Il messaggio postumo di Alessandro Bono

Alessandro Bono (foto tratta dal profilo facebook Alessandro Bono tributo)
Alessandro Bono (dal profilo facebook @TributoAlessandroBono)

Oggi voglio raccontare la storia del cantautore Alessandro Bono, all’anagrafe Alessandro Pizzamiglio, e di come per lui le luci del palcoscenico, nel maggio del 1994, si spensero prematuramente, lasciando fan e addetti ai lavori senza parole. Alessandro, infatti, era salito sul palco del Teatro Ariston tra i big della Festival di Sanremo appena tre mesi prima, presentando il brano Oppure no e, a parte il viso sbattuto, non aveva lasciato trasparire il sentore di una fine così imminente. Eppure lui sapeva tutto. Ma andiamo per gradi: prima bisogna spiegare chi era questo ragazzo dalla chioma bionda che nella seconda metà degli anni Ottanta riuscì a ritagliarsi uno spazio nel mondo della musica.

Alessandro era nato a Milano il 21 luglio del 1964 da Riccardo Pizzamiglio e Luisa Bono. Il papà era un tecnico del suono che vantava collaborazioni prestigiose, oltre a esperienze in case discografiche del calibro della Ricordi e della Numero Uno di Lucio Battisti. Per questo motivo Alessandro crebbe immerso nella musica, invaghendosi subito delle note e imparando a suonare chitarra e pianoforte. A 19 anni tentò di accedere nelle stanze della discografia italiana stabilendo un primo contatto con il produttore Alberto Salerno, che però non andò a buon fine. A lanciare Alessandro fu invece Mario Lavezzi, che nel 1985 lo fece esordire con il brano Walkie Talkie, scegliendo di presentarsi al pubblico con il cognome della madre giudicato più adatto al mondo musicale. Il brano non raccolse particolari consensi, così l’anno successivo provarono con un 45 giri contenente la cover della canzone Vendo casa di Lucio Battisti, ma anche in questo caso non ci fu un’adeguata risposta da parte del pubblico.

ale b

Ci pensò il Festival di Sanremo a portare Alessandro Bono all’attenzione di una grande platea. Nel 1987 venne infatti ammesso tra le nuove proposte con il brano Nel mio profondo fondo, un pezzo che raccontava la paura di darsi completamente all’altro, di vivere le proprie emozioni. Da quel momento cominciò il percorso di crescita del giovane cantautore milanese, che infatti nel 1988 pubblicò con la CBS il suo primo LP omonimo. L’album conteneva il singolo Gesù Cristo, uno sguardo su di una Milano infelice e volgare, vacua e banale. Il brano ebbe un buon successo di vendite, al punto che venne inciso anche per il mercato spagnolo. In quel periodo Bono aprì i concerti italiani di Bob Dylan, ma anche le esibizioni di Gino Paoli, Joan Baez e Francesco De Gregori. Parliamo della seconda metà degli anni Ottanta, anni in cui ancora tanti giovani curavano il vuoto e il male di vivere con l’eroina. In migliaia finirono in quella trappola, alcuni ne vennero fuori, altri non ce la fecero. Anche l’anima sensibile di Alessandro cadde in questa ‘buca’ da cui, però, fortunatamente riuscì a uscire e a riprendersi la propria vita, anche grazie alla musica, a una compagna, alla nascita della figlia.

