Chi ha detto Soerba?

Sicuramente ve lo ricorderete. Era l’estate 1998 e un gruppo dal nome enigmatico, Soerba (io personalmente pensavo fosse il nome di qualche

Soerba

diserbante), lanciava in radio il brano “I’m very happy”. Tra le note di questa canzone si agitava il fantasma dei Bluvertigo. E, infatti, il loro primo album fu prodotto da Marco “Morgan” Castoldi, amico storico di Gabriele D’Amora e Luca Urbani (i Soerba erano un duo).

I Soerba, dopo varie vicissitudini e diversi album, si sono sciolti nel 2003. Luca Urbani continua a scrivere canzoni. Proprio l’altro giorno è uscito “Catodico praticante”, il suo secondo album da solista. Urbani fa anche il produttore discografico e l’autore per diversi artisti del panorama underground. Anche D’Amora pare che faccia il produttore. Nonostante siano passati un po’ di anni e parte della loro produzione musicale sia attualmente indisponibile, i Soerba hanno ancora molti fan. Mesi fa è uscita anche la biografia “Chi ha detto Soerba?”, scritta da Stefano Duchi, conduttore radiofonico e grande fan del gruppo, in cui il duo monzese viene raccontato attraverso particolari inediti, riguardanti gli esordi o il periodo dell’adolescenza.

Vi propongo un episodio raccontato nel libro che chiarisce la genesi del nome Soerba.

Parco di Villa Reale, Monza: sotto il sole di un’estate alle porte, nei pressi di una grande quercia, Gabriele D’Amora, Luca Urbani e Morgan sono distesi sul prato a rollare una canna. Morgan però continua nervosamente a strappare fili d’erba, Luca lo riprende seccato: «Smettila di strappare l’erba!»

«Cos’hai detto? Soerba?»

«Io non ho detto Soerba, l’hai detto tu!»

«Gabriele, hai detto Soerba?»

«No, però mi è sembrato proprio che qualcuno dicesse Soerba.»

Nessuno aveva pronunciato quella parola, ma tutti l’avevano sentita: ne convennero fosse un ottimo nome per un gruppo. 

Il libro è acquistabile on-line su http://www.ebay.it e su www.karusonet.com.

Per chi avesse la memoria corta, ecco il video di “I’m very happy”:

Giorgio Canali rilancia la Psicolabel

Giorgio Canali

Il buon Canali non riesce proprio a star fermo. Così, tra il progetto musicale dedicato ai Joy Division e gli ultimi ritocchi al suo nuovo album, rilancia in questi giorni l’etichetta e casa di produzione Psicolabel, già attiva dai primi anni Ottanta fino alle soglie del nuovo millennio. La Psicolabel, fondata a suo tempo dallo stesso Canali, ha rappresentato una formula di autogestione della musica lontana dal mondo delle major, uno strumento a supporto del panorama alternativo della musica italiana. A riguardo Canali ha dichiarato: “Psicolabel, all’inizio degli anni ottanta, è stato un tentativo di etichetta autogestita. Sono molto affezionato al suono del marchio che evoca il mio approccio tutt’altro che razionale al lavoro creativo… Oggi possiamo dire che Psicolabel si evolve da atelier artigianale di produzione artistica a etichetta vera e propria, riscoprendo le sue ragioni originali: occuparsi di diffondere musica al limite… I famosi bambini difficili”. La prima uscita del nuovo corso di Psicolabel è prevista per il mese di giugno con l’album “Antipùri” dei Radiofiera.

Ezio Vendrame, il calciatore a cui non piaceva fare il calciatore

Giampiero Boniperti lo paragonò a Kempes. Altri lo definirono il George Best del nostro calcio. Ma lui fu semplicemente Ezio Vendrame, un talento inespresso e a volte incompreso, genio e sregolatezza del calcio italiano. Nereo Rocco mi dava del pazzo, e la cosa, non lo nego, mi faceva enormemente piacere – ha dichiarato in un’intervista Vendrame – più semplicemente, io amavo giocare a pallone, ma non mi piaceva fare il calciatore.” Vendrame era capace di tutto. Una volta, a San Siro, fece un tunnel a Gianni Rivera e poi gli chiese subito scusa. “Perché Gianni era un artista del pallone, e umiliarlo così…mi dispiacque tantissimo. D’altra parte un po’ fu anche colpa sua, lui allargò le gambe, e chi allarga le gambe, nel calcio come nella vita, ti spinge sempre a fare qualche cosa”.

