Kos, cronaca di un terremoto

20 luglio 2017. Un pomeriggio magnifico trascorso fra le isole greche con una piccola barca, sconfinando nelle acque della Turchia, limpide, azzurre, fredde. Rientriamo a Kos stanchi, soddisfatti e felici: una cena di pesce e via a dormire che il giorno dopo ci attende un’altra traversata. Paola è la prima a cedere, mentre io resisto fino al termine de I Supereroi di Pani e Mollica. C’è Paolo Conte che si racconta, l’appuntamento con il sonno è rimandato ancora di qualche minuto. Spengo la tv che l’una di notte è già passata, mi addormento con il pensiero che tra qualche ora ci dovremo svegliare per andare in Turchia, a Bodrum. Siamo stanchi ma eccitati all’idea di sbarcare nel cuore di quello che fu l’Impero Ottomano, in una terra bella e tormentata. Passano pochi minuti e ci svegliamo di soprassalto nel gorgo dell’inferno. Le pareti della stanza si muovono avanti e indietro, istintivamente ci abbracciamo, è l’unico movimento che riusciamo a fare nell’immediato, il frigobar danza, la porta finestra si spiomba. Dopo 30 secondi interminabili, riusciamo ad alzarci dal letto e a scappare giù per le scale, scalzi, in mutande, senza nulla di superfluo, solo le nostre vite. Sì, perché il terremoto ci riporta allo stato primordiale, ci spoglia delle certezze e dei beni materiali, ci restituisce l’essenza e la fragilità delle nostre vite. In quei momenti è come se la natura volesse riaffermare la propria supremazia sull’uomo. Nel giro di pochi secondi siamo tutti in strada, confusi e impauriti, nudi e disorientati. Ma siamo vivi.

tgcom24
Kos, centro storico (Foto di tgcom24.it)

Paola urla che c’è qualcosa di strano nel mare. Io penso che sia solo spaventata e le dico di tranquillizzarsi. E invece ha ragione lei: le acque del porto stanno scendendo velocemente, alcune barche si piegano, i pontili mobili affondano. Poi le acque iniziano a salire, superano gli argini della banchina, invadono la strada, salgono le scale d’ingresso dell’albergo, entrano nella hall. Urla di panico e fuga generale. Uno tsunami! Corriamo tutti verso il retro dell’Hotel per sfuggire alla furia del mare. L’acqua, però, si ferma, il livello scende e lentamente rientra negli argini. I pescatori mollano gli ormeggi delle loro barche ed escono in mare aperto. Alcuni yacht, liberati dalla forza delle acque, danzano nel porto fuori controllo, in balia dei vortici, e girano su loro stessi con il rischio di scontrasi. Le acque del porto si abbassano nuovamente e poi tornano a salire, inondando strada e banchina. Questa volta non entrano in hotel, attendono fuori.

Alcune ragazze del nord Europa piangono, altre provano a chiamare un taxi per andare via, per raggiungere l’aeroporto e fuggire da questo inferno. Esce una famiglia norvegese dalla stanza, padre, madre e figlio, che, tra lo stupore generale, chiede: “Sapete cos’è successo?”.
“Il terremoto” rispondiamo basiti.
“Ma si ripeterà?” chiede il padre, provocando in noi un misto di stupore e ilarità. Non sanno cosa sia un terremoto, non l’hanno mai vissuto, sentito, percepito. Non possono nemmeno immaginare che nelle prossime ore ci saranno più di 160 scosse di assestamento. Così, appena il mare si ritira dalla strada, per sicurezza cercano un taxi e si dirigono in aeroporto per lasciare l’isola. Intanto arriva in hotel l’architetto che ha seguito la costruzione dell’edificio. É un tipo anziano, che racconta di aver studiato in Italia: ci dice che la struttura “sta bene”, è sicura e che non crollerà. Ma intanto le pareti hanno grosse crepe e il pavimento è pieno di cocci di bottiglie, bicchieri, tazze, vasi.

