Filippo Maria Fanti, alias Irama, è uno degli otto artisti che si contenderanno il titolo nella categoria Nuove Proposte al prossimo Festival di Sanremo (9 – 13 febbraio 2016). In gara con il brano Cosa resterà, trait d’union tra i due mondi musicali che l’hanno forgiato: cantautorato italiano e rap. L’ho intervistato per il numero di gennaio del magazine La Freccia.
Domani sarà un anno che l’immenso Pino Daniele ci ha lasciato. Oggi Repubblica.itgli ha dedicato uno speciale in cui ha parlato dei libri usciti per ricordarlo. Tra questi c’è anche il mio “Pino Daniele – Una storia di blues, libertà e sentimento” (Imprimatur). Vi propongo la parte dell’articolo, firmato da Carmine Saviano, che riguarda il mio libro.
“Salvatore Coccoluto è invece l’autore di una biografia ragionata, Pino Daniele. Una storia di blues, libertà e sentimento (Imprimatur, 16 euro) che riesce a restituire un altro aspetto della vita e della musica di Daniele: il suo essere allo stesso tempo del tutto radicato nella tradizione musicale napoletana e del tutto proiettato verso una dimensione internazionale. Da ‘Na tazzulella e cafè fino alle collaborazioni con Pat Metheny, Eric Clapton, Chick Corea, Gato Barbieri. Un ambasciatore del suono che, nonostante i problemi al cuore, si è sempre speso senza riserve per il suo pubblico”. (Carmine Saviano, Repubblica.it, 3 gennaio 2016)
Anche quest’anno, nella notte di San Silvestro, la musica sarà regina nelle piazze italiane con decine di concerti gratuiti. Una
Vinicio Capossela e la Banda della Posta
proposta ampissima che andrà dal pop al jazz, dal rock alla musica popolare. Da Milano a Ragusa, passando per la Sardegna
Vi propongo un mio articolo-guida, uscito ieri su Il Fatto Quotidiano (web), che illustra i principali appuntamenti musicali nelle piazze italiane.
Continua la carrellata delle interviste che ho realizzato per Leiweb: questa volta ripropongo una spumeggiante chiacchierata con lo scrittore Aldo Busi su letteratura, politica e attualità uscita nel novembre 2012 in occasione della pubblicazione del suo nuovo romanzo, El especialista de Barcelona. Eravamo nel pieno della crisi, tra studenti che protestavano aspramente e il tasso di disoccupazione che lievitava. E lui diede la sua soluzione: tornare a lavorare la terra e poi dedicarsi alla lettura per avere consapevolezza di sé e delle proprie scelte. Come dargli torto?
Aldo Busi: “La vera modernità è coltivare un campo di patate”
Irriverente, provocatorio, imprevedibile. Semplicemente Aldo Busi. Adistanza di 11 anni da Casanova di se stessi, lo scrittore bresciano ritorna al romanzo e pubblica El especialista de Barcelona (Dalai Editore). Storia di uno scrittore che non ha nessuna voglia di scrivere e, seduto sulla Rambla a Barcellona, in compagnia di una foglia di platano, vede scorrere davanti ai suoi occhi la commedia umana. “Con questo romanzo ho trovato la mia integrità – ci ha detto lo scrittore – In questi anni non mi sono mai lasciato corrompere da nessun orizzonte. Il mio orizzonte sono io, la mia opera letteraria e il rispetto per il lavoro altrui”. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua ultima fatica letteraria, ma era impossibile resistere alla tentazione di capire il suo punto di vista sulla situazione attuale, tra le proteste degli studenti, la scuola e la situazione politica.
Busi, perché la Spagna, Barcellona e la Rambla? Barcellona rappresenta la modernità insostenibile, destinata al declino per questioni economiche. Madrid è per vivere, è sensualità e avventura. Barcellona, invece, è per pensare. Credo di aver reso un gran servizio alla città. Se è vero che questo libro lo stanno chiedendo in tutto il mondo, mi dovrebbero dedicare un pezzo di Rambla, magari mettendoci una lapide.
Nel romanzo lei prova a dare un quadro quasi completo della varietà umanità. I personaggi che abitano queste pagine sono animali in gabbia, conigli impazziti. Persone come noi, dall’apparente ordinarietà. Anche noi siamo dei normalissimi mostri. E probabilmente il mostro più grande è l’io narrante, che osserva questa umanità da seduto.