Classe 1947, sangue friulano, Vendrame esordì in serie A nel 1971, con il Lanerossi Vicenza. La sua aria da hippie, capelli lunghi e barba folta, lo fece diventare nel giro di poco tempo un idolo della tifoseria biancorossa. Ezio era capace di alternare giocate di alta classe a prestazioni sotto tono. Dopo tre anni con la maglia biancorossa passò al Napoli, con cui giocò appena tre partite in tutto il campionato. Pare che alla base di questa esclusione ci fosse il rapporto travagliato con l’allenatore Luis Vinicio. “Vinicio non sopportava che 20-30 mila napoletani venissero a vedermi allenare – ha raccontato Ezio qualche anno fa – e che alla domenica 80mila andassero in visibilio per le mie sgroppate”. E su Napoli ha aggiunto: “Una città meravigliosa, gente bellissima e poi mi sono scopato il meglio del meglio, questa allora come sempre una delle mie partite più sentite”.

Ma ciò che rimarrà negli annali del calcio, saranno le gesta di Ezio Vendrame sul rettangolo di gioco. Però sarà impossibile dimenticare anche la sua passione per le donne, che più di qualche volta compromise le sue prestazioni sportive. “Fare il calciatore ti poneva al centro dell’attenzione. Avere delle donne era facilissimo, e io non mi tiravo certo indietro, anzi…”. Parola di Ezio.

Uno dei tanti episodi di cui si rese protagonista accadde mentre giocava

Ezio Vendrame oggi

con il Vicenza. In un’azione di contropiede, Vendrame venne a trovarsi a centrocampo senza avere davanti compagni da servire. Allora salì con entrambi i piedi sulla palla e si portò le mani alla fronte per scrutare l’orizzonte. Ma l’episodio più noto risale alla stagione 1976-77, quando giocava in serie C con la maglia del Padova. La partita era Padova-Cremonese e il risultato era già stato concordato prima di scendere in campo. Ezio, insofferente a questo tipo di combine, trovò il modo per ravvivare un incontro noioso con una delle sue trovate eclatanti. E con il suo gesto causò involontariamente anche una tragedia. “Lo ricordo fin troppo bene. Giocavo nel Padova, contro la Cremonese. In campo avevano deciso la ‘torta’, che a me proprio non andava giù. Non potevo certo prendermela con gli avversari e puntare verso la loro rete. Così, dal centro del campo, feci dietro front e puntai verso la nostra area. Qualche compagno, ripresosi dallo spavento, mi si fece incontro ma io lo dribblai, fino a trovarmi a tu per tu con il nostro portiere. Solo a quel punto, e dopo aver fintato il tiro, stoppai invece il pallone con la pianta del piede. Ricordo il sospiro come di sollievo di tutto lo stadio… Solo a fine partita seppi del dramma: un tifoso si era spaventato a tal punto da morire di infarto.”

Un’altra volta, invece, dinanzi alla proposta di giocare male la partita contro l’Udinese, la sua ex squadra che stava lottando per la promozione dalla C alla B, inizialmente accettò un’offerta di 7.000.000 per una “prestazione scadente”. La sua squadra, il Padova, in quei giorni navigava in cattive acque finanziarie. I premi partita erano i minimi stabiliti dalla FIGC: 22.000 lire a punto. Una volta entrato in campo, però, Vendrame fu fischiato dai suoi ex tifosi. Così decise di “…punire quel pubblico di ingrati…affanculo i sette milioni, viva le 44.000 lire”. Ezio segnò una doppietta e il Padova vinse 3 a 2. Uno dei due goal lo realizzò dalla bandierina del corner, dichiarando al pubblico che avrebbe segnato. Ma prima di calciare si soffiò il naso con la bandierina. Qualche anno più tardi giustificò così quel gesto: “Vi pare bello vedere quei giocatori che si puliscono il naso con le mani? Ero lì per battere un calcio d’angolo, e mi sembrò più fine, se vuoi anche più educativo, usare la bandierina a mo’ di fazzoletto…. “

Dopo essersi ritirato dal calcio, Ezio si rifugiò nella campagna friulana a coltivare i suoi hobby. Ancora oggi scrive poesie e suona la chitarra. Ha

Copertina del libro “Se mi mandi in tribuna, godo”

pubblicato anche parecchi libri, che consiglio vivamente di leggere a chiunque volesse conoscere meglio la sua filosofia di vita. In questi anni ha allenato anche le squadre giovanili del Venezia e della San Vitese. Pare che, ogni volta che comincia ad allenare una nuova squadra, il discorso di iniziazione sia questo: “Cari ragazzi, buttate nel cesso le vostre playstation e rinchiudetevi nei bagni con un giornaletto giusto in bella vista. Quando uscite, innamoratevi di una bella figliola: il sesso fai da te è bello, ma quello con una coetanea è meglio”. Questo è Ezio Vendrame, genio e sregolatezza. Nel calcio e nella vita.