Noi tiriamo il fiato e cominciamo a chiederci perché la natura, il più delle volte straordinaria e incantevole, possa diventare così ferale, violenta, colma di rabbia. Cominciano ad arrivare notizie dai giornali online e dalle tv: la scossa più forte, quella che ci ha sorpreso nel sonno, è di magnitudo 6.7, l’epicentro è nei pressi di Bodrum, nel tratto di mar Egeo che divide la Grecia dalla Turchia, a una profondità di 10 km. Arrivano notizie di morti e feriti nell’isola: all’inizio si parla di un pontile che è crollato, trascinando in mare diversi ragazzi. Poi scopriamo che, invece, è caduto il tetto di un locale notturno e due ragazzi, un turco e uno svedese, sono morti. Ci sono tanti i feriti, alcuni molto gravi: ce ne rendiamo conto quando alle 6 del mattino arriva in albergo un ragazzo, anche lui cliente, che si trovava in uno di questi locali. Ha ferite sul viso, è smarrito, spaventato, ma è vivo e può ringraziare il destino che l’ha graziato. Io e Paola ci scambiamo uno sguardo inequivocabile: dobbiamo fuggire da quella trappola di dolore e di morte che è diventata l’isola. Proviamo a contattare la compagnia aerea con cui tra quattro giorni dovremmo tornare in Italia. Ci rispondono che al momento l’aeroporto è inagibile, ma anche se lo fosse non avrebbero posto sui voli per l’Italia per i prossimi giorni. Valutiamo tutte le alternative, per mare e per aria, ma non ci sono molte possibilità: navi e traghetti non possono attraccare in porto e la nave da crociera in sosta fino a un’ora prima è salpata per evitare di essere danneggiata dai vortici d’acqua. Prendiamo tempo e cerchiamo di capire cos’è meglio fare. Intanto Paola chiama una ragazza di Fondi che lavora in un’agenzia di viaggi. Ci farà sapere se c’è un aereo, un aliante o un disco volante che ci possa strappare da quella che sembra un’isola appena bombardata.

Kos_foto repubblica
Un locale del centro storico (Foto di repubblica.it)

L’alba è arrivata e si respira una sinistra aria di quiete. Anche il vento, protagonista assoluto nei tre giorni precedenti che avevamo trascorso sull’isola, si è calmato. Intanto i clienti si sono addormentati sul retro dell’hotel, sui lettini intorno alla piscina, alcuni piegati in avanti in veranda. Avvolti dalle coperte cercano qualche ora di quiete, tra loro anche una ragazza con problemi motori e un anziano. Noi non riusciamo a riposare, anche perché le scosse continuano. Decidiamo di fare due passi. E in quel momento raggiungiamo la consapevolezza che nessuno avrebbe potuto convincerci a continuare la nostra vacanza a Kos. Il negozio di liquori e bibite ha gli scaffali vuoti e due inservienti raccolgono i cocci delle bottiglie ammucchiati sul pavimento. Operai sono al lavoro per liberare le strade dai calcinacci. La banchina si è alzata di una quarantina di centimetri rispetto alla strada che costeggia il porto. Il centro è completamente crollato: intorno a noi solo macerie e sofferenza, occhi colmi di terrore e preoccupazione. Mentre ci riempiamo gli occhi di devastazione, ci arriva una telefonata dall’Italia: la ragazza dell’agenzia di viaggi di Fondi ci ha trovato due posti, gli ultimi disponibili, su di un volo Meridiana per l’Italia, per Bergamo, che partirà con molte ore di ritardo, appena riaprirà l’aeroporto. Dopo averla ringraziata almeno un migliaio di volte, torniamo di corsa in albergo, chiamiamo un taxi, carichiamo i bagagli e andiamo all’aeroporto. Lì troviamo migliaia di persone che attendono di partire. Alcune non hanno il biglietto e probabilmente non riusciranno a lasciare l’isola. Alcune strutture dell’aeroporto sono ancora danneggiate, quindi la protezione civile greca fa sostare le persone sul piazzale antistante, prestandogli la massima assistenza. Chi ha il biglietto potrà partire nel tardo pomeriggio e saranno le hostess di ciascuna compagnia a uscire fuori e a raccattare a uno a uno i passeggeri del loro volo.