A un certo punto proprio l’io narrante invita «…i figli del popolo, gli operai, le commesse, quelli dei call center, i contadini, gli impiegati, i precari, gli esodati, i disoccupati, i sottoposti tutti, i neoproletari…” a restare a casa a leggere per capire “cosa c’è nero su bianco». Secondo lei, la lettura ha veramente un potere salvifico o è una tenera illusione? Ma certo che lo ha. Ti dà la possibilità di prendere nelle mani la tua vita. L’immobilità rappresenta il trampolino di lancio di ogni moto. Se tu non sei capace a star fermo, non sarai in grado nemmeno di correre. Leggere per aver consapevolezza di sé, per poi diventare cittadino ed essere presente nelle scelte, anche in Parlamento. È come sviluppare una forza contrattuale. Per fare questo bisogna accettarsi per quello che si è, cercare di capire i propri limiti, senza dribblarli con la furbizia. Bisogna comprendere che è necessario anche lavorare per perdere e non solo per guadagnare.
Cosa pensa della protesta degli studenti di questi giorni? Dove non c’è violenza non c’è rinnovamento. La Rivoluzione d’Ottobre e quella francese non nascono perché si sono incontrati al bar e hanno risolto tutto con un accordo tra sfruttati e nobili. Io provo una grandissima simpatia e gratitudine per questi giovani, anche quando sbagliano. Poi, senta, hanno buttano giù un cassonetto, cosa vuole che sia. Le faccio una domanda: c’è più violenza nello sperpero di denaro pubblico o in un gruppo di ragazzi che manifesta in piazza rischiando di prendere le botte? Se quei soldi fossero stati spesi per una mensa scolastica, questi giovani non sarebbero scesi in piazza. Non solo, abbiamo anche un sistema scolastico tremendo. Dovremmo piantarla di illuderli con le pseudo lauree.
Cosa intende per pseudo lauree? Facoltà fittizie e furbesche come il DAMS o Scienze della Comunicazione hanno sfornato migliaia di aspiranti registi, attori, addetti alle relazioni pubbliche. Questa è una vera truffa, perché non possono pensare di trovare un lavoro inerente alla propria laurea. Il mercato è saturo, lo è per i medici e per gli avvocati, figuriamoci per queste altre figure. È inutile che si facciano illusioni. Io ho vissuto la stessa esperienza. Ho fatto il cameriere, il factotum sfruttato e malpagato. Mi sono iscritto all’università e andavo a scaricare la frutta ai mercati generali di Verona. Facevo qualsiasi cosa. C’erano dei vetri da pulire, lo facevo. Ho preso la patente a 31 anni, perché era inutile averla se non potevo permettermi una macchina. Andavo in bicicletta. Avevo delle cosce meravigliose.
Erano altri tempi. Mica tanto. Io studiavo Letterature Straniere a Verona, e i miei colleghi universitari erano tutti figli della buona borghesia industriale veneta e arrivavano con macchine di grossa cilindrata. Avevano case bellissime. Oggi è necessario recuperare la cultura del lavoro. Se fai il lavavetri, devi pulirli al meglio. I tuoi vetri devono essere sempre più lucidi e brillanti degli altri, vedrai che qualcuno si accorgerà di te. Però i vetri vanno lavati.
Quindi quale può essere il modo migliore per affrontare il disagio che stiamo vivendo? La modernità è avere un pezzo di terra e imparare a coltivare le patate. Fatelo al più presto, perché questo “train de vie” non è sostenibile. Ho letto stamattina che il 57% delle famiglie italiane è in difficoltà. È una situazione inaccettabile. Se avete un pezzo di terra, togliete la piscinetta e metteteci delle belle patate. Io lo faccio da anni. Vado pazzo per gli orti. Avete un angolo disponibile, metteteci due galline e andate a palpargli il culo alla sera per vedere se faranno le uova. Questa è la modernità, non è l’i-pad, lo smartphone, il tablet, possedere mille strumenti per comunicare senza avere niente da dirsi.
Pensa che tagliare i costi della politica sia una priorità in questo momento? Certo, è criminale avere dallo Stato più di 3000 euro di pensione, sia per un Presidente della Repubblica, un Primo Ministro o un parlamentare. Soprattutto in questo frangente, che già dura da anni e secondo me ne durerà altri venti, è vampiresco. Mia mamma ha allevato 4 figli, ha fatto la locandiera e la cuoca, una lavoratrice pazzesca, aveva 300 euro di pensione quando è morta. Cosa ha fatto lei per il paese meno di Scalfaro e Amato?
