In libreria la nuova edizione di “Ezio Bosso. La musica si fa insieme”

Copertina nuova edizione

Esce in questi giorni l’edizione ampliata del libro che scrissi nel 2016 sul percorso artistico di Ezio Bosso, “La musica si fa insieme”.

La nuova edizione, edita da Diarkos, contiene gli aggiornamenti sul percorso umano e artistico del Maestro degli ultimi quattro anni.

Roland Garros 2010, la memorabile impresa di Francesca Schiavone

Dieci anni fa, il 5 giugno 2010, Francesca Schiavone vince il Roland Garros, il secondo dei quattro tornei Slam dell’anno, confermando di essere una delle più grandi tenniste italiane della storia di questo sport. Da sempre un concentrato di grinta e potenza, “la leonessa”, per gli amici “la Schiavo”, classe 1980, si mette in evidenza nella seconda metà degli anni Novanta, raggiungendo i primi titoli ITF. Ma l’esplosione definitiva avviene nel 2001 con i quarti di finale al Roland Garros, la semifinale al torneo di Auckland e altri ottimi piazzamenti che la portano tra le prime cinquanta giocatrici del ranking mondiale. In quel momento l’Italia del tennis ha bisogno di un’atleta con la determinazione di Francesca, solida e inesauribile. Gli ottimi risultati registrati anche nel 2003, tra cui spiccano i quarti di finale agli US Open, la lanciano ai vertici del tennis femminile mondiale, tra le top 20 del circuito WTA. La Schiavone continua a crescere, imponendosi anche nel doppio. Ma è nel 2010 che arriva il grande exploit, che segna definitivamente il suo ingresso nella storia del tennis. Che la Schiavone si trovasse a proprio agio sulla terra rossa non era un segreto per nessuno, ma probabilmente a gennaio in pochi avrebbero immaginato quello che sarebbe accaduto durante l’anno. Francesca scalda i motori conquistando il suo terzo titolo WTA a Barcellona. E fra maggio e giugno compie un’impresa titanica al Roland Garros: arriva a Parigi che è numero 17 del ranking mondiale e al primo turno supera la russa Regina Kulikova in tre set, soffrendo e recuperando anche una situazione di svantaggio nel terzo; al secondo turno ottiene una vittoria più agevole contro l’australiana Sophie Ferguson. Ora le si presenta di fronte un ostacolo molto più consistente: la cinese Li Na, ex top ten e testa di serie numero 11 del torneo. Francesca non si lascia intimorire, non concede campo alla temibile avversaria e la supera in due set con il punteggio di 6-4, 6-2. Agli ottavi batte la russa Marija Kirilenko e al turno successivo affronta il primo momento della verità: la sua avversaria, infatti, è la numero 3 del mondo Caroline Wozniacki. La Schiavone è in stato di grazia e così liquida la campionessa danese con un perentorio 6-2, 6-3, senza concederle sbocchi. In semifinale affronta la russa Elena Dement’eva che, dopo un combattuto set vinto da Francesca al tie-break, è costretta a lasciare il passo all’italiana.

A questo punto tutto diventa possibile. Non conta né classifica né palmares: ci sono due giocatrici in ottima forma che per vincere sono pronte a lasciare il sangue sul campo. In finale trova infatti l’australiana Samantha Stosur, testa di serie numero 7 del torneo, che nei quarti ha eliminato Serena Williams in tre set. Francesca prepara molto bene il match, sia dal punto di vista mentale che tattico. Scende in campo concentrata e gioca in maniera perfetta le sue carte, non mostrando mai segni di cedimento o momenti di paura. Anche all’inizio dell’incontro, quando la Stosur serve solo prime palle di servizio e prova a intimorirla con un dritto micidiale, la Schiavone non si fa mettere all’angolo, non cede campo. Anzi, sul 2 pari risponde con aggressività ai servizi dell’australiana che superano i 190 km/h. La svolta arriva al nono game del primo set, quando l’italiana ha tre palle break: le prime due non hanno buon esito, quella vincente è la terza, complice un regalo della Stosur che fa doppio fallo. Ora tocca a Francesca chiudere il primo set provando a sfruttare il servizio. Va subito sotto 0-30, probabilmente avverte l’importanza della posta in gioco, ma poi infila tre punti consecutivi e va giocare un set point, che però non va a buon fine. Un altro set point, e questa volta conquista il punto decisivo e chiude il parziale per 6-4 dopo quaranta minuti. Ma la Stosur non ci sta, e all’inizio del secondo set si mostra subito aggressiva, conquistando un break e portandosi sul 4-1. Dopo il calo iniziale, Francesca torna a esprimersi ad altissimi livelli e al settimo gioco recupera il break che aveva perso. Da quel momento è un testa a testa che la conduce dritta sul 6 pari. Questo tie-break potrebbe spalancare le porte della storia alla Schiavone o intrappolarla in un insidioso terzo set. All’inizio entrambe le giocatrici tengono il servizio, poi sul 3-2 a proprio favore la Schiavone fa il mini break, infilando successivamente tre punti consecutivi che la portano sul 7-2 e la decretano campionessa del Roland Garros 2010.

Alza le braccia al cielo e cade a terra incredula, bacia il manto rosso del campo centrale Philippe Chatrier. È la prima tra le donne del tennis italiano a vincere una prova dello Slam in singolare. «Oggi sono andata oltre i miei limiti. Ho pensato che puoi arrivare a questo punto solo se lavori molto duro e se hai qualcosa di speciale dentro. Quello che è successo è qualcosa che viene da molto lontano» dichiara dopo il match in conferenza stampa, come riportato da «Tuttosport». È una gioia incredibile, anche perché questa vittoria la porta nella top ten del ranking mondiale, alla posizione numero 6 della classifica, record assoluto per una tennista italiana.

«È buffo: ricorda più il corpo della mente” racconta Francesca dieci anni dopo in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. «La sensazione della pancia e delle gambe per terra sul centrale ruvido, dopo il match point con la Stosur, è qui con me. Sentivo la forma che mi cresceva dentro, partita per partita, fino alla finale. Un’emozione difficile da spiegare. […]Ero totalmente calata nel momento e nella situazione. Ricordo il pensiero prima dell’ultimo punto: mandami la palla, che la gioco come voglio io. Se mi servi sul rovescio, io la colpisco alta, in anticipo, e te la rimando sul rovescio. Io posso, io faccio, io, io, io. Zero paura, soltanto positività. A questo punto posso dire di credere nel destino: lo disegniamo noi. Poi ci sono forze più grandi che ci aprono le strade».