IMG-20170721-WA0005
Paola e io sul volo Meridiana per Bergamo

Sono le 10 del mattino e siamo già stremati. Non abbiamo chiuso occhio e ogni tanto barcollo. Paola chiacchiera con due fidanzati olandesi, io intanto scrivo le parole che state leggendo. Poi alle 17 arriva una hostess di Meridiana che chiama i passeggeri del volo per Bergamo. Ci alziamo di corsa, commossi, stanchi, stremati. Imbarchiamo i bagagli ma ancora siamo in tensione. Alle 18 circa saliamo sull’aereo, poi il decollo e la fine di un incubo.

 

Annunci

Tennis e scaramanzie: riti e abitudini dei campioni

Maria Sharapova
Maria Sharapova

Internazionali BNL d’Italia 2018. Al primo turno Maria Sharapova affrontava l’australiana Ashleigh Barty sul campo della Next Gen Arena. Non potevo perdere l’occasione di veder giocare la russa così da vicino. Così mi sono seduto nella tribuna laterale per scrutarne meglio i movimenti, la gestualità e le espressioni del viso. Sono entrato così nel mondo di riti e abitudini che caratterizzano la tennista russa. A parte la sua nota ‘paura’ di mettere i piedi sulle righe del campo tra un punto e l’altro, pena la peggiore delle catastrofi tennistiche, la prima cosa che mi ha colpito è stata la preparazione della risposta al servizio: ogni volta Maria dava per qualche secondo le spalle all’avversaria e in quella frazione fissava un punto indecifrabile sul fondo del campo, stringendo il pugno per darsi la carica; poi si girava e si posizionava per rispondere. É come se in quei momenti focalizzasse qualcosa o liberasse la mente. Un’altra particolarità che ho notato durante l’incontro è legata al suo turno di servizio: le ero così vicino che pensavo di farle un primo piano con la fotocamera del telefonino. Mi sono detto: ‘La immortalo appena si gira verso il raccattapalle che sta dalla mia parte per farsi dare le palline’. Per tutto il primo set la Sharapova non le ha mai chieste a quel raccattapalle posizionato alla sua sinistra. Avrà voluto farmi un dispetto? Non credo. Un caso? Forse. Una scaramanzia? Molto probabile.

Flavia Pennetta
Flavia Pennetta

Questo per raccontarvi che tutti i tennisti ne hanno almeno una, confessabile o inconfessabile, evidente o impercettibile, dentro o fuori dal campo. Dal servire con la stessa pallina con cui si è vinto il punto precedente (molti lo fanno, tra questi Richard Gasquet) alle bottiglie d’acqua posizionate allo stesso modo a ogni cambio campo. Ci sono poi scaramanzie legate all’abbigliamento: negli anni ho sentito storie riguardanti i polsini, le scarpe, i cappellini messi al contrario. Pare che Panatta, quando vinse il Roland Garros nel 1976, abbia indossato in tutti i match la stessa maglietta, ovviamente facendola lavare ogni volta. In diverse occasioni ho intervistato i migliori giocatori italiani e la curiosità mi ha spinto a indagare: Fabio Fognini, per esempio, ha molti riti scaramantici, ma ha preferito non svelarli, rifugiandosi in un diplomatico “[…] Se inizio a elencarli potremmo stare qui per giorni. Ogni atleta ha le proprie manie”; Andreas Seppi, invece, mi ha raccontato che in campo non ha particolari scaramanzie, mentre fuori “l’unico gesto che mi concedo è quello di usare sempre la stessa doccia durante tutto il torneo”, abitudine che è anche di Paolo Lorenzi. Mentre Flavia Pennetta come rito portafortuna mi ha raccontato che raccoglieva i suoi capelli in due modi: “Uno chignon nel singolo e una coda nel doppio”.

