Che fine hanno fatto i protagonisti di Happy Days?

Che fine hanno fatto i protagonisti di Happy Days? Dove sono stati in questi

I protagonisti di Happy Days

anni? Come sono diventati? Ho fatto una piccola ricerca e ho scoperto che Alfred ha aperto un ristorante e Maryon ha recitato in ruoli minori in diverse serie tv note al grande pubblico. E Sottiletta?

Date uno sguardo a questa gallery. Ne vale la pena.

http://www.leiweb.it/celebrity/cinema-e-tv/2011/happy-days-che-fine-hanno-fatto-30388704124.shtml

 

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Renzo Arbore: a ritmo di swing per salvare il Teatro Valle

È instancabile il buon Renzo. Da circa vent’anni va in giro per il mondo con L’Orchestra Italiana. Cina, Messico, Stati Uniti, Italia. Non solo, a settantaquattro anni viaggia a una media di tre ore di musica a concerto.

Renzo Arbore

Dopo l’esibizione di Formia del 27 agosto, qualcuno pensava che si sarebbe preso un po’ di vacanza prima di ripartire con il tour il 15 settembre da Veroli. E invece no. Mercoledì 7 settembre, alle ore 21, Arbore salirà sul palco del Teatro Valle Occupato di Roma per un concerto gratuito. Questa volta non sarà accompagnato da L’Orchestra Italiana, ma da un gruppo nato a posta per questa esibizione con lo scopo di sostenere attori, registi e maestranze che da 73 giorni sono barricati nel famoso teatro della Capitale per scongiurarne la privatizzazione. “Sarà una festa allegra”, ha dichiarato Renzo, dove, senza prendersi sul serio, “je daremo giù” al ritmo di “swing””. Insieme a lui si saliranno sul palco anche Marisa Laurito, Max Paiella e il trio vocale “Lallo Sisters” formato dalle cantanti pugliesi Mavy Mingolla, Paola Pierri e Eleonora Pascarelli.

“Difendo il Valle e la sua storia”, ha continuato Renzo, “perché appena arrivato a Roma fu il primo teatro che conobbi. Ricordo di aver assistito a una superba opera di Luchino Visconti e da allora ho sempre seguito il suo cartellone fino all’opera “Il Dolore” di Mariangela Melato nella scorsa stagione. Il Teatro Valle è patrimonio della nostra città che deve rimanere una “voce” del teatro italiano, una voce libera, espressione della contemporaneità e dei suoi diversi linguaggi.

Il tennis maschile italiano non brilla. Concedetemi un po’ di nostalgia per Gaudenzi, Canè e Nargiso.

Siccome siamo nella settimana degli Internazionali d’Italia e il tennis italiano maschile stenta a decollare, mi è venuta un po’ di nostalgia per Canè, Gaudenzi, Camporese, Nargiso. Giocatori che hanno segnato la mia adolescenza di appassionato di tennis con alcune piccole imprese agonistiche (mai equiparabili a quelle di Panatta), ma che mi hanno ugualmente emozionato. Un esempio? La vittoria di Paolo Canè su Mats Wilander, a Cagliari, in occasione dei quarti di finale di Coppa Davis. Oppure le imprese di Andrea Gaudenzi, sempre in Coppa Davis, che fruttarono all’Italia una fantastica finale contro la Svezia, con tanto di drammatica rottura di un tendine del braccio del giocatore di Faenza, costretto a ritirarsi sul 6-5 al 5° set. Eccetera, eccetera, eccetera. Beh, in questa serata intrisa di nostalgia, ho fatto una piccola ricerca per capire che fine avessero fatto i tennisti italiani protagonisti della mia adolescenza. Soprattutto perché molti di loro non li sento più nominare da tempo.

Cominciamo da Andrea Gaudenzi,uno dei migliori tennisti italiani da Panatta in poi, arrivato ad occupare il diciottesimo posto della classifica

Andrea Gaudenzi

ATP. Dopo svariati interventi chirurgici, nel 2003, a soli trent’anni ha deciso di ritirarsi. Gaudenzi, però, mentre saliva e scendeva dagli aerei per raggiungere le città in cui si svolgevano i tornei del circuito, aveva pensato bene di continuare a studiare e così conseguì la laurea in giurisprudenza. Una volta appesa la racchetta al chiodo, ha frequentato un Master e poi ha cominciato a lavorare per diverse società di management. Attualmente è Sport Marketing Manager della BWIN. Vive a Montecarlo e ha messo su una bella famiglia con sua moglie Giorgia (hanno due bambini e un terzo in arrivo).

Poi c’è il buon Diego Nargiso, il mancino napoletano che ci fece sognare

Diego Nargiso

in più di qualche incontro di doppio di Coppa Davis. Diego è l’unico italiano che è riuscito a trionfare, nel lontano 1987, al torneo juniores di Wimbledon. Attualmente vive e lavora a Montecarlo e gestisce una società che si occupa di vendita e affitto di ville di lusso.