US Open 2015: Pennetta e Vinci conquistano l’America

Il 12 settembre 2015 gli occhi di tutti gli appassionati di sport sono puntati su ciò che succede a New York: a Flushing Meadows tra poche ore scenderanno in campo Flavia Pennetta e Roberta Vinci, amiche d’infanzia, atlete italiane che si trovano entrambe a un passo dalla storia. Il tennis femminile italiano non ha mai raggiunto queste vette. Il Premier Renzi raggiunge New York in rappresentanza delle istituzioni per assistere al coronamento della carriera della nostre atlete. Alla vigilia entrambe vivono la tensione dei grandi appuntamenti: nella sua stanza Flavia guarda un film italiano che le strappa qualche risata, poi prova a dormire, ma è difficile non pensare al match che l’aspetta. Quando Morfeo la prende tra le sue braccia, crolla in un sonno profondo. Roberta, invece, dorme poche ore, «le ho contate su un palmo di mano», confessa. Arriva l’alba del 12 settembre ed è ora di prepararsi. Poco prima del match si incontrano casualmente, si fermano a chiacchierare senza indugio, tanto che Boris Becker, il grande Bum Bum, che in quei giorni è il coach di Djokovic, le guarda meravigliato, si avvicina e ricorda loro che hanno una finale da disputare l’una contro l’altra: «Ma voi lo sapete che dovete giocare contro tra poco?» E loro a tranquillizzarlo, che l’amicizia a volte è più forte della rivalità, poi in campo vinca la migliore, chi gioca meglio, chi indovina la tattica, chi ha più energie in quel momento. Poco dopo sono sul terreno di gioco e inizia la sfida. «Che dire? Tiro i primi quattro colpi e sono uno più sbagliato dell’altro. E allora mi dico: Flavia, ricomponiti. Accetta la partita, non puoi fare figuracce. Adattati» racconta la Pennetta a «la Repubblica» a proposito delle fasi iniziali del match. Flavia si ricompone e il primo set prosegue in costante equilibrio. Poi arrivano al tie-break, dove la brindisina si impone per 7 punti a 4. Nel secondo, invece, Roberta molla fisicamente e mentalmente. La Pennetta si porta sul 4-0, ma quando vede il traguardo comincia a irrigidirsi. Così la Vinci prova a tornare in partita, ma sul 4-2 Flavia gioca un ottimo settimo game e allunga, agguantando poco dopo un 6-2 che vale il titolo. Loro che sono state rivali, amiche e complici fin da ragazzine, quando condivisero la stanza al centro federale dell’Acqua Acetosa «con i poster di Leonardo di Caprio e Paolo Maldini in bella mostra», si ritrovano a essere l’orgoglio di una nazione. «[…] Dopo il miracolo di aver giocato contro di lei una finale dello Slam, penso spesso ai quattro anni che abbiamo vissuto avvicinando i letti la sera, come fanno le adolescenti» racconta Roberta a «D». «L’abbraccio della finale è durato quaranta secondi perché è stato un ritrovarsi, con lei che mi diceva: “Robé, guarda dove siamo arrivate insieme”, e io: “Goditela. E Penne, sono stanchissima, ho dolori dappertutto”. Poi mi ha buttato lì quel “Mi ritiro, non ce la faccio più…”».

E infatti durante la premiazione annuncia il ritiro dal tennis, puntualizzando però che avrebbe finito la stagione. E pensare che questa vittoria la proietta all’ottavo posto del ranking mondiale, che diventa una sesta posizione a fine settembre, il suo miglior piazzamento in assoluto. La finale agli US Open rilancia la Vinci tra le prime venti giocatrici della classifica WTA, precisamente al 19° posto. Finisce l’anno con buone prestazioni al torneo di Wuhan, dove viene fermata in semifinale da Venus Williams con il punteggio di 5-7, 6-2, 7-6, non sfruttando un match point, e poi al Master B di Zhuhai, in cui sempre in semifinale ritrova Venus a sbarrarle la strada. Grazie a questi risultati arriva fino alla 15esima posizione nel ranking WTA di singolare, piazzamento che migliora nei primi mesi del 2016 con la vittoria al torneo di San Pietroburgo e altre ottime prestazioni che nel mese di aprile la portano a occupare la settima posizione della classifica mondiale, il suo best ranking. «Nonostante la vittoria, la mia scelta non è cambiata» conferma invece Flavia a novembre del 2015, quando va ospite alla trasmissione di Sky I Signori del Tennis. «Nel senso che è stato meraviglioso, perché ho avuto l’opportunità di fare qualcosa che ho sempre sognato di fare. Perché io ricordo e non mi scorderò mai Sampras dare l’addio e fare il giro del campo con suo figlio in braccio, mi ricordo che disse: It’s the time to say goodbye. Ho avuto la stessa opportunità e non me la sono fatta scappare». La Pennetta è la seconda italiana a conquistare un torneo dello Slam di singolare femminile, prima di lei ci era riuscita soltanto Francesca Schiavone. Dopo aver dato tanto a questo sport, a 34 anni decide che è arrivato il tempo di fermarsi e di realizzare un sogno altrettanto importante come quello di una famiglia e di un figlio. Nel giugno del 2016 sposa il collega Fabio Fognini e pochi mesi dopo una nuova vita comincia a muoversi dentro di lei. Voglio chiudere il capitolo dedicato alla Pennetta con questa dichiarazione che racchiude tutta la passione e il sacrificio che l’atleta pugliese ha regalato a questo sport: «Il tennis è il mio primo amore, il secondo è Fabio, ma il tennis rimarrà sempre il mio primo amore» dichiara sempre a I signori del Tennis, come riportato da «Tuttosport». «Penso che è qualcosa che ho dentro, che avrò sempre e che non si spegne. Non ho giocato tutti questi anni solo perché giocavo bene, perché guadagnavo o perché era il mio lavoro. È sempre stato molto di più. È un’appartenenza, la mia, nei confronti di questo sport. Non mi vedo senza tennis, neanche tra un anno, due anni. È qualcosa che non concepisco. […] Penso che non verrò ricordata come la più forte, ma come una persona che ha dato tanto per questo sport, si è rialzata molte volte, è caduta, si è rialzata, è di nuovo ricaduta e si è rialzata con una forza particolare». 

Coppa Davis 1976: il trionfo dell’Italia, tra polemiche e pressioni politiche

Partiamo da un fatto sportivo: nel 1976 la nazionale maschile di tennis vince la Coppa Davis, la massima competizione a squadre di questo sport, sul campo e con grandi meriti. Siamo nell’anno in cui Adriano Panatta raggiunge il pieno della maturità tennistica, affermandosi sia come leader indiscusso della squadra sia come campione a livello individuale con le vittorie agli Internazionali d’Italia e al Roland Garros. Al suo fianco ha colleghi di grande valore. Uno di questi è Paolo Bertolucci, figlio di un maestro di tennis e quindi nato con la racchetta nella culla. Grande talento, ma molto pigro e amante della buona cucina, che spicca per le sue doti di doppista. Poi c’è Corrado Barazzutti, giocatore molto solido dal punto di vista atletico, votato al sacrificio, che possiede una continuità invidiabile nel gioco e nei risultati. E infine Tonino Zugarelli, anche lui un ottimo atleta che riesce a esprimersi meglio sulle superfici veloci. Dopo la brutta sconfitta nell’edizione del 1975 contro una non irresistibile Francia, che costò il posto da capitano a Fausto Gardini, la guida della squadra viene presa da Nicola Pietrangeli, mentre Mario Belardinelli rimane a ricoprire il ruolo di direttore tecnico. Ed ecco arrivare nuove motivazioni e una maturità che probabilmente attendeva solo il momento giusto per esplodere.

Quell’anno l’Italia di Pietrangeli parte bene, battendo la Polonia e la Jugoslavia senza particolari patemi. Poi a luglio affrontano la Svezia di Bjorn Borg, fresco campione di Wimbledon. L’Italia gioca in casa, sui campi del Foro Italico, ma la sfida sulla carta è difficile. Finché non arriva il forfait di Borg per un leggero infortunio. Senza il loro campione, gli svedesi diventano facile preda di Panatta e compagni, i quali si qualificano così alla finale della Zona Europea, che li mette di fronte alla Gran Bretagna. La vera insidia non è costituita tanto dal valore avversario, quanto dalla superficie scelta dai padroni di casa, ovvero l’erba. I risultati e la tradizione sul manto verde non pendono certo dalla parte degli azzurri. Bisogna prendere quindi le contromisure: come singolarista viene schierato Zugarelli che, rispetto a Barazzutti, si sente maggiormente a proprio agio sull’erba. La mossa si rivela vincente: Tonino porta a casa il primo punto contro Roger Taylor, giocando un ottimo tennis e vincendo in quattro set con il punteggio di 6-1, 7-5, 3-6, 6-1. «Alla fine della partita ci fu un abbraccio collettivo» ricorda Zugarelli nell’autobiografia, Zuga – Il riscatto di un ultimo. «Scesero tutti in campo per festeggiare la vittoria, Belardinelli per primo. C’era un clima di entusiasmo, di emozione, un sentimento di unione e la consapevolezza di una squadra che sospettavamo potesse crescere ancora».Poi tocca a Panatta che deve affrontare John Lloyd nel secondo singolare: sulla scia dell’entusiasmo Adriano lo supera in cinque set. Il doppio non va benissimo: i solidissimi Panatta e Bertolucci cedono al quinto set dopo aver condotto per 2 set a 0. Ma ci pensa Adriano a chiudere la pratica battendo Roger Taylor in quattro set, seguito da Zugarelli che, a risultato ormai acquisito, porta a casa anche l’ultimo incontro.