rafael-nadal-gifted-amazing-painting-pic-inside
Rafael Nadal

Ma veniamo ai riti dei campioni che spesso assumono la caratteristica di gesti compulsivi: il numero uno in questo senso è Rafa Nadal. Il suo ‘show’ inizia dall’entrata in campo che avviene rigorosamente con il borsone delle racchette sulla spalla destra e una racchetta nella mano sinistra. Al momento del sorteggio, nei pressi della rete con arbitro e avversario, non penso di averlo mai visto fermo: Rafa saltella ripetutamente sul posto, poi fa un passo avanti e uno indietro; terminato il sorteggio, si gira e fa uno scatto verso il fondo del campo. Durante il match sulla terra battuta non manca mai di dare una pulita alla riga di fondo, ma l’apice lo raggiunge quando serve o risponde: di solito parte con la cosiddetta ‘smutandata’, prima dietro e poi avanti, poi passa alla maglietta che solleva leggermente prima sulla spalla sinistra e poi su quella destra, infine mano destra sul naso, una passata dietro l’orecchio sinistro, poi di nuovo sul naso e poi una sistemata dietro quello destro. Vi invito infine a far caso al cambio di campo: Rafa è sempre il primo ad arrivare nei pressi della rete, ma si ferma e aspetta che il suo avversario passi prima di lui.

novak-djokovic-t
Novak Djokovic

Una menzione speciale la merita anche Novak Djokovic e i rimbalzi infiniti quando si tratta di servire prima o seconda palla. Anni fa il serbo aveva l’abitudine di trascorrere circa 25 secondi secondi a ‘batter’ la pallina ripetutamente sul terreno di gioco, con il risultato di snervare gli avversari ma anche il pubblico. Nel tempo ha corretto questo suo rito (secondo me involontario), anche per motivi regolamentari, riducendo il numero dei rimbalzi. Ogni tanto però ci ricasca, soprattutto quando il match si fa teso, come nel caso del quarto di finale del Roland Garros 2018 perso contro il nostro Marco Cecchinato: con tutto che voglio bene a Djokovic, nel corso del quarto set al milionesimo rimbalzo ammetto di aver perso la pazienza e di aver lanciato qualche imprecazione.

Anche Roger Federer, seppur per un breve periodo, non è rimasto immune da un piccolo rito: farsi passare la pallina sotto le gambe prima di servire. Ma possiamo considerarlo un peccato veniale rispetto alla complessa gestualità di Rafa Nadal.

N.B. Questo articolo non pretende di essere esaustivo. Anzi, se qualcuno ricorda altri episodi, riti scaramantici o abitudini anche di tennisti del passato non esiti a segnalarlo nei commenti

Jennifer Capriati: bambina prodigio, anima fragile

Capriati2
Jennifer Capriati agli esordi

Nel corso della sua carriera tennistica Jennifer Capriati ha vinto 14 titoli WTA di singolare, di cui tre tornei del Grande Slam, uno di doppio e un oro olimpico a Barcellona, guadagnando la prima posizione della classifica mondiale e premi per oltre 10 milioni di dollari. Messa così potrebbe sembrare la presentazione di una qualsiasi campionessa di questo sport. E invece la vicenda professionale e umana della Capriati è stata molto più tortuosa e complessa, al punto di scuotere il mondo del tennis, costringendolo a rivedere alcune regole.

La bambina prodigio

con padre giovane
Jennifer con papà Stefano

È poco più di una bambina Jennifer Capriati quando, nel 1989, ad appena 13 anni si aggiudica i prestigiosi tornei juniores come il Roland Garros, gli US Open e altri appuntamenti importanti. In campo esibisce grinta e talento, Jennifer, dimostrando di essere più forte dei suoi coetanei e quindi già pronta per palcoscenici più importanti. La Capriati fa così il suo esordio tra i professionisti il 5 marzo del 1990, a pochi giorni dal compimento dei suoi 14 anni, partecipando al Virginia Slims of Florida che si gioca a Boca Raton, nella contea di Palm Beach. La giovane atleta non si mostra per niente intimidita e regala una prestazione stupefacente, battendo tenniste esperte e talentuose come la francese Nathalie Tauziat e Helena Sukovà e spingendosi fino alla finale, dove viene fermata, non senza difficoltà, dalla campionessa argentina Gabriela Sabatini. Si consacra così la più giovane tennista della storia ad aver raggiunto un traguardo così prestigioso nel tennis professionistico. Da quel momento è un’ascesa inarrestabile quella della Capriati: la settimana successiva al torneo di Boca Raton, sbarca sulla terra verde di Hilton Head, dove viene fermata soltanto in finale da Martina Navratilova. Seguita e accudita costantemente da papà Stefano, originario di Brindisi, sempre nel 1990 arriva in semifinale al Roland Garros e vince il suo primo torneo tra i professionisti a Dorado, in Porto Rico, entrando tra le prime dieci giocatrici del mondo a soli 14 anni, un altro record straordinario. E continuerà a vincere tanto anche nel 1991 e nel 1992, aggiudicandosi addirittura la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona.