Il regista e coreografo Giuliano Peparini in Francia è una star: ha conquistato il pubblico di France’s got talent, a cui partecipa come giudice, e da circa tre mesi la sua commedia musicale, La légende du Roi Arthur, sta spopolando al Palais des Congrés di Parigi. Dal 20 dicembre all’8 gennaio l’artista, che è anche direttore artistico di Amici, torna in Italia con una nuova sfida teatrale: una versione rinnovata de Lo Schiaccianoci, l’immortale balletto musicato da Čajkovskij. L’appuntamento è al Teatro dell’Opera di Roma. L’ho intervistato per il magazine La Freccia.
Intervistai Oliviero Toscani nel giugno 2012, sempre per Leiweb,
Oliviero Toscani (foto di Orazio Truglio)
in occasione dell’uscita del libro Moriremo eleganti. Fu interessante chiacchierare con lui di politica, attualità, arte e web. Ne ebbe per tutti, dalla tv, che secondo lui aveva ‘teleidiotizzato’ il Paese, agli italiani popolo di “corrotti, corruttibili e corruttori”. Insomma, venne fuori il ritratto una nazione da rifondare. L’intervista gli piacque così tanto che decise di pubblicarla anche sul suo blog. La ripropongo perché mi sembra ancora di grande attualità.
Oliviero Toscani: “Facebook? Una portineria mondiale”
“In Italia dobbiamo avere il coraggio di smetterla di mitizzare certi personaggi, da Saviano a Grillo, lo dico con tutto il rispetto per loro. Oggi, nel nostro paese, uno che dice cose banalmente giuste ormai diventa un eroe. Ovviamente non è colpa di Saviano, ma nostra”. Oliviero Toscani ha un’abitudine rischiosa: quella di essere sincero. Non si tira mai indietro quando c’è da esprimere un’opinione, anche a costo di attirare su di sé antipatie e farsi parecchi nemici. Le sue parole sono sempre forti, come lo sono le sue foto e le campagne pubblicitarie a cui ha abituato il pubblico di tutto il mondo. Pochi giorni fa è uscito il libro/intervista Moriremo eleganti(Aliberti Editore), che lo vede impegnato in una intensa conversazione con il giornalista Luca Sommi. Abbiamo provato a proseguire questo dialogo stuzzicandolo su diversi argomenti di attualità, dalla politica al calcio-scommesse. E ne è venuta fuori una nazione da rifondare.
Toscani, lei nel libro ha dichiarato che “bisogna smetterla di tollerare tutto ciò che ci viene propinato…”. A cosa si riferisce? Non ho più voglia di ascoltare le cazzate. Quando sento parlare la gente in televisione, che riempie i discorsi di “niente”, “dunque”, “cioè”, non riesco più a sopportarlo. La televisione è uno dei più grandi esempi di volgarità, di cecità e di negazione dell’intelligenza umana. Non voglio più vedere la volgarità. Potranno dire tutto ciò che vogliono del mio lavoro, meno che sia volgare. Anche le foto più forti, tipo quella dell’anoressica.
La farebbe ancora quella foto? Se dovessi rifare quella fotografia, metterei una maschera sul viso della modella. Perché tutti hanno parlato del caso specifico. Invece io volevo accendere un dibattito sull’anoressia in generale. Le anoressiche a me non fanno pena, mi fanno incazzare.
Con chi è più arrabbiato: con chi fa televisione o con chi la guarda? Sia con chi la fa sia con chi la guarda. È un mezzo che ci ha rincoglionito, “teleidiotizzato”.
Questi sono anni di grandi cambiamenti nel mondo della comunicazione. Cosa pensa di questa evoluzione dell’informazione sul web?
La foto di Oliviero Toscani che provocò numerose polemiche
Sicuramente è un bene. Sono un ottimista. L’essere umano è sulla strada della civilizzazione, pur passando attraverso cose incivili e non democratiche. La stiamo ancora percorrendo questa strada. Ogni momento storico ha il suo sviluppo tecnologico. Il web rappresenta un grande passo avanti anche per la fotografia.
Non teme che il proliferare di fotografi sul web, spesso improvvisati, porti ad uno scadimento dei prodotti artistici? È logico. Più c’è possibilità e più si crea spazzatura. Bisogna esser capaci di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è. Non dimentichiamo che c’è tanta gente che si nutre di spazzatura: mangia male, parla male, scopa male, educa male, si muove male, viaggia male. Quindi….