Nella semifinale, in cui si incrociano i vincitori delle diverse Zone, l’Italia trova il colosso Australia da contrastare, per fortuna, sulla terra rossa del Foro Italico di Roma. Gli azzurri hanno davanti il tre volte campione di Wimbledon, John Newcombe, che però non è più il giocatore brillante di qualche anno prima. Il vero osso duro si rivela infatti John Alexander, che vince entrambi i singolari, superando prima Panatta, in tre set, e poi Barazzutti al quinto. Newcombe finisce per rivelarsi l’anello debole della catena, perdendo prima il match di esordio contro Corrado per 7-6, 6-1, 6-4, poi il doppio e il singolare decisivo contro Panatta. La vittoria più importante della tre giorni di Davis è certamente quella di Panatta e Bertolucci nel doppio: la quotata coppia australiana viene dominata dagli azzurri che si impongono con un perentorio 6-3, 6-4, 6-3. «Battere in casa Newcombe e Roche, cinque volte campioni a Wimbledon, i miei idoli, fu il massimo» racconta Bertolucci a Sky Sport. «Sì, come premio partita chiesi un piatto di pasta e fagioli. E Belardinelli me l’accordò. Sapeva quanto fosse fondamentale per me, ogni tanto, infrangere qualche regola alimentare». Nel match decisivo Panatta supera Newcombe in quattro set e porta l’Italia in finale.

Nell’altra semifinale la Russia lascia strada al Cile senza giocare. Dietro ci sono motivi politici, gli stessi che rischiano di far saltare la finale con l’Italia, a Santiago, che si tiene dal 17 al 19 dicembre 1976 all’Estadio Nacional de Cile. Le vicende politiche legate a questa finale sono state spesso ripercorse e approfondite, quindi non mi soffermerò eccessivamente su questo aspetto della vicenda, se non per restituire il clima che ruotava intorno a Panatta e compagni prima della partenza. Esponenti del Partito Comunista e del Partito Socialista, infatti, nei giorni precedenti spingono affinché l’incontro con i cileni non si disputi. L’obiettivo è di manifestare il dissenso nei confronti della dittatura del Generale Pinochet, che ha deposto con la forza il socialista Allende. Capitan Pietrangeli e tutta la squadra azzurra vogliono partire ugualmente. Sanno che è una grande occasione per l’Italia del tennis e non hanno intenzione di perderla. Comincia una campagna di disinformazione che getta lui e la squadra in un tritacarne mediatico: vengono accusati addirittura di essere pro-Pinochet. Ma Panatta non ci sta e, come riportato da Giorgio Dell’Arti, a fine settembre dichiara: «Facciamo una protesta unitaria contro il Cile a livello mondiale e la cosa mi va bene. In caso contrario è troppo facile lasciare sulle spalle di quattro giocatori il peso della decisione». Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli resistono alle pressioni. Il capitano, Nicola Pietrangeli, lotta in ogni contesto perché la squadra vada a giocare questa finale. Combatte contro tutto e tutti per partire, respinge gli attacchi da destra, da sinistra, dal centro. Crede che lo sport non debba farsi coinvolgere in questioni politiche, che debba restare al di sopra delle parti. Alla fine si ammorbidisce l’iniziale linea intransigente della politica e i ragazzi partono per il Cile. Ma in Italia il clima resta pesante. Addirittura c’è chi scende in piazza al grido di “Non si giocano volée con il boia Pinochet”.

Il 17 dicembre gli azzurri fanno il loro esordio sulla terra battuta dell’Estadio Nacional: il primo incontro vede di fronte Barazzutti e il numero uno cileno James Fillol. Corrado lo supera in quattro set, con il punteggio di 7-5, 4-6, 7-5, 6-1, portando il primo punto all’Italia.Il secondo singolare è senza storia: Panatta liquida facilmente Patricio Cornejo con il punteggio di 6-3, 6-1, 6-3. Il punto più difficile è certamente il doppio, perché la coppia Cornejo-Fillol è forte e collaudata. In quell’occasione Panatta vuole lanciare una provocazione: il colore rosso rappresenta l’opposizione, quella che porta nel cuore il presidente Salvador Allende, ucciso nel colpo di stato, e migliaia di desaparecidos, così Adriano vuole scendere in campo con la maglietta rossa. Racconta Bertolucci a Sky Sport a proposito dello scambio di idee con Panatta il giorno prima dell’incontro: «Va bene Adriano, pur di vincere questo doppio domani scendo in campo anche nudo, ma siccome non sarebbe un bello spettacolo, giocheremo con la maglia rossa. Ma sappi che se per caso andiamo al quarto set, all’intervallo ci cambiamo e decido io con quale maglietta rientriamo in campo. E lui: “Vabbè…”, e finalmente mi lasciò in pace. Il giorno dopo entrammo in campo con la maglietta rossa. Ma sul 2-1 per noi, negli spogliatoi, andai a ricordagli il nostro patto: “Adriano! Blu!” E lui non fece una piega». Panatta e Bertolucci si confermano una coppia forte e affiatata: battono in quattro set i cileni, con il punteggio di 3-6, 6-2, 6-3, 9-7, e regalano all’Italia una storica vittoria. Gli azzurri si perdono in un caloroso abbraccio al centro del campo, insieme a Nicola Pietrangeli e Mario Belardinelli che con il loro supporto vi hanno contribuito. Anche il pubblico cileno applaude. Nonostante il successo, al rientro in patria all’aeroporto di Fiumicino l’accoglienza è tiepida. Pietrangeli ricorda una decina di persone, per lo più addetti dello scalo, e un paio di fotografi. L’Italia del tennis ha comunque compiuto una grande impresa, conquistando meritatamente la sua prima e, a oggi, ultima Coppa Davis. Fortunatamente negli anni la storia ha smussato le polemiche politiche che inizialmente avevano offuscato quel trionfo, mettendo in primo piano l’impresa sportiva e il valore di quella squadra. Un team da sogno di cui ancora oggi andiamo orgogliosi.

Internazionali d’Italia 1955: la drammatica finale fra Fausto Gardini e Beppe Merlo

Fausto Gardini

Nei primi anni Cinquanta il tennis italiano maschile vede imporsi due giocatori molto diversi fra loro: Fausto Gardini e Giuseppe Merlo, detto Beppe. Gardini: tecnica non eccelsa, ma grande solidità fisica e mentale che gli permette di competere ad alti livelli e di togliersi parecchie soddisfazioni. Quando entra in campo ha un solo imperativo: vincere! Ha grinta da vendere, un dritto letale e un ottimo servizio, ma la tecnica è un dettaglio trascurabile, l’importante è raggiungere l’obiettivo con tutti i mezzi possibili. Possiede un carisma contagioso, che lo porta a diventare l’idolo del pubblico, riuscendo ad avvicinare al tennis tantissime persone. «Era un tennista che il pubblico seguiva con passione» ricorda Pietrangeli nel libro C’era una volta il tennis. «Fausto ebbe il merito di rendere popolare il nostro sport. Lo avvicinò al calcio. La gente combatteva al suo fianco. In uno sport fatto di silenzi e di gesti bianchi lui sembrava un direttore d’orchestra: esigeva il silenzio. Chiedeva l’applauso! La gente obbediva. Fausto è stato un caso unico e irripetibile nella storia del nostro sport. Era un campione che trascinava. Vederlo giocare era meglio che andare al cinema. Non è vero, come vuole la leggenda, che ogni palla venisse rubata agli avversari. Fausto aveva inventato un suo modo di orchestrare i match. Spaventava i giudici di linea. Dominava psicologicamente gli avversari».Gardini si impone nei campionati italiani per cinque anni consecutivi e nel 1952 trascina la squadra di Davis, insieme a Cucelli e ai fratelli Del Bello, prima alla vittoria della Zona Europea e poi a una finale interzone che però vede vittoriosi gli Stati Uniti sull’erba di Sydney.