Jennifer Capriati foto 1
La Capriati in campo

E il 1993 sembra cominciare nel migliore dei modi, con la vittoria dei New South Wales Open di Sydney. Sulla soglia dei 17 anni inizia però a spezzarsi qualcosa nella solidità di questa bambina prodigio. Improvvisamente si scopre fragile e smarrita. È come se la sua giovanissima età le chiedesse conto di questa sua maturazione troppo precoce. I rapporti con il padre si fanno gradualmente sempre più tesi. Nulla di strano, se si pensa che Jennifer è un’adolescente, anche se è già un’affermata tennista che ha guadagnato milioni di dollari. Probabilmente in lei cresce il desiderio di appropriarsi del suo tempo, della sua età: magari vorrebbe uscire con le amiche o addirittura avere un fidanzato con cui fare tardi la sera, concedendosi qualche trasgressione.

Dall’inverno del 1993 Jennifer comincia a diradare sempre di più le partecipazioni ai tornei del circuito, finché nel mese di dicembre viene arrestata a Tampa, in Florida, per aver rubato un anello in una gioielleria. Si parla di cleptomania. Lo dichiara in un’intervista all’Adnkronos anche il professor Sergio De Risio, ordinario di Clinica Psichiatrica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, secondo il quale “il fatto che la Capriati sia tanto brava da essere campionessa di tennis vuol dire che, nonostante questo, c’è qualcosa in lei che non quadra, qualche elemento che continua a rivendicare e che esprime attraverso questo comportamento cleptomanico. La cleptomania esprime l’idea di riprendersi qualcosa che manca e nel rischio che l’azione comporta c’è la sfida”. Probabilmente Jennifer vuole riprendere in mano se stessa, la sua adolescenza, scrollandosi di dosso il peso delle responsabilità e delle aspettative. E lo fa trasgredendo le regole: nel maggio del 1994, infatti, viene nuovamente arrestata, questa volta per possesso di marijuana, mentre si trova a Coral Gables, in Florida. Il tennis non è più il suo primo pensiero, ma una trappola da cui fuggire.

Proprio la vicenda della Capriati, spinge la WTA nel 1994 a scrivere regole molto più rigide per l’accesso al professionismo delle bambine prodigio della racchetta: a chi non ha compiuto ancora 14 anni vieta di giocare tornei validi per il circuito ITF o WTA, mentre dai 14 ai 17 anni permette alle tenniste in erba di partecipare annualmente a un numero limitato di eventi, che aumentano progressivamente con l’avanzare dell’età: 8, 10, 12 e 16. Ma intanto è Jennifer a pagare lo scotto: sparisce per circa un anno e mezzo, non gioca più tornei, pare che si alleni poco e male.

Il ritorno

Capriati 3
Gli anni del ritorno

Poi nel 1996 la Capriati torna a giocare, oscillando sempre tra alti e bassi, vittorie e momenti di vuoto. Solo con l’arrivo nel nuovo millennio, la tennista americana riesce a raggiungere finalmente risultati strepitosi: nel 2001 vince due tornei del Grande Slam, Australian Open e Roland Garros, conquistando la prima posizione della classifica mondiale, per poi bissare il successo in Australia anche nel 2002. Ma l’anima fragile e tormentata di Jennifer riemerge prepotentemente insieme a una serie di guai fisici che la costringono ad operarsi e ad abbandonare nel 2004, ad appena 28 anni, l’attività agonistica.