E nei primi anni Novanta la carriera di Alessandro viaggiava a gonfie vele: come autore, tra il 1991 e il 1992, scrisse canzoni per Ornella Vanoni e Loretta Goggi e collaborò con Riccardo Cocciante. Uscì poi il suo secondo album, Caccia alla volpe, che apriva la strada alla sua seconda partecipazione al Festival di Sanremo. Pochi mesi dopo infatti, a cinque anni dalla sua prima esperienza all’Ariston, Alessandro salì di nuovo sul palco tra le nuove proposte, quell’anno, il 1992, chiamata sezione Novità, insieme a un amico più navigato, ma curioso di provare per la prima volta l’ebrezza del Festival: Andrea Mingardi. Insieme cantarono il brano Con un amico vicino, firmato da Claudio Mattone, che celebrava l’importanza dell’amicizia nella vita di ogni essere umano. Alessandro appariva in forma, con la sua chioma bionda e un sorriso smagliante a illuminare il palco. Il duetto con Mingardi funzionò molto bene, con gli sguardi e l’interpretazione riuscirono a trasmettere al pubblico il senso profondo della canzone, che infatti si guadagnò il terzo posto nella classifica finale, suggellando l’ottimo momento artistico di Bono. L’album Caccia alla volpe venne ristampato con il brano del Festival e Alessandro poteva ormai smettere di considerarsi una nuova proposta.

Nel 1994, infatti, venne ammesso al Festival di Sanremo nella sezione Campioni con il brano Oppure no, interamente scritto dal cantautore milanese. Bono si presentò sul palco con i capelli corti e il viso sbattuto, appariva stanco, provato. Il pezzo era scritto molto bene, si trattava di una riflessione sul presente e sul futuro, sulle prospettive e le incertezze che lo popolano. Pubblico e critica non colsero nell’immediato la profondità del brano, complice anche un’interpretazione in cui inciampò in parecchie stonature. Il pezzo, infatti, si classificherà soltanto al 16° posto, ma il suo vero significato arriverà alle persone soltanto tre mesi dopo il Festival di Sanremo. Il 15 maggio del 1994, infatti, la vita presentò il conto ad Alessandro quando non aveva compiuto nemmeno trent’anni. Un conto salato per quell’errore legato all’eroina, che purtroppo aveva propiziato una malattia al tempo incurabile: l’AIDS. Il cantautore se ne andò in silenzio, sorprendendo tutti. E allora ecco che anche alcuni versi di Oppure no acquisirono un nuovo senso, trasmettendo brividi profondi soprattutto quando nel ritornello Alessandro cantava “ogni giorno che va via è un quadro che appendo”, chiudendo con un lapidario “mi piace vivere”, un pugno nello stomaco. Un urlo strozzato in una giornata di maggio.

A riascoltare il brano oggi, nel 2018, a distanza di 24 anni i versi iniziali risultano più che mai attuali, intrisi di profonda umanità e comprensione, e raccontano di quanto ancora Bono avrebbe potuto dare alla musica italiana. Ma mettono anche un certo magone per quel destino crudele che spesso non ti concede repliche. Con quell’ultima apparizione, avvenuta contro il parere dei medici, Alessandro volle lanciare un messaggio inequivocabile, che solo dopo è stato possibile decifrare: la vita va onorata fino all’ultimo respiro.

“Verrà un giorno in cui vivrò
in un paese senza più frontiere
dove non si guarderà al futuro
come chiuso sotto ad un bicchiere”.

Verrà un giorno e sentirò
il vento caldo dei nuovi cambiamenti
in un attimo saranno qui
ma poi saremo tutti quanti pronti?

Con fatica ma sapremo
capir davvero cos’è la religione
qualsiasi fede chiunque avrà
si accetterà perché va bene ed ha ragione”.

*Alcune informazioni contenute in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook @TributoAlessandroBono
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La triste storia del portiere Giuliano Giuliani: dai trionfi alla malattia

A cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, il mondo del cinema, della musica e dello sport non restarono immuni dall’incedere prepotente dell’AIDS. Nel 1985, l’attore Rock Hudson ammise pubblicamente di essere malato.

Giuliano Giuliani

Nel 1991, Freddy Mercury dichiarò di aver contratto l’AIDS e morì appena ventiquattro ore dopo l’annuncio. Anche il mondo dello sport venne toccato dal virus. Sempre nel 1991, il grande giocatore dell’NBA, Magic Johnson, annunciò al mondo di doversi ritirare dalle scene per aver contratto l’HIV. Oggi Johnson è ancora vivo e vegeto. Ed è uno dei maggiori sostenitori della lotta contro l’AIDS, nonché la prova vivente che le prospettive di vita dei contagiati si sono allungate.