Beppe Merlo
Beppe Merlo

Il rivale storico di Gardini è Beppe Merlo, dotato di un efficace rovescio a due mani e di solidità fisica. Non possiede un servizio potente, ma in compenso riesce a piazzarlo molto bene, gioca d’anticipo e ha tocco di palla. E poi colpisce di dritto con una originale impugnatura a metà manico. In campo Merlo è corretto oltre ogni limite, a costo di danneggiare se stesso. «Beppe non rubò mai un punto su un campo da tennis – ricorda ancora Pietrangeli in C’era una volta il tennisAndava addirittura contro il giudizio degli arbitri. Giocando con Remy, campione di Francia, sul Centrale di Roland Garros, al quinto set corresse il giudice di sedia e regalò il quindici che mandò il francese a servire per il match. Fino a quel momento aveva avuto tutto il pubblico contro. Quando Beppe vinse venne giù lo stadio». Per quattro volte vince i campionati assoluti italiani, ma numerosissimi sono i trionfi a livello internazionale, dalla Germania a Bombay, sia in singolare che in doppio. Tra lui e Gardini inizialmente non corre buon sangue: solo nel 1962, grazie a una trasferta in California voluta dalla Federazione, diventeranno buoni amici. All’inizio sono soltanto rivali, entrambi molto forti sulla terra rossa. Ne danno dimostrazione quando raggiungono la finale degli Internazionali d’Italia nel 1955, dopo aver liquidato con autorità i rispettivi avversari. La sfida decisiva si trasforma in un incontro memorabile che sul finale prende una piega drammatica. Ma partiamo dall’inizio. Facendo leva sul suo temibile dritto, nel primo set Gardini si impone con un netto 6-1. Nel secondo gli scambi si allungano, Merlo comincia a sbagliare sempre di meno e alla fine prende il largo, aggiudicandosi il set con il medesimo punteggio con cui il suo rivale aveva vinto il primo. Sul risultato di parità, nel terzo comincia a salire la tensione sia sul campo che tra il pubblico: un Merlo in grande spolvero si porta sul punteggio di 3-0 e Gardini comincia a perdere le staffe. Nel quarto game Fausto protesta perché Beppe, che d’abitudine dopo il servizio lascia cadere la palla per avere la mano libera ed eseguire così il rovescio bimane, nel compiere quel gesto lo ha distratto. L’arbitro fa ripetere il punto e Merlo commette doppio fallo. Nonostante il tentativo da parte di Gardini di destabilizzare il suo rivale, Beppe porta a casa il terzo set, dopo un’ora di gioco, con il punteggio di 6-3. In quel momento ha inizio la parte più drammatica del match: «Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia – racconta Ubaldo Scannagatta su Ubitennis.com Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: ‘Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!’ ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. […] Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri”.

Fausto Gardini

Il quarto set viaggia in perfetto equilibrio, a suon di break e controbreak, tra errori arbitrali e contestazioni. Nonostante le condizioni fisiche precarie di Merlo e il nervosismo di Gardini, tra i due è battaglia vera, così si arriva sul 6-5 per Beppe. Nel dodicesimo gioco va in scena il momento più drammatico del match, sotto gli occhi dei fotografi e di un pubblico ormai incandescente: «Merlo ha due match point, ma quando Gardini gli annulla il primo crolla a terra vittima dei crampi alle gambe» racconta il giornalista Giorgio Bellani su «Stampa Sera» dell’11 maggio 1955, come riportato da Giorgio Dell’Arti. «Rialzatosi a fatica, Merlo cade nuovamente dopo che Gardini gli annulla il secondo match point (stavolta è pure vittima di una crisi di nervi). Di nuovo in piedi, Merlo riesce a procurarsi un terzo match point[…]”. Intanto Gardini, dopo la seconda caduta di Merlo, va su tutte le furie. Pensa che sia una sceneggiata e gli spettatori sono con lui. Quando poi Fausto annulla anche il terzo match point e Beppe crolla nuovamente a terra, il pubblico fischia inferocito. A quel punto Merlo si ritira, lasciando la vittoria a Gardini. Come racconta Pietrangeli a Lea Pericoli, il match finisce in «un’orrenda gazzarra»dai risvolti tragici: «Era l’imbrunire e dovette intervenire la forza pubblica per calmare gli animi del pubblico impazzito che lanciava in campo giornali incendiati. Ormai era buio. Da una parte c’era Beppe sdraiato per terra con i crampi. Dall’altra Fausto che tirava giù la rete urlando: Ho vinto! Ho vinto!»  A Merlo sfugge così la possibilità di conquistare gli Internazionali d’Italia, mentre Gardini si sposa e al termine di quell’annata positiva decide di abbandonare l’attività agonistica ad appena venticinque anni, per poi riprendere nel 1960. Ma al suo rientro non potrà fare molto: il protagonista assoluto è ormai un certo Nicola Pietrangeli.

La rivincita di Tonino Zugarelli

Tonino Zugarelli

Antonio Zugarelli, detto Tonino o Zuga, è l’uomo con i baffi dell’Italia che porta a casa la Coppa Davis nel 1976. Per molti è la riserva del team, che vede in prima linea Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci, ma il suo contributo risulta fondamentale nella vittoria contro la Gran Bretagna sull’erba di Wimbledon, nella finale della Zona Europea che dava accesso alla fase decisiva del torneo, dove Zuga è certamente più a proprio agio rispetto al titolare, Corrado Barazzutti. Se in quella sfida non avesse battuto Roger Taylor, giocando un ottimo tennis e vincendo in quattro set con il punteggio di 6-1, 7-5, 3-6, 6-1, probabilmente l’Italia non sarebbe arrivata alla finale di Santiago del Cile. Un giocatore d’attacco, Tonino, che da sempre rivendica la sua origine popolare, di ragazzo di strada, di quelli che pulivano i campi e le righe per i signori ricchi. Proprio per strada, da bambino, perde la falange del pollice della mano destra, ma ciò non gli impedisce di diventare un grande giocatore. «Il tennis è stato il modo migliore che ho trovato per farmi accettare. Mi ha dato un posto nel mondo» racconta Zuga nella sua autobiografia, Il riscatto di un ultimo.

L’Italia del 1976 con la Coppa Davis. Da sinistra: Adriano Panatta, Tonino Zugarelli, Nicola Pietrangeli, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci.

Ormai leggendario il suo rapporto tormentato con Pietrangeli nel periodo in cui Nicola è capitano della squadra. Un’incompatibilità che li porta spesso a scontrarsi, anche in maniera accesa. Zugarelli cerca dal tennis un riscatto sociale, vuole la stessa considerazione riservata ai suoi compagni di Davis, ma sembra che Pietrangeli lo tratti come la riserva, il rimpiazzo, e questa cosa non gli va giù. Poi Tonino è uno di pancia, sincero, che le cose le dice a brutto muso. E questo non aiuta il loro rapporto. Zugarelli contribuisce alla vittoria della Davis, ma poco dopo arriva il momento difficile: i primi mesi del 1977 la depressione lo bracca, lo immobilizza, lo tormenta, e lui prova a superarla sul campo di allenamento con l’aiuto di Mario Belardinelli. Ci riesce, riparte e va a giocare sulla terra rossa del Foro Italico gli Internazionali d’Italia. Il primo turno è difficile non tanto per il valore del suo avversario, il connazionale Roberto Lombardi, quanto per l’ansia e le paure che ancora lo attanagliano e che credeva di aver superato. La partita passa in secondo piano, Zugarelli vola altrove con la mente: durante il match pensa al ritiro, alla sua vita senza il tennis. Poi accade che, mentre è inghiottito da un buco nero, Lombardi perda le staffe per una chiamata del giudice di sedia, addirittura gli viene inflitto un punto di penalità. Improvvisamente Zuga risorge dalle ceneri, quasi che la scenata del suo avversario l’abbia svegliato dal torpore, riportandolo sul campo del Foro Italico. Magicamente spariscono le angosce e le paure, scompaiono per sempre. Vince il match e non si ferma più fino alla finale: batte prima lo jugoslavo Željko Franulović in tre set che terminano 6-1, 1-6, 6-0. Nel turno successivo liquida con due tie break il paraguaiano Victor Pecci. In semifinale affronta l’australiano Phil Dent che supera in quattro set con il punteggio 6-4, 5-7, 6-4, 6-2. Nel corso dell’incontro, durante il suo turno di servizio avverte un dolore alla spalla. Il panico. Il giorno dopo prende una fiala di cortisone e novocaina e scende in campo per una storica finale contro il numero uno del mondo, l’americano Vitas Gerulaitis. Zugarelli ha paura di spingere, così perde i primi due set 6-2, 7-6. Poi pensa che non può lasciare sfumare questa grande occasione senza nemmeno accennare una reazione. Decide di dare fondo a tutte le energie che possiede e vince il terzo set 3-6. Nel quarto arriva a giocare il tie break: sul set point per l’italiano una sua volée balla per una frazione di secondo sul nastro e cade nel campo di Zuga. Gerulaitis chiude il conto a proprio favore e si aggiudica gli Internazionali d’Italia. «Quel set per me fu decisivo: se fosse andato diversamente, non esito a dire che avrebbe potuto cambiare la mia carriera di tennista» racconta Tonino nella sua autobiografia. Resta comunque una grande impresa quella di Zugarelli, anche perché maturata in un periodo di profonda crisi. Appena sei giorni prima sembrava dovesse chiudere con il tennis, che la depressione avesse vinto. E invece Tonino dimostra ancora una volta che nel tennis, come nella vita, c’è sempre un’altra possibilità.

