progetti artistici e collaborazioni che stanno procedendo con  ottimi risultati, poi ho imparato che è importante tenere libero del tempo anche per altri importanti “obiettivi”: prima di tutto alla mia famiglia, che è il “progetto” più importante di tutti.

“Non è più tempo di stare in silenzio” – Intervista a Marcello Pieri

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Cover

“È passato tanto tempo…”, inizia con questa frase Se cerchi un eroe…non sono io, il nuovo brano di Marcello Pieri. E in effetti di tempo ne è passato da quando l’artista romagnolo spopolava in radio con il suo pop-blues sfacciato e vitale. Erano gli anni Novanta e Pieri non sbagliava un brano: Se fai l’amore come cammini, Pio, Al ritorno dal mare. Ma anche pezzi meno commerciali come Due barchette di carta sul mare, Il cuore in pace, Il tempo, che mostravano un talento compositivo che era stato già captato dalle orecchie attente di Vasco Rossi e Gianna Nannini. Poi nel 1997 qualcosa si ruppe nell’ingranaggio che lo teneva legato al mondo discografico e si ritirò dalle scene. In questi anni di assenza Marcello non si è certo annoiato, ha avuto una vita molto movimentata e non ha mai smesso di scrivere canzoni. In questa intervista ripercorriamo insieme la sua storia: il successo, i sodalizi, le scelte e gli incontri, catapultandoci poi nel futuro senza rimpianti.

Marcello, partiamo da Se cerchi un eroe…non sono io. Cosa rappresenta per te questo nuovo brano?
Nasce in uno di quei momenti in cui metti in dubbio tutte quante le tue certezze: senti che non hai più voglia di combattere contro le ineguaglianze, e ti sembra quasi che abbiano ragione quelli che dicono io non vado a votare tanto son tutti uguali. Invece no, come canto nel brano, “non è più tempo di stare in silenzio”.

Facciamo un passo indietro, torniamo agli anni Novanta, quando la tua musica passava quotidianamente in radio. Come vivesti quel successo esplosivo?
Furono anni molto belli, pieni di soddisfazioni. In pratica realizzai il mio sogno di quando ero bambino e cantavo davanti allo specchio con la spazzola in mano, al posto del microfono, chiuso dentro la mia cameretta. In quegli anni ho potuto anche aiutare i miei genitori a finire di pagare il mutuo del podere. Eravamo una famiglia molto unita quindi, come si dice dalle mie parti, ‘ce ne facevamo conto’.

Marcello Pieri
Festival di Sanremo 1993: Marcello Pieri partecipò tra le Nuove Proposte con il brano Femmina – Questo è un fermo immagine del Dopofestival

È vero che apristi anche i concerti italiani di Bob Dylan?
Sì, è vero. Nel 1993 aprii i due concerti italiani di Dylan, il mio mito, a Milano e a Pisa. Che dire, un uomo molto riservato che girava dietro al palco con il cappuccio sulla testa. Ebbi la sensazione che si sentisse molto solo.

In quegli anni incassasti attestati di stima da più parti, su tutti da Vasco Rossi e Gianna Nannini, con i quali nacquero importanti collaborazioni.
Sì, loro si mostrarono interessati al il mio modo di scrivere. Con entrambi ci frequentammo per un periodo: io e Gianna scrivemmo insieme il brano Principe azzurro, da lei inciso nell’album Per forza e per amore, mentre con Vasco nacque La canzone per conquistare le ragazze da me registrata nel 1997. Poi con Vasco ebbi un feroce litigio che interruppe il nostro rapporto, da lì la mia decisione di lasciare l’ambiente musicale.

Nel 1997 hai scritto anche il brano In punta di piedi su richiesta di Marco Pantani. Come andò il vostro incontro?
Un giorno Marco Pantani mi telefonò chiedendomi una specie di suo ritratto in forma canzone perché voleva presentarsi a Sanremo. Aveva infatti una grande passione per il canto. Cosi ci frequentammo, anche perché lui era di Cesenatico e io di Cesena, appena 20 km di distanza, e conobbi un uomo dalla volontà eccezionale. Cercai di dipingerlo d’istinto e a lui piacque tanto la canzone In punta di piedi. La prima cosa che disse fu “Osta, ma questa dovrebbe cantarla Renato Zero”, di cui era grande fan. Incredibilmente una frase di quella canzone si rivelò profetica: “Io me ne andrò come sono arrivato…in punta di piedi”.

Poi a un certo punto sei sparito dalle scene musicali. Perché?
Nel 1997, dopo la pubblicazione con la EMI dell’album L’amore è sempre in giro e dopo il litigio con Vasco, decisi di fare altro, cosi partii per la Cina dove rimasi 7 anni a vendere tessuti.