Negli anni ammette di soffrire di depressione e nel 2010 viene ricoverata d’urgenza per quella che inizialmente sembra un’overdose da sostanze stupefacenti, che poi si rivela, come specificato dal portavoce della famiglia Capriati, “un sovradosaggio accidentale di un farmaco prescritto dal suo medico personale”. Nel 2012 viene inserita tra i membri della prestigiosa International Tennis Hall of Fame, ma poco tempo dopo balza nuovamente alle cronache per una denuncia presentata dal golfista statunitense Ivan Brannan, suo ex fidanzato, che afferma di esser stato picchiato dalla campionessa al culmine di una lite. È sempre la stessa Jennifer, fragile e tormentata.

2012 International Tennis Hall Of Fame Induction Ceremony
Nell’Hall of Fame

Nel 2015 scompare all’età di ottant’anni il papà, Stefano Capriati, figura controversa e discussa a cui spesso sono state attribuite responsabilità per le numerose fragilità della figlia. “Amo mia figlia più di quanto immagini. Ma dalle mie parti abbiamo un proverbio che dice ‘quando la mela è matura, mangiala’. Jennifer è matura. Solo dio sa se si stancherà del tennis, ma se e quando accadrà, avrà comunque guadagnato più soldi di quanti io potrei mai darle” aveva dichiarato l’uomo al giornalista Bud Collins negli anni dell’esplosione di Jennifer, come riportato da Ubitennis.com, per poi confessare molto tempo dopo di aver esagerato nel metterle pressione: “Avrei dovuto lasciarle più spazio. Invece cucinavo per lei, vivevo con lei 24 ore al giorno. A volte mi diceva ‘Non voglio allenarmi questa settimana’ ma io insistevo perché si preparasse per il prossimo torneo”. Nonostante tutto, Jennifer l’ha sempre amato e compreso. Lo confermano le parole che gli riservò quando entrò a far parte dell’International Tennis Hall of Fame, riportate da Daniele Vallotto sul sito Ubitennis.com: In questo momento voglio davvero ringraziare mio padre per avermi insegnato tutto quello che so e per avermi dato le basi del mio tennis. Sapeva come insegnarmi nella maniera migliore perché io comprendessi e mi fidassi di lui. Mi ha insegnato molto anche della vita fuori dal campo. Mi ha insegnato cos’è l’amore senza condizioni, cosa vuol dire esserci sempre. Ha un cuore d’oro, e ti ringrazio, papà, per essere come sei”.

“Mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso” – Intervista a Ernesto Bassignano

Copertina Il grande Bax!
Copertina de ‘Il grande Bax’

Da quarant’anni cantautore e operatore culturale, giornalista e produttore musicale. Ernesto Bassignano è stato uno di quei “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno fatto la storia dell’indimenticabile Folkstudio, fucina di talenti romani e non solo. Ma è anche il fine intrattenitore che ha condotto per undici anni la trasmissione radiofonica Ho perso il trend, sulle frequenze di Radio 1 Rai, arrivando a conquistare mezzo milione di ascoltatori ogni giorno. Mesi fa, a tre anni dal suo precedente lavoro, Bassignano ha pubblicato l’album Il grande Bax!, prodotto da Mauro D’Angelo per l’etichetta Atmosfera. Un disco composto da nove brani d’autore, otto firmati dall’artista romano e uno scritto nel 1968 dal cantautore Duilio del Prete, scomparso ormai da 20 anni. Alcuni introspettivi e nostalgici, come Chi sono davvero, altri che raccontano con arguzia il nostro tempo senza rinunciare alla poesia, come Davanti a uno schermo e Gente di passaggio. Un album da sfogliare alla stregua di un libro fotografico, canzoni come istantanee di quarant’anni di vita e di arte.

Ernesto, sieti rimasti in pochi a far dischi di questo spessore poetico.
È vero, siamo rimasti in pochi. Quello che però mi fa incazzare da morire è che, nonostante le recensioni positive che il disco ha ricevuto, continuano a non invitarmi al Premio Tenco.

Come te lo spieghi?
Prima di tutto pago il fatto di essere considerato un giornalista che canta. Il problema poi è che io sono un ex funzionario del PCI e questo va a mio sfavore. Oltretutto non sono un anarchico, non ho mai fatto parlare il manager al mio posto, anzi, ci ho messo sempre la faccia. Per di più mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso.