Joe Amoruso: «Resta il rammarico di non aver realizzato altri inediti insieme»

Intervistai per l’ultima volta Joe Amoruso nell’estate 2015. Stavo finendo di scrivere il libro “Pino Daniele. Una storia di blues, libertà e sentimento” e mi sembrò indispensabile raccogliere la sua versione dei fatti, il suo racconto sul Naples Power (o Neapolitan Power) e sulla sintonia che si creò con Pino Daniele. Voglio riproporre qui quell’intervista che mi riempì il cuore e l’anima. Con un po’ di magone e tanta tenerezza…Ciao Joe!

È stato uno dei protagonisti del Naples Power, nonché membro del Supergruppo. Ma dopo ha collaborato anche con Vasco Rossi, partecipando al disco Cosa succede in città, e poi con Zucchero e Andrea Bocelli. Sto parlando di Giuseppe Amoruso, detto Joe, classe 1960, un ragazzino prodigio del pianoforte: a quindici anni infatti frequentava il conservatorio, ma già seguiva il programma dell’ottavo anno mentre tutti gli altri erano fermi su quello del quinto. Furono i militari delle basi Nato, che negli anni Settanta suonavano nei club in zona Porto, a ribattezzarlo Joe durante una jam session. «A Napoli negli anni Settanta avevamo questi locali frequentati da musicisti americani, e tu dovevi suonare tassativamente come loro, altrimenti ti buttavano fuori» mi ha raccontato Joe. «Organizzavano jam session e noi con la bocca aperta a impadronirci del loro modo di suonare». Dopo aver collaborato con Danilo Rustici degli Osanna, nel 1979 fu reclutato da Peppino Di Capri per la registrazione del disco Con in testa strane idee, che uscì poi l’anno successivo. Grazie a quella collaborazione venne chiamato a Milano dalla Polygram, che lo fece partecipare al programma televisivo condotto da Walter Chiari, Una valigia tutta blu, in onda su Rai Uno nell’estate del 1979. L’apparizione in tv ebbe il merito di diffondere velocemente il nome di Joe nell’ambiente musicale: lavorò così con Alberto Fortis per il disco Tra demonio e santità e, appena ventenne, entrò in contatto con Mauro Pagani e la PFM, gli Area e altre realtà che gravitavano nell’ambiente milanese.

E poi arrivò Pino?

Io ero a Milano a lavorare come session man e il mio nome cominciava a girare, ero considerato un enfant prodige. Con lui non ci eravamo mai incrociati, nonostante io, prima di partire per il capoluogo lombardo, avessi frequentato l’ambiente napoletano. Conoscevo James Senese e tutti gli altri, avevo vissuto la Napoli musicale degli anni Settanta e non perdevo occasione di suonare, ma Pino non avevo avuto mai modo di incontrarlo. All’inizio pensavo addirittura che fosse un neo-melodico, poi quando ascoltai il suo secondo disco, Pino Daniele, capii che era tutt’altra cosa e cominciò a crescere un’ammirazione da lontano. E intanto anche a lui avevano parlato del giovane tastierista Joe Amoruso. In realtà siamo nati insieme artisticamente io e Pino, solo che ci osservavamo a distanza.

Finché non ci fu l’incontro.

Nel 1979 fu lui a contattarmi. Io ero sceso a Napoli per fare un po’ di vacanza. Fu Agostino Marangolo a presentarmelo. Sapevo che ci saremmo incontrati, c’era già un’affinità a distanza tra di noi, una predestinazione artistica, ci siamo cercati come due fidanzati. A quel punto non tornai più a Milano. Mi invitò ad andare a Formia da lui, aveva appena fatto Nero a metà, ma stava rimettendo mano alla band per le ultime date live. Lo trovai da solo, seduto su di una sediolina al centro di una saletta che aveva fatto insonorizzare con la tela di sacco. Dopo le presentazioni di rito mi misi al piano senza però suonarlo. Continuavamo a parlare e si vedeva che lui era smanioso di sentirmi battere le dita sui tasti, ma non aveva il coraggio di dirmelo. A un certo punto mi chiese di provare il piano, io attaccai una cosa molto forte, perché avevo già capito cosa cercava lui. Fu subito entusiasta e iniziammo a far volare la musica, al punto che chiamò due suoi collaboratori che erano usciti fuori e li invitò ad ascoltare: «Venite cca, venite a sentì, chesta è la musica, parimmo n’orchestra». È cominciato tutto così.

Fu lì che cominciaste a lavorare su Vai mò?

Non proprio, prima mi chiese di imparare in due giorni le canzoni della scaletta del concerto di Nero a metà. Per questo mi diede il soprannome di Nembo Kid. Poi, dopo il tour, cominciammo a lavorare sui pezzi di Vai mò, sempre a Formia, pianoforte e chitarra. Mangiavo e dormivo a casa sua, con lui e la sua famiglia. Io e Pino eravamo diventati praticamente fratelli. Lavoravamo in due sulle strutture dei pezzi e in seguito coinvolgevamo gli altri. Poi infatti si aggiunse Rino Zurzolo e dopo arrivò Tullio De Piscopo alla batteria. James Senese e Tony Esposito completarono la formazione. Ancora conservo le prime registrazioni di quei giorni in quartetto e ogni tanto le faccio ascoltare agli amici.

Il Supergruppo era fatto.

Praticamente sì, l’album ebbe un successo strepitoso e il tour lo stesso. Abbiamo sdoganato un nuovo modo di suonare il pop, effettuando una ricerca musicale che poi hanno seguito in tanti. Tra di noi c’era sintonia perché avevamo radici comuni, tutti venivamo dall’esperienza nei locali americani a Napoli, ecco perché i giornalisti lo definirono Naples Power o Neapolitan Power. Tra noi c’era una sintonia perfetta.

Poi però già con Bella ‘mbriana qualcosa cominciò a scricchiolare tra di voi.

Per quel disco Pino decise di chiamare musicisti americani. Mi dispiacque molto per Rino Zurzolo che rimase fuori da quell’album. Registrammo io, Pino e Tullio: suonammo con mostri del calibro di Wayne Shorter e Alphonso Johnson, abbiamo anche vissuto insieme, scoprendo l’umiltà di questi grandi musicisti. Quell’anno fu importante perché la musica di Pino fece un salto di qualità internazionale.

So che anche per Musicante tu e Pino lavoraste a stretto contatto.

Certo. Ma prima ci lanciammo in un’altra esperienza di prestigio: io arrangiai alcuni brani di Common Ground, disco di Richie Havens prodotto da Pino, il quale suonò e scrisse anche alcuni pezzi. Fu il mio battesimo da arrangiatore, un esame importante per la mia crescita artistica. Poi lavorammo su Musicante: fu un capolavoro, facemmo una full immersion e riuscimmo a raggiungere il momento più alto a livello spirituale. Credo che sia un disco raffinato, innovativo, filtrato dalla nostra cultura, con un intento quasi mistico. È un album da intenditori, che va digerito. In quegli anni ho messo a disposizione di quel progetto tutto il mio bagaglio culturale di ricercatore, sperimentatore, musicologo.