È un dato di fatto comunque che anche il cambiamento politico e sociale stia passando attraverso i social network e i blog. Non trova che sia straordinario? Sì, però noi, rispetto al passato e alle opere d’arte che sono state realizzate, penso a piazza dei Miracoli a Pisa e a piazza del Duomo a Firenze, facciamo pochissimo in rapporto al nostro tempo e alle nostre possibilità. In passato sono state realizzate cose fantastiche senza gru e senza elettricità. Nei nostri giorni, con le possibilità che abbiamo, dovremmo fare molto di più, invece si va peggio. Oggi, per esempio, sappiamo dove sono tutti gli stupidi.
Dove sono? Davanti al loro profilo Facebook, in ordine alfabetico. Sono tutti lì a fare i piccoli portinai. Facebook è una portineria mondiale. Cancella la vera energia creativa dell’immaginazione, che su Facebook è pari a zero. E anche Twitter è indecente, con le sue 140 battute.
E invece dei partiti politici cosa pensa, sono al capolinea? È un momento in cui devono rivedersi, rifondarsi. Mi sta sulle balle che in Italia uno debba appartenere per forza a un partito. Uno appartiene a delle comunità.
Lei è stato anche assessore a Salemi. Cosa le ha lasciato quell’esperienza? In Sicilia c’è veramente la mafia, e non è altro che burocrazia. E questa è diffusa in tutta Italia. Siamo un paese mafioso e corrotto. L’italiano è corruttibile e corruttore. Lo si compra con tre ciliegine, purtroppo. È tutto così. È abbastanza vergognoso. A Salemi è stato particolarmente difficile perché tutte le idee venivano soffocate da croste di burocrazia, da interessi antichi di potere che fan sì che non si cambi niente, che non succeda niente di nuovo perché potrebbe mettere in discussione lo status quo. In tutta Italia è così. Siamo un paese molto vecchio, e nemmeno creativo come diciamo di essere. Cosa facciamo noi? Borse e scarpe. Ma i computer li fanno in California.
Ha seguito la vicenda di questi giorni del calcio-scommesse? Sì, e si riallaccia a ciò che ho detto prima, l’italiano è corrotto, corruttibile e corruttore. Siamo gente senza morale. Un paese, ma anche una comunità o una famiglia, è il risultato di ciò che sono i propri padroni. Noi abbiamo sempre avuto dei padroni senza grandi qualità. Noi non abbiamo fatto mai nessuna rivoluzione. L’han fatta dappertutto: i francesi, gli americani, anche i nordafricani. E noi no. Siamo un popolo strano. Un giorno sono andato ad una conferenza e ho chiesto: “Chi ha votato Berlusconi dei presenti in questa sala?” Nessuno ha alzato la mano. Siamo un paese di servi e ladri. Pensi che in Europa ci vogliono bene perché ci considerano gli scemi del villaggio.
C’è qualcosa da salvare? Certo, in Italia ci sono delle eccellenze individuali che in altri posti non hanno. Gente fantastica, che non ha niente a che fare con il paese, anzi il sistema gli è stato sempre nemico. Le amministrazioni e le istituzioni aiutano i ladri. Aiutano la FIAT, che si sapeva da 40 anni che stesse fallendo. Tutti ammirano l’avvocato Agnelli, ma cosa ha fatto? Ha fatto fallire la FIAT. E l’abbiamo nominato senatore a vita. Andreotti, senatore a vita, 50 anni al potere, mi dica una legge che ha fatto che sia servita all’Italia. Se chiede in giro, nessuno l’ha votato.
Da più di qualche anno lei porta avanti il progetto Razza umana con il quale si propone di immortalare le persone. Perché il corpo umano è stato sempre al centro della sua attività artistica? Per me il corpo umano è un paesaggio che esprime un carattere e una cultura. Poi è interessante la sua individualità, la sua unicità. Attraverso il corpo si può leggere la condizione umana. E a me interessa quella.
Il mio libro dedicato al grande bluesman napoletano è stato segnalato sul numero di dicembre 2015 de La Freccia, rivista mensile delle Ferrovie dello Stato Italiane distribuita sui treni Freccia.