N.B. I virgolettati sono stati da me estrapolati dall’intervista rilasciata da Ezio Vendrame a Fabrizio Calzia e da una recensione di Sebastiano Vernazza.

All’asta il pianoforte con cui fu suonata per la prima volta “Yesterday”. E intanto McCartney si concede un ballo.

Il prossimo 14 aprile sarà messo all’asta, a Londra, il pianoforte “Eavestaff” con cui Paul McCartney suonò “Yesterday” per la prima volta. Lo strumento apparteneva alla pop-star Alma Cogan, amica dei Beatles scomparsa nel 1966. La sorella di Alma, Sandra, ha messo all’asta il piano

Un'immagine del piano "Eavestaff"

con l’intenzione di devolvere il ricavato al London’s Drury Lane Theatre.

Era il 1964 quando Paul McCartney, dopo aver sognato la melodia di “Yesterday”, cominciò a canticchiarla agli amici musicisti chiedendo se quel motivo fosse inedito o se l’avesse involontariamente “rubato”.  Così andò a casa Cogan e chiese ad Alma se conosceva il brano.“Per circa un mese – ha più volte ricordato McCartneymi aggirai chiedendo alla gente dell’ambiente musicale se l’avevano mai sentita prima. Alla fine era come riportare un oggetto smarrito alla polizia. Pensai che se nessuno la reclamava dopo qualche settimana avrei potuto tenerla. Andai nell’appartamento di Alma Cogan, a Kensington, e chiesi “che canzone è questa?”. E mi misi a suonarla al suo pianoforte. Alma se ne intendeva di brani, aveva orecchio, ascoltava Jerome Kern e Cole Porter e quel genere di cose e mi disse: “Non so cosa sia, ma è bellissima!” Questo pianoforte fu suonato in seguito, durante le feste organizzate dalla famiglia Cogan, anche da Mick Jagger, Sammy Davis Junior, John Lennon e dagli attori Michael Caine e Sean Connery.

Intanto Paul McCartney, nonostante i suoi sessantotto anni, non smette di

Paul McCartney

esplorare e farsi contaminare da nuovi universi artistici. Proprio in questi giorni ha finito di comporre le musiche di “Ocean’s Kingdom”, spettacolo di danza della nota compagnia newyorchese The New York City Ballet. La prima mondiale andrà in scena il prossimo 22 settembre a New York.

Pare che a fine febbraio McCartney si sia lanciato in un ballo sfrenato nel corso della tappa newyorchese del tour di Lady Gaga. Chissà che Sir Paul non stia meditando di stupirci ancora. Magari nelle vesti di ballerino.

Oggi con L’Espresso l’intramontabile Plastic Ono Band

Oggi, insieme a L’Espresso, è uscito Plastic Ono Band, il primo album post-Beatles di John Lennon.

Mother, Working class hero, Love. Bastano questi tre pezzi a giustificarne l’acquisto.

Qualche curiosità? Nell’album, uscito nel 1970, Yoko Ono ha “suonato” il vento e Phil Spector, l’inventore del Wall of Sound, ha accompagnato con il pianoforte la voce di Lennon in Love. Alla batteria c’era Ringo Starr.

Il video di Love

La triste storia del portiere Giuliano Giuliani: dai trionfi alla malattia

A cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, il mondo del cinema, della musica e dello sport non restarono immuni dall’incedere prepotente dell’AIDS. Nel 1985, l’attore Rock Hudson ammise pubblicamente di essere malato.

Giuliano Giuliani

Nel 1991, Freddy Mercury dichiarò di aver contratto l’AIDS e morì appena ventiquattro ore dopo l’annuncio. Anche il mondo dello sport venne toccato dal virus. Sempre nel 1991, il grande giocatore dell’NBA, Magic Johnson, annunciò al mondo di doversi ritirare dalle scene per aver contratto l’HIV. Oggi Johnson è ancora vivo e vegeto. Ed è uno dei maggiori sostenitori della lotta contro l’AIDS, nonché la prova vivente che le prospettive di vita dei contagiati si sono allungate.