Quello, però, fu anche il momento in cui sfumò definitivamente il sogno di tenere uniti tutti i grandi talenti della musica napoletana.

Chiudemmo prima il cerchio con Sciò, una testimonianza live di anni intensi e prolifici. Nel frattempo ognuno stava pensando alla realizzazione di progetti personali: io cominciai a lavorare con Tony Esposito e scrivemmo Kalimba de luna, che arrivò lontano e gli diede tanto successo, facendoci diventare anche abbastanza ricchi in quel momento. Tullio De Piscopo era lanciato anche lui nella carriera da solista. Io dovevo seguire Tony che mi reclamava. Anche James era proiettato su altri progetti. Insomma, ognuno stava lavorando per la realizzazione personale, e giustamente anche Pino doveva andare avanti, quindi decise di coinvolgere altri musicisti, grandi nomi internazionali.

Per anni siete stati senza sentirvi?

All’inizio ci cercavamo per un saluto e per sapere l’altro cosa stesse facendo. Poi negli anni Novanta ci perdemmo proprio di vista.

Fino al ritorno di fiamma del 2008 con Ricomincio da 30. Come accadde?

Pino voleva festeggiare i trent’anni di carriera, così pensò di rimettere insieme il Supergruppo. So solo che aspettavo la sua telefonata da tempo. Sapevo che ci saremmo ritrovati prima o poi. Finalmente la chiamata arrivò alla fine del 2007. E purtroppo di quella reunion resta il rammarico di non aver fatto di più. Ancora c’erano grandi potenzialità che non sono state espresse fino in fondo. Per l’occasione rifacemmo alcuni pezzi con arrangiamenti minimali, che a me piacquero moltissimo, ma avremmo potuto tirare fuori anche qualche inedito. Pino inizialmente era d’accordo, poi però, al termine di una serie di concerti, si tirò indietro. Non mi spiegò mai le motivazioni che lo spinsero a rinunciare. Eppure sentivo che il potenziale era ancora immenso. Resta l’amarezza di sapere che ora non possiamo più.

Omar Camporese: talento, cuore e un dritto anomalo letale

Omar Camporese dopo la vittoria contro Ivan Lendl a Rotterdam

Dritto e servizio micidiali, talento, solidità mentale. È il breve ritratto di Omar Camporese, classe 1968, uno dei giocatori italiani più forti dei primi anni Novanta, il primo a tornare tra i top 20 nell’era post Panatta. Con un dritto anomalo letale, che Giampiero Galeazzi nelle sue telecronache ribattezza anche turbo-dritto, il tennista bolognese raggiunge il suo best ranking nel febbraio del 1992, la 18esima posizione della classifica mondiale, dopo aver acciuffato gli ottavi di finale agli Australian Open. Ma il suo periodo d’oro inizia nel 1990, grazie alla finale sulla terra rossa di San Marino, seguita l’anno dopo dal suo primo titolo ATP sul sintetico di Rotterdam, in cui supera nel match decisivo Ivan Lendl in una sfida indimenticabile che si conclude con il punteggio di 3-6, 7-6, 7-6 in favore di Omar. Nei tornei del Grande Slam raggiunge in più occasioni il terzo turno e, come detto prima, gli ottavi in Australia. Anche in doppio compie un percorso di tutto rispetto, vincendo cinque titoli e raggiungendo la posizione numero 27 del ranking. In quegli anni Omar è protagonista di incontri memorabili: come il secondo turno degli Australian Open del 1991, quando affronta Boris Becker, detto “Bum Bum”, grande dominatore del tennis mondiale. Il ventitreenne Camporese tiene in campo il campione tedesco per oltre cinque ore, arrivando a giocarsi il passaggio del turno al quinto set, dove andò in scena un pazzesco testa a testa: i due giocatori tengono i rispettivi turni di battuta fino al 10 pari (nel quinto non c’è tie-break), poi Becker mette a segno il break, portandosi sull’11-10 e preparandosi a servire per il match. Nel game che potrebbe essere decisivo, il tedesco ha tre palle per chiudere l’incontro, ma Camporese tira fuori dal cilindro alcune risposte fulminanti che gli fruttano il contro-break.

La battaglia continua: si strappano il servizio a vicenda, portandosi sul 12 pari. Poi Omar sembra sfruttare il suo turno di battuta, andando sul 40-0, ma qualcosa si spegne. “Bum Bum” riprende in mano il game e lo vince. Questa volta non si fa scappare l’occasione e chiude il match con il punteggio di 14-12. Raggiungono entrambi la rete per stringersi la mano e il tedesco alza anche il braccio di Omar, condividendo gli applausi del pubblico. Chiuso il 1991 al ventiquattresimo posto del ranking mondiale, il 1992 si prospetta un anno straordinario, che potrebbe diventare quello del salto tra i top ten. E in effetti inizia benissimo: vince il torneo indoor di Milano, giocando ad altissimi livelli. In semifinale supera il russo Cherkasov, ma durante l’incontro comincia ad accusare forti dolori al braccio destro. Stringe i denti e disputa la finale contro Goran Ivanisevic, amico e compagno di doppio, una sfida improntata sui rispettivi servizi, che vede trionfare Camporese al terzo set. Arriva così il suo secondo trionfo nel circuito maggiore, che lo prepara al grande salto verso l’olimpo del tennis. Ma proprio da quel momento i problemi al braccio cominciano a farsi seri. È il 1993, infatti, quando è costretto a rimanere sei mesi a riposo, si tratta di epicondilite. Basta così poco perché il tennis cambi: cominciano a emergere gli spagnoli e i sudamericani, giocatori muscolari che scambiano da fondo con colpi arrotati, sbagliando pochissimo. Quando torna in campo Omar non è più quello di prima dell’infortunio e si abitua con fatica a queste novità, per di più i suoi colpi potenti non sono più risolutivi come un tempo. Così la sua scalata in direzione della top ten si trasforma in una caduta libera verso il basso.