Maestro ammaliatore al pianoforte, acuto e ironico intrattenitore in radio e in tv. Stefano Bollani è un artista eclettico e curioso, sempre pronto a mettersi in gioco e a misurarsi con sfide inedite. Lo fa anche con il nuovo album, Arrivano gli alieni, lavoro registrato in piano solo, il terzo in carriera dopo Smat Smat del 2003 e Piano solo del 2007. Un disco composto da quindici brani che hanno il sapore del jazz e del Sudamerica, con nove celebri evergreen reinterpretate alla sua maniera, da Aquarela do Brasil di Ary Barroso a Matilda di Harry Belafonte, da Jurame di Maria Grever a Mount harissa di Duke Ellington, e sei brani inediti firmati dal pianista, tre dei quali custodiscono la grande novità di questo lavoro: per la prima volta in oltre vent’anni di attività, Bollani si misura con la scrittura dei testi e con la sua voce, cantando nei pezzi Arrivano gli alieni, Microchip e Un viaggio. Con la solita ironia e una buona dose di irriverenza, l’artista realizza così il sogno che coltivava sin da bambino, ovvero di accompagnare la sua voce con il pianoforte, anche se, come lui stesso ha constatato, “oggi invece è la mia voce ad accompagnare il pianoforte”.
Stefano, perché hai atteso così tanto a esordire come cantautore? Sai che non ho la risposta a questa domanda. Semplicemente ho sentito che era arrivato il momento di raccontare qualcosa verbalmente. Probabilmente ha influito il fatto che in questi giorni sto terminando di scrivere un testo teatrale insieme alla mia fidanzata, l’attrice Valentina Cenni, e mi è venuta voglia di utilizzare la forma canzone. É la prima volta che mi cimento, in passato avevo scritto parodie dei cantautori, di Franco Battiato, Angelo Branduardi, ma giocavo sul loro repertorio.
Chi sono gli alieni di cui parli nella canzone che dà il titolo al disco? Sono personaggi che arrivano da altre dimensioni, che non vengono sulla terra con l’intenzione di invaderci, ma per aiutarci e insegnarci cose nuove. Coloro che vediamo come distanti, nove volte su dieci non arrivano per invaderci ma per arricchirci, questa è l’idea di base. Vuole essere un invito ad aprirsi alle novità, alle diversità.
Tu hai lavorato anche in radio e televisione. Secondo te, perché il jazz e
Stefano Bollani (foto di Valentina Cenni)
la musica di qualità hanno difficoltà a trovare spazio in tv? Perché la musica non piace ai dirigenti delle reti televisive. Questo è il motivo principale. Bisogna sempre convincerli che non fa male a nessuno. Spesso, infatti, la musica viene relegata nella programmazione notturna, con qualche concerto alle tre di notte. È un peccato perché è un linguaggio universale, che può portare un sacco di informazioni saltando la parola, arrivando direttamente al cuore. Ma prova a spiegarglielo! Loro ti rispondono: “Sì, ho capito, ma chi la guarda”. Detto ciò, c’è da evidenziare che non tutti sono così. Rai Tre, per esempio, va in controtendenza. E infatti c’è in progetto di riprendere il programma Sostiene Bollani.
In radio è più semplice trovare spazio per il jazz? La radio è un po’ più variegata. Dove ci sono meno soldi si può agire con più libertà. La tv ha una responsabilità forte, è il megafono del potere, quindi non si può allargare più di tanto. Quello radiofonico invece è un ‘territorio’ dove c’è più movimento, ci sono le emittenti private e poi sono nate tantissime web radio, di conseguenza c’è un pochino più di anarchia e di possibilità espressive.
A proposito di web, come te la cavi con i canali social? Non sono un assiduo frequentatore. I social network cerco di sfruttarli perché sono ‘frecce’ comunicative a disposizione di tutti, di certo non li uso contro qualcuno. Ho una pagina ufficiale di Facebook che non curo io direttamente, ma qualche volta mi ci affaccio.
Come hai vissuto i cambiamenti degli ultimi anni del mondo discografico? Non vorrei mai essere oggi nei panni di un discografico che deve far quadrare i conti. Penso che debbano riunirsi e stabilire il prossimo passo da fare, perché per adesso ci stiamo barcamenando, ma bisogna prendere atto che sono cambiati completamente i tempi. È necessario trovare altre soluzioni rispetto al supporto cd, ma non possiamo farlo in Italia. È un’operazione che va compiuta a livello mondiale. Anche il pubblico del jazz, che magari ancora acquista i cd, prima o poi abbandonerà questo supporto. È una piccola riserva indiana destinata sparire con l’incedere delle nuove generazioni. È ora di mettere in campo nuove idee.