Purtroppo, però, ci sono stati anche sportivi che non ce l’hanno fatta. Pochi giorni fa mi è capitato di leggere un articolo di qualche anno fa in cui si diceva che anche nel calcio italiano c’erano stati alcuni casi di AIDS. Allora mi sono ricordato di Giuliano Giuliani, portiere del Napoli dello scudetto nella stagione ‘ 89-90 e vincitore della coppa Uefa, che morì a metà degli anni Novanta nel silenzio più assoluto. Giuliani era una persona schiva, timida, introversa. Amava stare in disparte, coltivare interessi e lanciarsi in nuove attività. Era anche appassionato di pittura.

Dopo lo scudetto dell’89’-90 e la Coppa Uefa, Giuliani fu costretto ad andare via da Napoli. Una serie di dicerie investirono la sua famiglia, la moglie Raffaella e la piccolissima figliola Jessica. Anche i compagni di squadra cominciarono a non avere più fiducia in lui. Secondo loro, Giuliani si allenava troppo poco e per questo non si sentivano sicuri con lui in porta. Così scappò da Napoli e si trasferì a Udine per giocare con l’Udinese.

Nel 1992, un quotidiano uscì con un titolo affilato più di una lama di coltello: “Giuliani ha l’Aids”. Il portiere non replicò e, dopo lo scalpore iniziale, la questione finì lì. Intanto Giuliani, nel 1993, venne arrestato per aver acquistato cocaina a fini di spaccio. Nello stesso anno si ritirò dal calcio giocato. Poi nel 1994 venne processato e poi assolto dalle accuse di spaccio di droga.

Intanto, però, il male lo consumava. Sempre nel silenzio, perché Giuliani era così timido che non ce l’avrebbe fatta a confessare al mondo che era malato. La mattina del 14 novembre del 1996, dopo aver accompagnato Jessica a scuola, il portiere dai lunghi capelli ricci si recò al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, al reparto di malattie infettive per un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute. Nel corso di quell’anno era già stato ricoverato in altre due occasioni. Questa volta, però, Giuliani non uscì vivo dal policlinico. E morì a soli 38 anni. Le comunicazioni ufficiali parlarono di complicazioni polmonari. Nemmeno un cenno alla malattia che aveva generato queste complicazioni.

Pochi mesi fa l’ex moglie del portiere, Raffaella Del Rosario, che lo assistette negli ultimi giorni della sua vita, nonostante si fossero lasciati qualche anno prima, ha finalmente parlato della vicenda con un noto quotidiano italiano. «… forse a distanza di tanto tempo si può fare outing per la prima volta. Anche per chiarezza e informazione. Per aiutare i giovani a non sbagliare. Giuliano è morto di Aids», ha raccontato Raffaella Del Rosario, ex fotomodella con esperienze di conduttrice televisiva al fianco di Maurizio Mosca. La Del Rosario ha chiarito per la prima volta le voci che giravano nell’ambiente del calcio su come Giuliani avesse contratto la malattia. Tipo quella che si sarebbe ammalato al matrimonio di Maradona. «Potrebbe essere – racconta Raffaella – nessuno l’ha mai saputo. Nessuno lo saprà. Sicuramente è stato un contagio sessuale con una donna. La droga non c’entra nulla». Ma la cosa che fece male all’ex-moglie e alla famiglia di Giuliani fu la reazione di diffidenza, paura e distacco del mondo del calcio al momento della scomparsa del portiere. «Tuttora nessuno ricorda più Giuliano, – ha concluso Raffaella Del Rosario – nessuno parla più di lui. Solo perché l’Aids è una malattia scomoda, dà fastidio in un ambiente come quello del pallone. E tutto questo mi ferisce, mi amareggia. Non è giusto».