Un Camporese memorabile è certamente quello di Coppa Davis, competizione in cui regala prestazioni di altissimo livello: su 21 incontri disputati in singolare ne vince 12, mentre su 9 match di doppio ne conquista 6. Esordisce il 3 febbraio 1989 contro la Svezia, sul veloce indoor di Malmoe, chiamato a sostituire Paolo Canè. Omar batte Pernfors, in quel momento numero 19 della classifica mondiale, portando all’Italia l’unico punto di quella sfida. Nel 1990 c’è la rivincita con la Svezia sulla terra rossa di Cagliari, dove Camporese disputa un ottimo match contro il campione Mats Wilander, cedendo soltanto al quinto set. L’Italia vince comunque grazie a un Canè in grande spolvero. Nel 1991 affronta nuovamente Becker, dopo la memorabile sfida agli Australian Open, sul tappeto indoor di Dortmund per un’Italia – Germania di Davis che vede ovviamente gli azzurri sfavoriti. E invece sia Camporese che Canè danno filo da torcere ai campioni tedeschi: Omar liquida in tre set il gigante Michael Stich con il punteggio di 7-6, 6-1, 6-3, confermando di essere in grandissima forma, sia fisica che mentale. Nel doppio del sabato, infatti, lui e il mancino napoletano Diego Nargiso superano Becker e Jelen in cinque combattutissimi set per 4-6, 6-4, 7-6, 4-6, 6-3. Contro ogni pronostico, l’Italia è in vantaggio 2 a 1 sulla Germania. La domenica si affrontano per primi i due numeri uno: Omar Camporese e Boris Becker. Ancora cinque set indimenticabili, in cui succedono fatti che vanno oltre ogni immaginazione. La principale pietra dello scandalo è il giudice di sedia, che nel corso del match compie errori imperdonabili, dimostrando di non essere all’altezza di una sfida così importante e intensa: nel corso del terzo set fa ripetere a Becker un secondo servizio nettamente out, negando così il break all’italiano. Panatta e Camporese sono furiosi, ma anche al tedesco non piacciono le scelte dell’arbitro e glielo ‘comunica’ in maniera molto animata, arrivando ad arrampicarsi sul seggiolone. «Mandate via quest’uomo, è un incapace» dice Becker verso la tribuna autorità. Alla fine del terzo set viene sostituito il giudice di sedia, caso raro che pare sia accaduto una sola volta nel tennis che conta, precisamente al secondo turno degli US Open del 1979 in occasione di un incandescente match fra Ilie Nastase e John McEnroe. A Dortmund si ripete questo evento straordinario e il match riprende con Camporese che conduce per 2 set a 1, 6-3, 6-4, 3-6. Nel quarto e nel quinto il campione tedesco dà fondo a tutta la sua classe e riprende in mano l’incontro, portando a casa il punto del 2 pari. Purtroppo nel match decisivo Stich non lascia scampo a Paolo Canè, ma di questa sfida resta l’ennesima consapevolezza di aver trovato un nuovo campione: Omar Camporese. Lo conferma nel 1992, quando l’Italia affronta al primo turno la Spagna a Bolzano, sul veloce indoor. Camporese dà una lezione a Sergi Bruguera e a Emilio Sanchez, che in quel momento gravitano nelle parti alte della classifica mondiale, giocando un tennis perfetto, sensazionale, di un altro pianeta. Il primo a finire sotto i suoi colpi implacabili è Bruguera, che viene piegato in quattro set con il punteggio di 6-4, 6-1, 4-6, 6-1. Quel giorno fa il suo esordio in Davis Cristiano Caratti, reduce da un 1991 di risultati sorprendenti, su tutti i quarti di finale agli Australian Open e la vittoria al torneo indoor di Milano. L’italiano conferma di essere un osso duro sulle superfici veloci, perdendo soltanto al quinto set con Emilio Sanchez. Nel doppio Diego Nargiso regala una delle sue migliori prestazioni di sempre insieme a Omar, il quale parte in sordina ma esce alla distanza. Gli avversari sono Casal ed Emilio Sanchez, la tattica dettata da Panatta è chiara: giocare su Casal e sul rovescio di Sanchez. Lo fanno e vincono senza lasciare nemmeno un set alla coppia iberica: 7-6, 6-3, 6-4. Poi il terzo giorno Camporese affronta nel primo incontro Emilio Sanchez, da cui aveva sempre rimediato sconfitte. L’italiano gioca ancora un tennis perfetto, che stordisce lo spagnolo. Solo sul 6-0, 4-0 l’iberico riesce a portare a casa un game, ma Omar non molla un punto e alla fine vince 6-0, 6-2, 6-4. «Caspita che partita quella. Contro Emilio Sanchez credo di aver giocato la più bella partita della mia vita» racconta anni dopo Camporese a «La Nuova di Venezia e Mestre». «Lo vedevo di fronte a me, che non sapeva cosa poter fare perché non lo lasciavo neppure pensare. Un ricordo indelebile della mia carriera». Finisce 4 a 1 per l’Italia, che si qualifica per i quarti di finale contro il Brasile. Gli azzurri volano così a Maceiò, dove però si trovano a giocare in un campo improvvisato in riva al mare, esposto a forti raffiche di vento. Omar riesce a portare il punto iniziale, battendo al quinto set il brasiliano Luis Mattar, dopo sei ore e cinque minuti di battaglia. Poi gioca anche il doppio insieme a Nargiso, cedendo al quinto set. Sul 2 a 1 per il Brasile, la domenica Omar, dopo aver giocato per oltre dieci ore in due giorni, non riesce a scendere in campo per il singolare contro Oncins, lasciando il posto a Stefano Pescosolido, il quale non riesce a portare a termini il match per colpa dei crampi. Alla fine l’Italia è costretta a capitolare.

L’abbraccio con Panatta durante l’impresa di Pesaro contro la Spagna

Nel 1997 la carriera di Omar sembra arrivata al termine: Camporese vince pochi match e la classifica ATP è impietosa. Ma a febbraio succede qualcosa di imprevedibile: viene convocato per il primo turno di Coppa Davis contro il Messico a Roma, sulla terra rossa del Foro Italico. Il nuovo uomo di punta della squadra italiana, Andrea Gaudenzi, ha dato forfait per un infortunio e capitan Panatta decide di puntare sul suo storico pupillo. Questa chiamata è una sorpresa che lascia sconcertato sia il pubblico che la stampa. D’altronde il gioco espresso ultimamente da Omar è lontano da quello degli anni d’oro, ma Adriano crede nella sua voglia di riscatto. Così comincia una preparazione che mira a riportarlo agli antichi fasti. L’impegno con il Messico è alle porte e questo percorso di ‘rinascita’ non è ancora completato. Camporese porta a casa il match contro il diciannovenne Hernandez in quattro set, ma fatica tantissimo. Poi Furlan batte Herrera e la sfida viene chiusa già il sabato con la vittoria in doppio della coppia Nargiso-Pescosolido contro Hernandez-Lavalle. Ad aprile nei quarti c’è la Spagna: sulla carta hanno già vinto, sono nettamente superiori. Per metterli in difficoltà Panatta sceglie di giocare a Pesaro sul tappeto indoor. In campo c’è ancora Camporese ma, se la sua prestazione è simile a quella contro il Messico, potrà fare poco contro gli spagnoli. In quella settimana Omar è numero 156 della classifica mondiale e nel singolare di apertura deve affrontare un certo Carlos Moya, numero 8 del ranking e fresco finalista agli Australian Open. I pronostici sembrano tutti a suo sfavore, perché lo spagnolo è in crescita, poi è giovane e affamato. I primi due set sono equilibrati: l’italiano gioca un ottimo tennis e sfoggia un servizio efficace. Ma non basta: i primi due set li vince l’iberico entrambi al tie-break, 6-7 (8-10), 6-7 (4-7). Nel primo tie break Camporese spreca addirittura due set point, uno con un doppio fallo e l’altro con un dritto a rete. A quel punto, dopo quasi due ore di gioco, l’incontro sembra avviarsi verso l’epilogo che in tanti immaginavano. Tutti pensano, compreso il sottoscritto (e sfido chiunque a dire il contrario), che dopo due set così combattuti, dispendiosi, tirati, il tennista italiano crolli sfinito al tappeto, per usare un termine pugilistico, sventolando bandiera bianca. «Omar fu impagabile» ricorda Adriano Panatta nella sua autobiografia. «[…] Gli scattò qualcosa dentro, ed era proprio quel qualcosa che io aspettavo e che sapevo che Omar portava in dote: un diritto terrificante e un gioco di prima scelta». Camporese non si arrende e continua a macinare campo: serve alla grande, lo spirito è quello di chi non ha più niente da perdere, di chi, seduto alla roulette di un casinò, punta tutto su se stesso. Conquista così il terzo set con il punteggio di 6-1, ma nessuno si illude: un attimo di rilassamento da parte di Moya può anche starci. La questione si fa seria quando vince anche il quarto set con il punteggio di 6-3, superando un crampo sul 4-2 che poteva sancire la resa. Invece torna in campo e vince anche il quinto: dopo circa tre ore e 45 minuti chiude con un altro 6-3, tra l’incredulità di tutti e probabilmente dello stesso Moya. Pesaro esplode: Camporese si conferma un campione, che purtroppo non ha potuto esprimere al meglio in questi anni le proprie potenzialità, mentre Panatta è un grande motivatore. «Il maggior diletto di un match come quello di Camporese non è solo che l’abbiamo vinto, ma che non abbiamo capito» scrive Gianni Clerici su «la Repubblica» con la solita onestà. «Non solo ci siamo sbagliati – tutti gli addetti, giù giù fino all’ultimo raccattapalle – ma ci siamo sbagliati più di una volta, e in modo sempre più clamoroso. E questa sequela di sbagli ha finito per produrre incredulità completa, e smarrimento non solo tra noi, ma anche tra i nostri amici spagnoli che conoscevano pochissimo Omar e credevano addirittura che si trattasse di un giocatore morto e sepolto […]». Dopo Camporese scende in campo Renzo Furlan che, accantonata un’iniziale timidezza che lo porta a subire lo spagnolo, diventa padrone del gioco e supera Carlos Costa al quinto set con il punteggio di 4-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-1. Il sabato c’è il doppio: la collaudata coppia formata da Camporese e Diego Nargiso si sbarazza in quattro set di Javier Sanchez e Francisco Roig, regalando all’Italia una nuova semifinale.