Poi c’è il “piccolo” giocatore veneto, Renzo Furlan, (piccolo perché è appena 1,73 di altezza, poco per un tennista, e a suo tempo qualcuno lo

Renzo Furlan

definì il Chang italiano) arrivato ad occupare la diciannovesima posizione del ranking mondiale. Renzo attualmente lavora per la FIT (Federazione Italiana Tennis) ed è uno dei fautori dei successi di Francesca Schiavone, vincitrice dell’edizione 2010 del Roland Garros. E dall’inizio del 2011 sta seguendo anche Simone Bolelli, giocatore su cui abbiamo riposto parecchie speranze.

E poi c’è l’immenso Paolo Canè, genio e sregolatezza del nostro tennis, arrivato a occupare il ventiseiesimo posto del ranking ATP. Ribattezzato

Paolo Canè

“turbo rovescio” da Giampiero Galeazzi (mi pare durante l’incontro di Davis contro Boris Becker), Canè è sempre stato un grande campione, ma con un carattere difficile. Ricordo bene quando in un’edizione del torneo di Firenze decapitò i fiori a bordo campo con la sua racchetta, in preda ad un attacco d’ira. E ricordo anche quando nel 1993 batté l’australiano Woodford (quando in molti, compreso l’allora presidente della FIT, già lo definivano un ex-giocatore) e per scaricare la tensione, tra un punto e l’altro, insultava i tifosi della squadra avversaria. Questo era Canè. Oggi, dopo la giocosa partecipazione al reality “La talpa”, si dedica a tempo pieno ad allenare, in un club privato, un gruppo di giovani promesse.

Questi sono solo quattro dei tanti tennisti italiani che abbiamo visto calcare i nostri campi negli ultimi venticinque anni. Ma ce ne sarebbero anche altri: Caratti, Pescosolido, Camporese, ecc. ecc. Beh, a parte Furlan, quasi tutti hanno cambiato mestiere. Alcuni, invece, hanno scelto, perché ignorati dalla Federazione o per divergenze di vedute, di non lavorare con la FIT.

In questo momento buio del tennis maschile italiano, non credete che ci sia bisogno anche e soprattutto della loro esperienza?

Intanto, mentre riflettete, guardatevi uno sprazzo di Canè-Wilander. Anima, cuore e talento.

Chi ha detto Soerba?

Sicuramente ve lo ricorderete. Era l’estate 1998 e un gruppo dal nome enigmatico, Soerba (io personalmente pensavo fosse il nome di qualche

Soerba

diserbante), lanciava in radio il brano “I’m very happy”. Tra le note di questa canzone si agitava il fantasma dei Bluvertigo. E, infatti, il loro primo album fu prodotto da Marco “Morgan” Castoldi, amico storico di Gabriele D’Amora e Luca Urbani (i Soerba erano un duo).

I Soerba, dopo varie vicissitudini e diversi album, si sono sciolti nel 2003. Luca Urbani continua a scrivere canzoni. Proprio l’altro giorno è uscito “Catodico praticante”, il suo secondo album da solista. Urbani fa anche il produttore discografico e l’autore per diversi artisti del panorama underground. Anche D’Amora pare che faccia il produttore. Nonostante siano passati un po’ di anni e parte della loro produzione musicale sia attualmente indisponibile, i Soerba hanno ancora molti fan. Mesi fa è uscita anche la biografia “Chi ha detto Soerba?”, scritta da Stefano Duchi, conduttore radiofonico e grande fan del gruppo, in cui il duo monzese viene raccontato attraverso particolari inediti, riguardanti gli esordi o il periodo dell’adolescenza.

Vi propongo un episodio raccontato nel libro che chiarisce la genesi del nome Soerba.

Parco di Villa Reale, Monza: sotto il sole di un’estate alle porte, nei pressi di una grande quercia, Gabriele D’Amora, Luca Urbani e Morgan sono distesi sul prato a rollare una canna. Morgan però continua nervosamente a strappare fili d’erba, Luca lo riprende seccato: «Smettila di strappare l’erba!»

«Cos’hai detto? Soerba?»

«Io non ho detto Soerba, l’hai detto tu!»

«Gabriele, hai detto Soerba?»

«No, però mi è sembrato proprio che qualcuno dicesse Soerba.»

Nessuno aveva pronunciato quella parola, ma tutti l’avevano sentita: ne convennero fosse un ottimo nome per un gruppo. 

Il libro è acquistabile on-line su http://www.ebay.it e su www.karusonet.com.

