Gli Stadio ricordano Scirea e Facchetti con una canzone

Una canzone per due grandi del pallone: Gaetano Scirea e Giacinto Facchetti. Due giocatori venuti dalla provincia italia

Gli Stadio

na che riuscirono a conquistare un posto nell’olimpo del calcio  mondiale grazie alla loro classe, alla serietà e alla dignità con cui fecero il loro mestiere. Sì, è vero, pare proprio un ricordo lontano. Facchetti e Scirea. Due espressioni di un calcio che non si vede più negli stadi. Una correttezza e una pacatezza che ormai possiamo solo limitarci a ricordare. Gli Stadio hanno voluto omaggiare questi due campioni, che furono bandiere rispettivamente della Juventus e dell’Inter, con la canzone “Gaetano e Giacinto”, in rotazione da oggi su tutte le radio. Il brano anticipa l’uscita del loro nuovo album, che si intitolerà “Diamanti&Caramelle”, prevista per il 27 settembre.

“Il legame con due personaggi come Scirea e Facchetti è bene impresso nella mia memoria”, ha dichiarato Gaetano Curreri, leader degli Stadio. “Per l’amore

Gaetano Scirea

che ho per il calcio, mi è sembrato bello raccontare le loro storie che “nascono dal basso”, dalla vita vera di periferia. Le storie di quei calciatori “veri”, che riescono a fare di un sogno la loro realtà. Sono campioni che aiutano i bambini a sognare e che oggi vanno riscoperti: Facchetti e Scirea sono punti di riferimento ideali”.

Curreri e compagni, con la complicità di Emi Music Italy, hanno pensato di destinare parte del ricavato derivante dalle vendite della canzone alla Fondazione Giacinto Facchetti per lo studio e la cura dei tumori e a quella dedicata a Gaetano Scirea.

Giacinto Facchetti

L’ennesimo omaggio a due fuoriclasse silenziosi, due tipi abituati a “parlare piano”, come recita il testo della canzone degli Stadio. 

“Non amiamo i calciatori con i cerchietti in testa, pieni di tatuaggi, che si fidanzano con le veline, sinceramente non ci appassionano”, ha continuato Curreri, “ognuno può far quello che vuole ma il calcio deve ritrovare una propria armonia e condivisione, sobrietà, serenità, direi autorevolezza, anche nella figura del calciatore, che si è un po’ smarrita ultimamente, perdendo di conseguenza tutta una serie di valori. Non che i calciatori debbano essere per forza dei modelli, anzi, tutt’altro, ma, se hanno cominciato calpestando la terra di campi improbabili, non devono dimenticare mai il sudore e la fatica per realizzare un sogno”.

 

Questo articolo lo potete trovare anche su www.radiowebitalia.it cliccando sul seguente link:

http://www.radiowebitalia.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=72027:gli-stadio-ricordano-scirea-e-facchetti-con-una-canzone&Itemid=429

 

“Rojo”, il canto di rivolta di Giorgio Canali

Confesso. Ho sbagliato. Credevo che dopo “Nostra signora della dinamite”,

Giorgio Canali

uscito appena due anni fa, Giorgio Canali sarebbe diventato buono e avrebbe scritto solo canzoni d’amore. E invece no. Nel prossimo album il musicista ferrarese parlerà di rivoluzione, influenzato dallo spirito e dai canti che caratterizzarono quella francese. Il 26 agosto “Rojo”, così si intitola il nuovo album di Canali e Rossofuoco, uscirà nei negozi di dischi con tutta la sua carica sovversiva. Intanto Giorgio ha voluto raccontare com’è nato questo lavoro, tra “panico da pagina bianca” e folgorazioni sulla via Versailles.  

“… dopo una bella dose di panico da pagina bianca – ha raccontato Canali – il mio cervello ha ricominciato a funzionare. Come era già successo per “Tutti contro tutti”, Rossofuoco aveva già fatto tutto ciò che c’era da fare per regalarmi il materiale musicale su cui stendere i miei deliri verbali che, da mesi, erano fermi solo a qualche bestemmia in qua e in là…”

Dopo un periodo di panico e confusione, Giorgio ha ricominciato a scagliare parole sul foglio. Nella testa, come sottofondo, canti di rivoluzione.

“… una mattina mi sono svegliato con la ‘carmagnole’ in testa – ha continuato – il canto dei sanculotti incazzati che si preparavano ad appendere la classe dirigente dell’epoca ai lampioni di Paris: “dansons la carmagnole et vive le son du canon”.  Folgorato sulla via di Versailles ho cominciato ad ascoltare “ça ira” e altri canti, di tutte le rivolte popolari, confusi in un unico calderone mentale senza geografia che ha cominciato a bollire con una parola chiave: rivoluzione. Ecco, poi è venuto il resto, parole che parlavano anche di me…”

Non resta che aspettare il 26 agosto.

(Questo articolo lo potete trovare anche su http://www.radiowebitalia.it)

Intervista allo scrittore bolognese Enrico Brizzi

Mi sono fatto raccontare da Enrico Brizzi duemila chilometri di strada percorsa a piedi, dalle Alpi alla provincia di Siracusa. Una

Enrico Brizzi

straordinaria traversata dell’Italia, durata più di tre mesi, da cui è scaturito il libro “Gli psicoatleti”.