Nonostante queste grandi prestazioni in Coppa Davis, Camporese non riesce a riconquistare il posto che merita nei tornei e nelle classifiche ATP, così nel 2001 si ritira dall’attività agonistica. Oggi, come tanti suoi ex colleghi, continua a vivere di tennis, insegnandolo ai giovani.

Rino Zurzolo: «La ricerca era continua, Pino voleva fare sempre un passo in avanti»

Oggi voglio ricordare un artista immenso come Rino Zurzolo, scomparso il 30 aprile 2017, riproponendo l’intervista che gli feci nel giugno del 2015 per il mio libro Pino Daniele. Una storia di blues, libertà e sentimento (Ottobre 2015). Ci sentimmo telefonicamente in una torrida mattinata di inizio estate, dopo esserci scambiati un paio di messaggi d’intesa. Grande musicista e persona molto garbata, insieme parlammo di come la sua storia musicale si intrecciò con quella dell’amico Pino Daniele. Della loro esigenza di compiere sempre un passo in avanti. Buona lettura!

La storia musicale del bassista e contrabbassista Rino Zurzolo affonda radici nella Napoli degli anni Settanta, dove incontrò altri ragazzi con la medesima passione per il blues, il jazz, lo swing: Rosario Jermano, Paolo Raffone, Enzo Avitabile e Pino Daniele. Ecco perché Pino, avviata la sua carriera da solista, nel 1977 lo volle per le registrazioni dell’album Terra mia. Questa collaborazione proseguì poi con il disco Pino Daniele e conobbe il momento più bello, fecondo, intenso nel 1981 con la pubblicazione di Vai mò e la nascita del Supergruppo. Nel frattempo Zurzolo si diplomò a pieni voti in contrabbasso al conservatorio San Pietro a Majella, portando avanti progetti musicali jazz. Nel 1984 infatti, oltre a suonare in Musicante, fondò il gruppo Rino Zurzolo Jazz da camera, sperimentando nuove sonorità e inedite soluzioni musicali. L’ultimo album che registrò con Pino negli anni Ottanta fu Ferryboat, poi la loro collaborazione si interruppe per parecchio tempo. Finché nel 2001 si ritrovarono per Medina e il successivo tour da cui fu ricavato il disco Concerto. Da quel momento il loro sodalizio riprese a pieno ritmo: dal tour che Pino fece con Francesco De Gregori, Ron e Fiorella Mannoia fino alla reunion di Nero a metà, passando per Ricomincio da 30, il tour di Passi d’Autore e i concerti internazionali. Oggi Zurzolo continua l’attività live, alternandola con l’insegnamento del contrabbasso al Conservatorio Nicola Sala di Benevento. Ma tanti erano i progetti che aveva ancora intenzione di realizzare con Pino.

Rino, galeotti furono Napoli e l’amore comune per la musica.

Sì, avevamo formato i Batracomiomachia agli inizi degli anni Settanta, io frequentavo il conservatorio e Pino stava all’istituto di ragioneria al centro di Napoli. Ci incontravamo il pomeriggio e si andava a provare. Io avevo tredici anni e Pino sedici. Avevamo una grande passione per la musica, quindi ci riunivamo anche senza idee ben precise, improvvisavamo, creavamo pezzi nuovi, registravamo. C’era la voglia di confrontarci. Io lo dico sempre ai miei allievi del Conservatorio: per fare il musicista ci vuole una forte passione che deve supportare tutto il resto. In quegli anni nacque anche un nostro linguaggio, basato su di un dialogo continuo che non è mai terminato. Anche quando io e Pino non collaboravamo, in settimana ci sentivamo sempre per un confronto. Avevamo il medesimo approccio alla musica, sintonia umana e artistica: entrambi amavamo tornare sempre al punto di partenza, rimettendo in gioco tutto. L’ultima volta ci eravamo sentiti i primi di gennaio perché ci volevamo dedicare a un progetto sul linguaggio musicale spagnoleggiante, tenendo presente i capiscuola di quel genere. Avevamo sempre bisogno di nuovi stimoli per accendere la luce e arrivare alle persone.

Su cosa si basava negli ultimi anni la ricerca musicale di Pino?

Avevamo questa comune esigenza di eliminare il superfluo, in termini musicali. Volevamo arrivare all’essenza, togliendo invece di aggiungere: attraverso una nota desideravamo comunicare come se avessimo suonato una melodia. Ci stavamo riuscendo, il nostro linguaggio musicale era infatti sempre più minimale. Pino poi aveva un magnetismo incredibile, bastava che aprisse bocca per accendere un mondo.

Il Supergruppo

Questa vostra sintonia vi permise di esplodere a suo tempo con il Supergruppo. Cosa ti è rimasto di quel periodo?

Fu una bella verifica. Raccogliemmo quanto avevamo seminato in quegli anni. Nel concerto finale a Napoli riuscimmo a radunare fan da tutte le città d’Italia. Nessuno se lo aspettava, infatti l’impianto non era all’altezza di uno spettacolo che aveva assunto proporzioni incredibili. Nei dischi e dal vivo ognuno doveva lasciare la propria impronta: con Pino c’era poi una sinergia spirituale. Anche dopo, quando nei dischi successivi abbiamo suonato con musicisti americani, Steve Gadd, Gato Barbieri, Wayne Shorter, tra noi si instaurava un rapporto prima spirituale e poi professionale. Pensa che, anche se questi musicisti non capivano le parole in dialetto, riuscivano a captare la forza etnica e della tradizione che era contenuta nel suo linguaggio musicale.

Quali furono le armi vincenti del Supergruppo?

Riuscimmo a unire diversi linguaggi. Ognuno aveva il proprio suono: mettendoli insieme ottenemmo un risultato ottimo, come gli ingredienti che formano un piatto gustoso. Se ne toglievi uno, perdevi la forza che avevamo in quel momento. Io lo consideravo un cerchio magnetico. Salivamo sul palco e senza parlarci ci capivamo. E alla gente, solo a vederci assieme, arrivava la nostra energia. Fu bellissimo.

Pino e Rino live

Dopo un lungo periodo di lontananza artistica, all’inizio del nuovo secolo vi siete ritrovati con l’album Medina.

Sì, io in quel periodo avevo fatto alcuni album etnici e spesso ci confrontavamo. Anche lui aveva intenzione di guardare verso il nord Africa. Così siamo andati addirittura in Marocco. È nato quindi un album molto interessante. Pino metteva sempre tutto in discussione, al momento in cui arrivava a un linguaggio compiuto, ripartiva da zero su di un altro binario. Non voleva suonarsi addosso. La ricerca era continua, voleva fare sempre un passo in avanti. Anche quando riprendemmo nell’ultimo periodo i pezzi storici, è stato bellissimo perché abbiamo riarrangiato ciò che avevamo suonato più di trent’anni fa, trovando sempre una nuova veste per proporli.

Secondo te, com’è cambiato l’approccio alla musica degli artisti di oggi rispetto ai vostri esordi?

Oggi la musica è più improntata al successo immediato, invece la nostra si basava sulla ricerca, avevamo il desiderio di proiettarci sempre in avanti. Con la scomparsa di Pino viene a mancare l’equilibrio e la potenza che lui rappresentava in questo lavoro di ricerca. Noi andavamo ad ascoltare Gesualdo da Venosa, Pergolesi, i baluardi della Napoli musicale del Seicento. Purtroppo ai napoletani manca la tutela del loro patrimonio artistico, spesso infatti si viene distratti da ciò che arriva da fuori e si finisce per non valorizzare la propria tradizione.