IMG_9736

Un fatto che raccontano in pochi è che tu hai collaborato per tanti anni con un grande artista come Umberto Bindi.
Sì, ho scritto molte canzoni per lui. Quattro brani firmati da me sono nel disco Di coraggio non si muore, uscito nel 1996 per l’etichetta Fonopoli di Renato Zero. Per l’occasione scrissi anche un libro su di lui insieme a un mio amico che fa lo storico della canzone. Sia il libro che il disco non ricevettero una promozione adeguata. Renato poi volle portare Umberto al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls, presentando il brano Letti. Il connubio non fu un granché. Quel brano avrebbe dovuto cantarlo per intero Bindi seduto al pianoforte, e invece Renato spinse per far entrare nella partita anche i New Trolls e il pezzo perse di efficacia. Comunque sono contento di aver collaborato per undici anni con Umberto.

Una persona non sempre rispettata nell’ambiente musicale, che ha sofferto tantissimo.
Perché era il più bravo di tutti. Secondo me Il nostro concerto, Arrivederci, La musica è finita e Il mio mondo sono le quattro canzoni più importanti della musica italiana. La sua è stata una perdita colossale per la musica, per la cultura e anche per me che gli volevo bene.

Parliamo del Folkstudio. Hai nostalgia di quegli anni?
Mi sembra di aver sognato. Un sogno fatto di fumo, di corridoi bui, di sangria. Un mondo straordinario in un’epoca rivoluzionaria. Entravano e uscivano artisti del calibro di Gato Barbieri, Mariangela Melato, Gian Maria Volontè, Elio Petri. Poi c’eravamo io, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Giorgio Lo Cascio. Fino al 1972 è stato bellissimo, poi loro hanno cominciato a fare dischi e io invece ho continuato a suonare alle Feste dell’Unità fino al 1976, guadagnando anche più dei miei colleghi, lo devo ammettere.

Avete scelto strade diverse.
Sì, io scrivevo canzoni di lotta e le pubblicavo con la Ariston. Quando provai a entrare nel 1975 alla RCA con Moby Dick, prodotto da Rino Gaetano, purtroppo l’album venne male. Mentre veniva eseguito il missaggio del disco, infatti, io ero in campagna elettorale e Rino era sdraiato in un campo con le sue birre disperate. Ecco perché Moby Dick non ebbe la risonanza che meritava. E così divenne una sorta di canto del cigno. La verità è che io preferivo stare in giro, in mezzo alla gente. Avevo scelto la canzone politica come ‘fucile’. Mi accorsi che era tutto finito quando Berlinguer mi prese da parte, dicendomi che i Soviet in Italia non sarebbero arrivati mai e che forse avrei dovuto pensare di più alla mia carriera artistica. Ma ormai era troppo tardi. Un’epoca era alla fine: il PCI stava cambiando pelle. L’errore fu pensare che l’Italia diventasse rossa.

IMG_9849

Quanto gli artisti di Cantacronache influenzarono la tua scrittura musicale?
All’inizio sono stato molto ispirato da loro. Io sono venuto da Cuneo con Duilio del Prete, quindi figurati. Amavo il mondo di Straniero, Bosio, Liberovici, Portelli, e io volevo essere un prosecutore del Cantacronache, che purtroppo nel frattempo era morto. Dalle sue ceneri erano nati Il Canzoniere Internazionale di Settimelli e il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli. Io in quegli anni mi ponevo a metà strada tra la canzone d’autore e quella di lotta. Ero un ‘tenchiano’: volevo una canzone poetica, lirica, ma impegnata. Venni sconfitto: da una parte era venuto fuori l’ermetismo di De Gregori, dall’altra c’era il pop. Una canzone ‘alla Tenco’ non c’era stata più. Io ero a metà tra la lotta e la canzone d’autore.

Hai qualche rimpianto?
Questa è una domanda terribile. Io vivo di rimpianti, mia moglie e i miei amici mi rimproverano molto per questo, dovrei guardare al futuro e fregarmene di tanta merda che mi hanno fatto mangiare. Comunque il rimpianto più grande è di non aver capito un po’ prima quello che stava succedendo. Ho fatto il militante ferreo fino alla fine e questo è stato sbagliato.