Questa è stata una delle interviste più intense e divertenti che abbia realizzato per Leiweb. Uscì il 30 agosto 2011 e fu immediatamente ripresa da tantissime testate e blog perché Morgan, che si stava preparando a condurre una nuova edizione di X Factor insieme ad Arisa, Elio e Simona Ventura, “salutò” i giudici uscenti, Francesco Facchinetti e Mara Maionchi, con affilato sarcasmo. Parlammo poi della scomparsa di Amy Winehouse e della sua immagine di musicista che stava passando in secondo piano rispetto a quella di uomo di spettacolo.
Morgan: “Facchinetti e la Maionchi non mi mancheranno”
A Morgan piace giocare. Prima di tutto ama farlo con le parole. E spesso questo
suo vezzo si è rivelato un’arma a doppio taglio. Dopo le dichiarazioni scandalose riguardo il consumo di droghe e i suoi problemi famigliari finiti sulle pagine dei giornali, Marco “Morgan” Castoldi ricomincia dalla musica. A settembre sarà protagonista della nuova edizione di X-Factor che andrà in onda su Sky. Intanto continua a fare concerti e a lanciare nuove provocazioni.
Parliamo di X-Factor. In autunno vestirà di nuovo i panni del giudice insieme a Simona Ventura, Elio e Arisa. Cosa mi dice di questi suoi nuovi compagni di avventura? Cominciamo da Arisa, l’artista che appare lontana dal suo mondo. Beh, non la conosco. Devo dire che non ho la sua discografia completa. Però mi informerò e la metterò a fianco a quella di Augusto Martelli, tra gli artisti che iniziano con la “a”. Sinceramente non so nulla di lei e quindi non voglio dare giudizi a priori. Te ne darò uno a posteriori. Risentiamoci alla fine di questa edizione di X-Factor.
Cosa mi dice, invece, della Ventura e di Elio? Sono molto entusiasta del ritorno di Simona Ventura perché ho condiviso con lei un’esperienza molto formativa in termini televisivi, oltre a una bella amicizia e tanta simpatia. Lo stesso vale per Elio che è un collega con cui condivido l’amore per il gioco verbale. Spero che in questa edizione si possa giocare molto con le parole. E Elio è uno in grado di farlo. Poi abbiamo anche una passione in comune per i testi di Battiato, soprattutto per quelli degli anni Ottanta. Sarà veramente bello confrontarsi con qualcuno che non è un muro di gomma. Con Elio sarà una sfida ad armi pari.
Le mancherà Mara Maionchi? Non mi mancherà per niente. Devo dire che non mi è mai mancata Mara Maionchi, perché è sempre stata presente sullo chiffon delle mie camicie.
Questa edizione di X-Factor sarà condotta da Alessandro Cattelan. Riuscirà a fare a meno anche di Francesco Facchinetti? Facchinetti? Lui invece mi è sempre mancato, anche quando c’era.
Morgan, non ha paura che la sua immagine televisiva metta in secondo piano quella di musicista? Spero di no. In realtà c’è questo rischio, ma cerco sempre di tener alta la bandiera della musica. Per questo motivo sono tornato con il mio manager degli esordi, Valerio Soave, proprio per crearmi una specie di fortino e non essere distrutto dal baraccone televisivo che è spinoso, potente e devastatore.
Qualche settimana fa è morta Amy Winehouse. Aveva 27 anni, la
Morgan
stessa età di Morrison, Jeff Buckley, Luigi Tenco e di tanti altri grandi della musica. Ha pensato subito anche lei alla implacabile maledizione dei ventisette anni? Sì, infatti l’ho detto anche a mia madre quando ci siamo sentiti, perché la prima a darmi la notizia della morte di Amy Winehouse è stata proprio lei. Mi ha detto di non averci neanche dormito perché è una cosa che l’ha molto scioccata. Le piaceva moltissimo Amy Winehouse. Io le ho detto “mamma, la maledizione dei ventisette anni si ripete”. E mia madre mi ha risposto: “cosa c’entrano i ventisette anni, se uno si spacca e si fa così tanto muore”.
Tra l’altro recentemente lei ha anche curato la traduzione e il doppiaggio di un film dedicato a Jim Morrison. Sente di avere qualcosa in comune con lui? Morrison a me piace molto. Sento di avere in comune con lui l’amore per la letteratura simbolista, per i poeti come Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud. Anche la passione per il teatro. Ho uno spirito libertario come il suo. Anche io amo la poesia come atto libertario che può declinarsi in canzoni, scrittura, danza, meditazione, filosofia. Ma sicuramente non nella ricerca del suicidio.