Cos’altro hai fatto negli anni che sei stato lontano dagli studi di registrazione?
Terminata l’esperienza cinese, dopo la morte di mio padre e di mia sorella ho cominciato a occuparmi dell’azienda agricola di famiglia, dedicandomi all’agricoltura biodinamica e alla vendita diretta dei miei prodotti, senza mai però smettere di scrivere canzoni.

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Marcello Pieri oggi

Qual è oggi il tuo rapporto con la musica in generale e con la canzone d’autore?
Oggi ascolto tanta musica di tanti generi. Tra gli italiani prediligo Ivano Fossati, Pino Daniele, Maurizio Fabrizio, Lucio Battisti, De André, De Gregori, Tiziano Ferro e naturalmente Marcello Pieri.

Cosa c’è nel tuo futuro?
C’è un album nuovo che esce quest’anno, a ventuno anni dal precedente, e poi tornerò a cantare nella mia cameretta davanti allo specchio, con la spazzola al posto del microfono.

Il video ufficiale di  Se cerchi un eroe…non sono io

 

Fed Cup, Italia ai play-off: Deborah Chiesa, una luce in fondo al tunnel

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Il Capitano Tathiana Garbin con le Azzurre

Se fino a un paio di settimane fa le prospettive del tennis italiano femminile erano nerissime, da questo week-end si comincia a intravedere una luce in fondo al tunnel. Sì perché, in quella che è la serie B della Fed Cup, a sorpresa le nostre ragazze hanno superato la più quotata Spagna sulla terra rossa indoor di Chieti, guadagnandosi così l’opportunità di giocare i play-off di aprile per tornare nella seria A del tennis mondiale. La sfida con le iberiche, terminata 3 a 2 per le ragazze di Tathiana Garbin, ha restituito qualche certezza al tennis italiano femminile: la prima si chiama Sara Errani (n. 141).

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Sara Errani

Grinta Sarita. La tennista bolognese, dopo aver affrontato un 2017 da dimenticare, in cui è sprofondata oltre la centesima posizione del ranking mondiale a causa di prestazioni pessime e della discussa squalifica per doping, è tornata a brillare come non faceva da tempo. Sabato si è imposta con un autoritario 6-1, 6-1 contro Lara Arrubarrena Vecino (n. 82 del mondo), riportando in parità l’Italia dopo la sconfitta della giovane Jasmine Paolini (n. 161) contro la più quotata Carla Suàrez Navarro (n. 29). Poi la domenica, nell’incontro di apertura tra le due numero 1, Sarita ha confermato che quella del giorno prima non era stata una casualità e di avere ancora l’energia e le motivazioni per competere da protagonista. Con la Suàrez Navarro si è imposta infatti in tre durissimi set con il punteggio di 6-3, 3-6, 6-3, comandando il gioco in alcuni momenti, soccombendo in altri, ma trovando sempre la forza di reagire e di riprendere in mano le redini del match. Sembrava di rivedere la Sara tenace e grintosa che nel 2012 era arrivata in finale al Roland Garros. C’è tanto da lavorare per tornare agli antichi fasti, ma la strada è quella giusta. L’Italia del tennis ha ancora bisogno di lei.

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Deborah Chiesa

Deborah Chiesa. Il punto decisivo ce lo ha regalato la ventunenne Deborah Chiesa (n. 178), battendo Lara Arrubarrena Vecino con il punteggio di 6-4, 2-6, 7-6. Questa leonessa trentina, al debutto in Fed Cup, fino a ieri non aveva mai giocato un match così importante. Rovescio potente e incisivo, servizio robusto, un dritto che può ancora migliorare, la Chiesa ha affrontato la spagnola con coraggio da veterana, superando in maniera egregia le difficoltà del secondo set e dell’inizio del terzo. Anche quando l’Arrubarrena non sbagliava più nulla, Deborah è rimasta aggrappata all’avversaria rimontando lo svantaggio e trascinandola al tie-break del terzo set, dove le ha annullato addirittura un match point. La sua grinta e il suo gioco hanno riacceso una luce in fondo al tunnel. Speriamo solo che questa luce non sia un fuoco di paglia.