Purtroppo, però, ci sono stati anche sportivi che non ce l’hanno fatta. Pochi giorni fa mi è capitato di leggere un articolo di qualche anno fa in cui si diceva che anche nel calcio italiano c’erano stati alcuni casi di AIDS. Allora mi sono ricordato di Giuliano Giuliani, portiere del Napoli dello scudetto nella stagione ‘ 89-90 e vincitore della coppa Uefa, che morì a metà degli anni Novanta nel silenzio più assoluto. Giuliani era una persona schiva, timida, introversa. Amava stare in disparte, coltivare interessi e lanciarsi in nuove attività. Era anche appassionato di pittura.

Dopo lo scudetto dell’89’-90 e la Coppa Uefa, Giuliani fu costretto ad andare via da Napoli. Una serie di dicerie investirono la sua famiglia, la moglie Raffaella e la piccolissima figliola Jessica. Anche i compagni di squadra cominciarono a non avere più fiducia in lui. Secondo loro, Giuliani si allenava troppo poco e per questo non si sentivano sicuri con lui in porta. Così scappò da Napoli e si trasferì a Udine per giocare con l’Udinese.

Nel 1992, un quotidiano uscì con un titolo affilato più di una lama di coltello: “Giuliani ha l’Aids”. Il portiere non replicò e, dopo lo scalpore iniziale, la questione finì lì. Intanto Giuliani, nel 1993, venne arrestato per aver acquistato cocaina a fini di spaccio. Nello stesso anno si ritirò dal calcio giocato. Poi nel 1994 venne processato e poi assolto dalle accuse di spaccio di droga.

Intanto, però, il male lo consumava. Sempre nel silenzio, perché Giuliani era così timido che non ce l’avrebbe fatta a confessare al mondo che era malato. La mattina del 14 novembre del 1996, dopo aver accompagnato Jessica a scuola, il portiere dai lunghi capelli ricci si recò al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, al reparto di malattie infettive per un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute. Nel corso di quell’anno era già stato ricoverato in altre due occasioni. Questa volta, però, Giuliani non uscì vivo dal policlinico. E morì a soli 38 anni. Le comunicazioni ufficiali parlarono di complicazioni polmonari. Nemmeno un cenno alla malattia che aveva generato queste complicazioni.

Pochi mesi fa l’ex moglie del portiere, Raffaella Del Rosario, che lo assistette negli ultimi giorni della sua vita, nonostante si fossero lasciati qualche anno prima, ha finalmente parlato della vicenda con un noto quotidiano italiano. «… forse a distanza di tanto tempo si può fare outing per la prima volta. Anche per chiarezza e informazione. Per aiutare i giovani a non sbagliare. Giuliano è morto di Aids», ha raccontato Raffaella Del Rosario, ex fotomodella con esperienze di conduttrice televisiva al fianco di Maurizio Mosca. La Del Rosario ha chiarito per la prima volta le voci che giravano nell’ambiente del calcio su come Giuliani avesse contratto la malattia. Tipo quella che si sarebbe ammalato al matrimonio di Maradona. «Potrebbe essere – racconta Raffaella – nessuno l’ha mai saputo. Nessuno lo saprà. Sicuramente è stato un contagio sessuale con una donna. La droga non c’entra nulla». Ma la cosa che fece male all’ex-moglie e alla famiglia di Giuliani fu la reazione di diffidenza, paura e distacco del mondo del calcio al momento della scomparsa del portiere. «Tuttora nessuno ricorda più Giuliano, – ha concluso Raffaella Del Rosario – nessuno parla più di lui. Solo perché l’Aids è una malattia scomoda, dà fastidio in un ambiente come quello del pallone. E tutto questo mi ferisce, mi amareggia. Non è giusto».

Festival di Sanremo – Sergio Caputo: “Mi aspettavo che “Il Garibaldi Innamorato” fosse incluso nella serata celebrativa dell’Unità d’Italia”

Sergio Caputo ha mal digerito che “Il Garibaldi innamorato”, brano con cui

Sergio Caputo

partecipò nel 1987 al Festival di Sanremo, non sia stato inserito tra i pezzi che saranno interpretati giovedì al Festival nel corso della serata dedicata alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. “Da più di un anno ricevo incoraggiamenti e lodi per aver scritto una canzone come “Il Garibaldi Innamorato” – ha dichiarato Sergio Caputo – “un brano che è entrato nella storia della canzone italiana, e che parla di Garibaldi a livello umano e poetico e al di là delle retoriche.  Tra l’altro, un brano che è legato alla storia del Festival di Sanremo, dove nel 1987 l’ho presentata al grande pubblico.  Mi sarei aspettato un invito anche simbolico al Festival, o quantomeno che la canzone fosse inclusa nella serata celebrativa.  Sono molto stupito che ciò non sia accaduto.”