Per chi avesse la memoria corta, ecco il video di “I’m very happy”:

Giorgio Canali rilancia la Psicolabel

Giorgio Canali

Il buon Canali non riesce proprio a star fermo. Così, tra il progetto musicale dedicato ai Joy Division e gli ultimi ritocchi al suo nuovo album, rilancia in questi giorni l’etichetta e casa di produzione Psicolabel, già attiva dai primi anni Ottanta fino alle soglie del nuovo millennio. La Psicolabel, fondata a suo tempo dallo stesso Canali, ha rappresentato una formula di autogestione della musica lontana dal mondo delle major, uno strumento a supporto del panorama alternativo della musica italiana. A riguardo Canali ha dichiarato: “Psicolabel, all’inizio degli anni ottanta, è stato un tentativo di etichetta autogestita. Sono molto affezionato al suono del marchio che evoca il mio approccio tutt’altro che razionale al lavoro creativo… Oggi possiamo dire che Psicolabel si evolve da atelier artigianale di produzione artistica a etichetta vera e propria, riscoprendo le sue ragioni originali: occuparsi di diffondere musica al limite… I famosi bambini difficili”. La prima uscita del nuovo corso di Psicolabel è prevista per il mese di giugno con l’album “Antipùri” dei Radiofiera.

Ezio Vendrame, il calciatore a cui non piaceva fare il calciatore

Giampiero Boniperti lo paragonò a Kempes. Altri lo definirono il George Best del nostro calcio. Ma lui fu semplicemente Ezio Vendrame, un talento inespresso e a volte incompreso, genio e sregolatezza del calcio italiano. Nereo Rocco mi dava del pazzo, e la cosa, non lo nego, mi faceva enormemente piacere – ha dichiarato in un’intervista Vendrame – più semplicemente, io amavo giocare a pallone, ma non mi piaceva fare il calciatore.” Vendrame era capace di tutto. Una volta, a San Siro, fece un tunnel a Gianni Rivera e poi gli chiese subito scusa. “Perché Gianni era un artista del pallone, e umiliarlo così…mi dispiacque tantissimo. D’altra parte un po’ fu anche colpa sua, lui allargò le gambe, e chi allarga le gambe, nel calcio come nella vita, ti spinge sempre a fare qualche cosa”.

Classe 1947, sangue friulano, Vendrame esordì in serie A nel 1971, con il Lanerossi Vicenza. La sua aria da hippie, capelli lunghi e barba folta, lo fece diventare nel giro di poco tempo un idolo della tifoseria biancorossa. Ezio era capace di alternare giocate di alta classe a prestazioni sotto tono. Dopo tre anni con la maglia biancorossa passò al Napoli, con cui giocò appena tre partite in tutto il campionato. Pare che alla base di questa esclusione ci fosse il rapporto travagliato con l’allenatore Luis Vinicio. “Vinicio non sopportava che 20-30 mila napoletani venissero a vedermi allenare – ha raccontato Ezio qualche anno fa – e che alla domenica 80mila andassero in visibilio per le mie sgroppate”. E su Napoli ha aggiunto: “Una città meravigliosa, gente bellissima e poi mi sono scopato il meglio del meglio, questa allora come sempre una delle mie partite più sentite”.

Ma ciò che rimarrà negli annali del calcio, saranno le gesta di Ezio Vendrame sul rettangolo di gioco. Però sarà impossibile dimenticare anche la sua passione per le donne, che più di qualche volta compromise le sue prestazioni sportive. “Fare il calciatore ti poneva al centro dell’attenzione. Avere delle donne era facilissimo, e io non mi tiravo certo indietro, anzi…”. Parola di Ezio.

Uno dei tanti episodi di cui si rese protagonista accadde mentre giocava

Ezio Vendrame oggi

con il Vicenza. In un’azione di contropiede, Vendrame venne a trovarsi a centrocampo senza avere davanti compagni da servire. Allora salì con entrambi i piedi sulla palla e si portò le mani alla fronte per scrutare l’orizzonte. Ma l’episodio più noto risale alla stagione 1976-77, quando giocava in serie C con la maglia del Padova. La partita era Padova-Cremonese e il risultato era già stato concordato prima di scendere in campo. Ezio, insofferente a questo tipo di combine, trovò il modo per ravvivare un incontro noioso con una delle sue trovate eclatanti. E con il suo gesto causò involontariamente anche una tragedia. “Lo ricordo fin troppo bene. Giocavo nel Padova, contro la Cremonese. In campo avevano deciso la ‘torta’, che a me proprio non andava giù. Non potevo certo prendermela con gli avversari e puntare verso la loro rete. Così, dal centro del campo, feci dietro front e puntai verso la nostra area. Qualche compagno, ripresosi dallo spavento, mi si fece incontro ma io lo dribblai, fino a trovarmi a tu per tu con il nostro portiere. Solo a quel punto, e dopo aver fintato il tiro, stoppai invece il pallone con la pianta del piede. Ricordo il sospiro come di sollievo di tutto lo stadio… Solo a fine partita seppi del dramma: un tifoso si era spaventato a tal punto da morire di infarto.”