Festival di Sanremo 2018 – Promossi, bocciati e rimandati

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Claudio Baglioni

Quando mesi fa seppi che Claudio Baglioni sarebbe stato il direttore artistico e co-conduttore del Festival di Sanremo 2018 rimasi assai perplesso. Principalmente per due motivi:

  1. Il Festival è ormai uno show televisivo, lo spettacolo viene prima di tutto, e Baglioni è un grandissimo cantautore, ma non certo un Pippo Baudo o un Carlo Conti, gente che va in tv con la stessa scioltezza con cui si entra dal macellaio.
  2. Nella sua carriera Claudio non è mai stato in gara al Festival, non ne conosce i meccanismi perversi e le insidie. Come farà a educare questo animale che, se non lo prendi per il verso giusto, diventa molto feroce, pronto a sbranarti in un solo boccone?
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Baglioni, Hunziker e Favino

Con il mio bagaglio di perplessità e di diffidenza, martedì sera mi sono accomodato davanti alla tv e, dopo una partenza un po’ ingessata, ho capito che Claudio avrebbe fatto un Festival diverso. Il cantautore romano è riuscito infatti a riportare in gara quella qualità musicale che mancava da anni. Parliamo sempre di pop, sia chiaro, ma c’è pop e pop: esiste un pop d’autore e un pop spudoratamente commerciale, che ha come unico obiettivo quello di strizzare l’occhio al mercato. Ecco, in questo Festival ho trovato tanto buon pop d’autore, come non ne sentivo da anni. E questo è merito delle scelte del direttore artistico, che ha indovinato anche i co-conduttori, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, sicuri, spigliati e sempre pronti a dare una scossa alla serata. Quindi ben vengano dieci, cento, mille anni di Baglioni al Festival di Sanremo.

Promossi

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Decibel

Comincio dal mio podio ideale: sul gradino più alto metterei la Lettera dal Duca dei Decibel, perché sintetizza la mia idea di buon pop d’autore, sia nel testo che nell’arrangiamento, e poi possiede quel retrogusto new wave che tanto amo. Poi Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza, perché hanno scritto un pezzo radiofonico senza scadere nelle solite banalità, ‘sole, cuore, amore’, un po’ come fece l’anno scorso Gabbani. E infine sul podio mi piacerebbe che salisse Ron con Almeno pensami, brano inedito di Lucio Dalla, perché è riuscito a trasmettermi l’immagine di Lucio al pianoforte, nella sua casa di Bologna, mentre di notte assembla la melodia e le parole di questo brano, raccogliendo tra le note dolcezza, malinconia e speranza. Non sono d’accordo con chi ha detto che Almeno pensami sia uno ‘scarto’, ovvero un pezzo mai pubblicato da Dalla perché poco riuscito: la storia musicale ci insegna che le canzoni spesso hanno bisogno di ‘riposare’, maturare lentamente per poi esplodere in una stagione indefinita.

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Max Gazzè

Altri brani che meritano certamente un posto di rilievo sono quello di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico, Imparare ad amarsi, fortemente attuale e caratterizzato da un gustoso vestito musicale. Molto interessante anche La leggenda di Cristalda e Pizzomunno di Max Gazzè, pezzo dalle mille insidie, che richiede particolare attenzione nell’esecuzione dal vivo (la prima sera Max ha mostrato qualche incertezza). E poi Arrivedorci degli Elio e le storie tese, non perché sia il loro brano più bello e nemmeno il più geniale, ma per la storia che rappresentano, per la qualità della musica che ci hanno proposto fino a oggi.

Altri pezzi che ho particolarmente apprezzato sono Passame er sale di Luca Barbarossa, a cui va riconosciuto il coraggio di aver riportato la canzone dialettale al Festival, Il mondo prima di te di Annalisa, il brano non è male e lei ha una voce che fa la differenza, Il coraggio di ogni giorno di Enzo Avitabile e Peppe Servillo, Adesso di Diodato e Roy Paci e Custodire di Renzo Rubino.

 

Rimandati

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Noemi

Al di là che sia già edita o meno, che sia un plagio o meno, Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro è rimasta lì, nel limbo, tra un forse sì o un forse no, non è brutta ma prevedibile. Sicuramente spopolerà nelle radio, ma a me non ha convinto. Anche le canzoni di Noemi (Non smettere mai di cercarmi), Nina Zilli (Senza appartenere) e Giovanni Caccamo (Eterno) non mi hanno fatto saltare dalla poltrona, né venire voglia di riascoltarle. Le ho trovate eccessivamente ordinarie, ma non mi sento di bocciarle.

 

Bocciati

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The Kolors

La palma dai peggiori in assoluto va ai The Kolors: il brano Frida (mai, mai, mai) è di una banalità disarmante (Frida Kahlo meritava di più), i testi in italiano non fanno per loro. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Mario Biondi, la sua Rivederti si nasconde troppo, mentre Così sbagliato de Le Vibrazioni di convincente ha soltanto il titolo. Infine un appello agli ex Pooh in gara, Red Canzian, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli: avete fatto la storia del pop italiano, ora è il momento di raccontarla ai nipotini di fronte al caminetto.