Astutillo Malgioglio, il volto pulito del calcio

Astutillo Malgioglio è stato un calciatore, un portiere di serie A. Ha giocato con squadre del calibro della Roma, della Lazio e dell’Inter. La sua carriera da professionista è durata circa quindici anni, dal 1977 al 1992. Un calciatore atipico: niente macchine potenti, niente ville sfarzose, niente donne facili. Astutillo decise di non dissipare il proprio denaro in beni e svaghi effimeri. Preferì fare qualcosa di utile per gli altri, dando una mano

Astutillo Malgioglio con la maglia dell’Inter

ai bambini affetti da distrofia muscolare. Dopo essersi specializzato nello studio dei problemi motori, nel 1977 cominciò ad accudire bambini affetti da distrofia muscolare. Per questo investì i propri soldi nel centro ERA 77, una palestra che attrezzò con macchine adeguate a prestare le cure a questi bambini.

Nel 1985 andò a giocare con la Lazio, dopo aver militato qualche anno nella Roma. I tifosi biancocelesti non potevano perdonargli l’affronto di aver vestito la maglia dell’odiatissima squadra rivale. Così, partita dopo partita, non perdevano occasione di stuzzicarlo, ricordandogli che era stato uno “sporco romanista”.

Il 9 marzo del 1986, come ogni domenica, Malgioglio scese in campo per difendere la porta della Lazio. Quel giorno i biancocelesti affrontavano il Vicenza. Ad accoglierlo, però, questa volta non furono solo i cori che gli sottolineavano ancora una volta la sua militanza nella Roma. Ci fu anche uno striscione: “Tornatene dai tuoi mostri”. I mostri erano i bambini assistiti da Astutillo. Posso solo immaginare cosa sia successo nella testa e nel cuore di Malgioglio. Il

Astutillo Malgioglio quando giocava nella Roma

tumulto che quello striscione avrà smosso dentro di lui.

No, il giocatore non poteva sopportare questo affronto ai suoi bambini. “Insultate me, ma lasciate stare i “miei” bambini”, avrà certamente pensato in quel momento. La partita ebbe inizio. Malgioglio, distratto e confuso dal disprezzo con cui era stato accolto, prese due goal ingenui, probabilmente evitabili. In quei minuti d’inferno, tra cori, striscioni e avversari che approfittavano di quella giornata no, prese la decisione di farla finita con il calcio. Non poteva sopportare che qualcuno toccasse i suoi “amici fragili”. Così, al fischio finale, Astutillo si tolse la maglietta della Lazio e ci sputò sopra. Poi la gettò verso la curva e uscì dal campo. Pochi giorni dopo rescisse il contratto con la Lazio. E decise di congedarsi per sempre dal mondo del calcio.

Passata da poco tempo quella brutta domenica, gli arrivò la telefonata di Giovanni Trapattoni. Lo voleva assolutamente all’Inter come vice di Walter Zenga. Dopo qualche titubanza, Malgioglio accettò. All’Inter ebbe modo di riscattarsi. Il suo impegno con i bambini distrofici venne appoggiato e incoraggiato da tutti. Dalla dirigenza ai compagni di squadra. Astutillo trovò addirittura alcuni compagni disposti a dargli una mano. Su tutti Jurgen Klinsmann, che fu coinvolto in diverse cene di beneficienza. Nel 1989 arrivò anche lo scudetto dell’Inter. Una grande soddisfazione per un atleta generoso, che era stato ingiustamente maltrattato dal mondo del calcio. Il giusto risarcimento per le sofferenze patite qualche anno prima.

Poi arrivò il ritiro definitivo dalla scena del calcio. Questa volta sul serio. Era il 1992. Astutillo aveva 34 anni e militava nell’Atalanta.

Dopo aver lasciato la carriera agonistica, Malgioglio continuò a gestire il suo centro per la riabilitazione dei bambini distrofici. Ma i soldi finirono in pochissimi anni. Così fu costretto a chiudere Era 77 e a regalare i costosissimi macchinari che aveva acquistato. Per un po’ continuò a fare assistenza gratuita a domicilio. Poi la salute smise di assisterlo e fu costretto ad abbandonare anche questo ultimo stralcio di attività.