Un’altra volta, invece, dinanzi alla proposta di giocare male la partita contro l’Udinese, la sua ex squadra che stava lottando per la promozione dalla C alla B, inizialmente accettò un’offerta di 7.000.000 per una “prestazione scadente”. La sua squadra, il Padova, in quei giorni navigava in cattive acque finanziarie. I premi partita erano i minimi stabiliti dalla FIGC: 22.000 lire a punto. Una volta entrato in campo, però, Vendrame fu fischiato dai suoi ex tifosi. Così decise di “…punire quel pubblico di ingrati…affanculo i sette milioni, viva le 44.000 lire”. Ezio segnò una doppietta e il Padova vinse 3 a 2. Uno dei due goal lo realizzò dalla bandierina del corner, dichiarando al pubblico che avrebbe segnato. Ma prima di calciare si soffiò il naso con la bandierina. Qualche anno più tardi giustificò così quel gesto: “Vi pare bello vedere quei giocatori che si puliscono il naso con le mani? Ero lì per battere un calcio d’angolo, e mi sembrò più fine, se vuoi anche più educativo, usare la bandierina a mo’ di fazzoletto…. “

Dopo essersi ritirato dal calcio, Ezio si rifugiò nella campagna friulana a coltivare i suoi hobby. Ancora oggi scrive poesie e suona la chitarra. Ha

Copertina del libro “Se mi mandi in tribuna, godo”

pubblicato anche parecchi libri, che consiglio vivamente di leggere a chiunque volesse conoscere meglio la sua filosofia di vita. In questi anni ha allenato anche le squadre giovanili del Venezia e della San Vitese. Pare che, ogni volta che comincia ad allenare una nuova squadra, il discorso di iniziazione sia questo: “Cari ragazzi, buttate nel cesso le vostre playstation e rinchiudetevi nei bagni con un giornaletto giusto in bella vista. Quando uscite, innamoratevi di una bella figliola: il sesso fai da te è bello, ma quello con una coetanea è meglio”. Questo è Ezio Vendrame, genio e sregolatezza. Nel calcio e nella vita.

N.B. I virgolettati sono stati da me estrapolati dall’intervista rilasciata da Ezio Vendrame a Fabrizio Calzia e da una recensione di Sebastiano Vernazza.

All’asta il pianoforte con cui fu suonata per la prima volta “Yesterday”. E intanto McCartney si concede un ballo.

Il prossimo 14 aprile sarà messo all’asta, a Londra, il pianoforte “Eavestaff” con cui Paul McCartney suonò “Yesterday” per la prima volta. Lo strumento apparteneva alla pop-star Alma Cogan, amica dei Beatles scomparsa nel 1966. La sorella di Alma, Sandra, ha messo all’asta il piano

Un'immagine del piano "Eavestaff"

con l’intenzione di devolvere il ricavato al London’s Drury Lane Theatre.

Era il 1964 quando Paul McCartney, dopo aver sognato la melodia di “Yesterday”, cominciò a canticchiarla agli amici musicisti chiedendo se quel motivo fosse inedito o se l’avesse involontariamente “rubato”.  Così andò a casa Cogan e chiese ad Alma se conosceva il brano.“Per circa un mese – ha più volte ricordato McCartneymi aggirai chiedendo alla gente dell’ambiente musicale se l’avevano mai sentita prima. Alla fine era come riportare un oggetto smarrito alla polizia. Pensai che se nessuno la reclamava dopo qualche settimana avrei potuto tenerla. Andai nell’appartamento di Alma Cogan, a Kensington, e chiesi “che canzone è questa?”. E mi misi a suonarla al suo pianoforte. Alma se ne intendeva di brani, aveva orecchio, ascoltava Jerome Kern e Cole Porter e quel genere di cose e mi disse: “Non so cosa sia, ma è bellissima!” Questo pianoforte fu suonato in seguito, durante le feste organizzate dalla famiglia Cogan, anche da Mick Jagger, Sammy Davis Junior, John Lennon e dagli attori Michael Caine e Sean Connery.

Intanto Paul McCartney, nonostante i suoi sessantotto anni, non smette di

Paul McCartney

esplorare e farsi contaminare da nuovi universi artistici. Proprio in questi giorni ha finito di comporre le musiche di “Ocean’s Kingdom”, spettacolo di danza della nota compagnia newyorchese The New York City Ballet. La prima mondiale andrà in scena il prossimo 22 settembre a New York.

Pare che a fine febbraio McCartney si sia lanciato in un ballo sfrenato nel corso della tappa newyorchese del tour di Lady Gaga. Chissà che Sir Paul non stia meditando di stupirci ancora. Magari nelle vesti di ballerino.