Ancora oggi pare che la sua salute non sia delle migliori. Di lui si sa pochissimo. Ma una cosa è certa, quando vedo giocatori capricciosi che passeggiano per il campo, che sfrecciano sulle loro auto potenti, che si mettono in posa davanti ai fotografi con la velina di turno, beh, non posso fare a meno di pensare ad Astutillo Malgioglio. Sì, penso a lui. E mi consolo. Perché rivedo davanti agli occhi qualcosa di più di un atleta, un giocatore, un portiere. Vedo il volto pulito del calcio.

Lunga vita al Subbuteo

Stasera, mentre “passeggiavo” su Google News, mi è saltata agli occhi questa notizia (ne ripropongo un flash in grassetto):

Lunedì 13 – mercoledì 15 – martedì 21 dicembre 2010 si svolgerà il 1° Torneo di Subbuteo al Palazzo Giovane (vicolo Santa Maria Maggiore, 1 – Firenze) in collaborazione con Associazione Subbuteo Firenze.

Sono contento che il Subbuteo sia ancora “vivo”. In questi ultimi anni, infatti, ha vissuto in continua agonia, soprattutto per l’avvento dei videogiochi.

Per fortuna ci sono alcuni nostalgici che si ostinano a tenere in vita uno dei giochi da tavolo che ha segnato l’adolescenza di milioni di persone, compresa quella del sottoscritto.

C’è da dire che non è stato solo il passatempo di migliaia di ragazzini che si nutrivano di pane, nutella e Subbuteo, ma anche uno strumento utile per giocatori di calcio e allenatori. Nel 2003, infatti, Paolo Di Canio, in procinto di passare al Celtic, dichiarò che l’unica cosa che sapeva della squadra scozzese era che giocava con una maglietta a righe verdi e bianche. E questo grazie alla sua passione per il Subbuteo. Invece, pare che un inserviente, portando la colazione in camera a Sven Goran Eriksson, negli anni in cui allenava la Lazio, lo trovò con una tavola sulle gambe occupata da parecchie miniature del Subbuteo.

E pensare che l’inventore di questo gioco non fu né un calciatore né un allenatore, ma l’ornitologo Peter Adolph, che realizzò la sua idea nel 1947, dandogli il nome di una specie di volatile di cui si occupava durante i suoi studi. Nei vari decenni, il Subbuteo ha avuto momenti di alti e bassi. Ha vissuto picchi ineguagliabili in concomitanza dei Mondiali del ’66 e con la prima Coppa del Mondo di Subbuteo, giocata nel 1970. Poi ha subito una certa flessione nei primi anni ottanta, per riaffermarsi nel decennio successivo quando il mondiale di Subbuteo divenne addirittura un evento di marketing, suscitando l’interesse delle televisioni.

Dal ’94 esiste la F.I.S.C.T., Federazione Italiana Sport Calcio da Tavolo, che organizza i campionati maschili e femminili del gioco.

Insomma, lunga vita al Subbuteo.

In vendita la copia di “Double Fantasy” che John Lennon autografò al suo assassino

Diverse testate giornalistiche americane hanno riportato la notizia della messa in vendita della copia di “Double Fantasy” che Mark Chapman fece autografare a John Lennon l’8 dicembre del 1980, cinque ore prima di ucciderlo. Il valore attuale è di 850.000 dollari.

Una foto ormai storica: John Lennon autografa la copia di "Double Fantasy" a David Chapman.

Il noto negoziante di autografi, Gary Zimet, ha affermato che “l’album di cui stiamo parlando è l’oggetto più straordinario nella storia del rock’n’roll.”

Il disco fu recuperato da Phillip Michael, la persona che si occupava della manutenzione del palazzo in cui viveva Lennon, poco dopo l’uccisione dell’ex Beatles. L’uomo lo lasciò in custodia alla polizia per le indagini, la quale glielo restituì poco tempo dopo.

Phillip Michael, nel 2000, ha venduto il disco a un acquirente anonimo alla cifra di 165.000 dollari.

Pochi giorni fa, il misterioso dententore di questo pezzo unico ha rimesso sul mercato la copia di “Double Fantasy” a 850.000 dollari, cinque volte il prezzo di acquisto.

La notizia sul sito della CNN: http://edition.cnn.com/2010/US/11/22/ny.lennon.album/index.html