Di seguito il link dell’intervista:

http://www.leiweb.it/celebrity/personaggi-news/2011/enrico-brizzi-intervista-30235171746.shtml

Una serata con Mimmo Locasciulli per Medici senza Frontiere

Una serata fresca di luglio al Castello Miramare di Formia. Un tramonto sul mare che si intravede in lontananza. Un pianoforte, un contrabbasso, un violoncello e un sax attendono che i musicisti salgano sul palco per dargli voce, per donargli anima e cuore. Entra prima Mimmo Locasciulli.Lo

Mimmo Locasciulli

seguono suo figlio Matteo, Giovanna Famulari e Fabrizio Mandolini. Mimmo saluta tutti con il cappello in mano. Poi lo indossa, si siede al pianoforte e inizia il concerto. Si levano le note delle sue canzoni. “Un po’ di tempo ancora”, “Aria di famiglia”, “Tango dietro l’angolo”, una splendida versione di “Adesso glielo dico”, in cui viene accompagnato per quasi tutto il pezzo solo dal contrabbasso del figlio Matteo. Mimmo canta tantissime storie. Le racconta anche tra un brano e l’altro. Ci commuove e si commuove con “Occhi” e ci fa sorridere con “Blu”. Poi c’è un’ovazione per lui e per i suoi musicisti. Saluta e esce. Un applauso ritmato lo richiama sul palco. E Locasciulli non si risparmia. Si risiede al pianoforte e suona “Lucy”, un pezzo tratto da “Idra”, il nuovo album, poi “Pixi Dixie Fixi” e per finire “Piano Piano”. Il pubblico se ne va contento ed emozionato. L’associazione culturale “Agorà” ha raggiunto l’obiettivo di ricavare denaro per Medici senza Frontiere. Locasciulli e i suoi musicisti tornano verso Roma in attesa, per dirla con “Intorno a trent’anni”,  che riparta il treno e “riprendiamo la giacca, ci mettiamo il cappello. E ci troviamo lì.”

Moni Ovadia: “La pace tra palestinesi e israeliani? Affidiamola alla comunità gay” (LeiWeb)

Venerdì sera ho intervistato per LeiWeb l’attore, scrittore,

Moni Ovadia

cantante di origine ebrea, Moni Ovadia. Pochi giorni fa è uscito il suo nuovo libro, “Il popolo dell’esilio”, in cui spiega la sua posizione sulla questione mediorientale.

L’intervista:

http://www.leiweb.it/celebrity/personaggi-news/2011/moni-ovadia-intervista-30198302586.shtml

Intervista a Stefano Bollani in occasione dell’uscita di “Big Band!”

Ho intervistato Stefano Bollani per LeiWeb in occasione dell’uscita del suo nuovo album, “Big Band!”. Abbiamo parlato di politica, di musica, di

Stefano Bollani

fumetti, di figli che crescono e di nuovi progetti che bollono in pentola.

Di seguito il link dell’intervista:

http://www.leiweb.it/celebrity/personaggi-news/2011/stefano-bollani-intervista-30160595622.shtml

Il tennis maschile italiano non brilla. Concedetemi un po’ di nostalgia per Gaudenzi, Canè e Nargiso.

Siccome siamo nella settimana degli Internazionali d’Italia e il tennis italiano maschile stenta a decollare, mi è venuta un po’ di nostalgia per Canè, Gaudenzi, Camporese, Nargiso. Giocatori che hanno segnato la mia adolescenza di appassionato di tennis con alcune piccole imprese agonistiche (mai equiparabili a quelle di Panatta), ma che mi hanno ugualmente emozionato. Un esempio? La vittoria di Paolo Canè su Mats Wilander, a Cagliari, in occasione dei quarti di finale di Coppa Davis. Oppure le imprese di Andrea Gaudenzi, sempre in Coppa Davis, che fruttarono all’Italia una fantastica finale contro la Svezia, con tanto di drammatica rottura di un tendine del braccio del giocatore di Faenza, costretto a ritirarsi sul 6-5 al 5° set. Eccetera, eccetera, eccetera. Beh, in questa serata intrisa di nostalgia, ho fatto una piccola ricerca per capire che fine avessero fatto i tennisti italiani protagonisti della mia adolescenza. Soprattutto perché molti di loro non li sento più nominare da tempo.

Cominciamo da Andrea Gaudenzi,uno dei migliori tennisti italiani da Panatta in poi, arrivato ad occupare il diciottesimo posto della classifica

Andrea Gaudenzi

ATP. Dopo svariati interventi chirurgici, nel 2003, a soli trent’anni ha deciso di ritirarsi. Gaudenzi, però, mentre saliva e scendeva dagli aerei per raggiungere le città in cui si svolgevano i tornei del circuito, aveva pensato bene di continuare a studiare e così conseguì la laurea in giurisprudenza. Una volta appesa la racchetta al chiodo, ha frequentato un Master e poi ha cominciato a lavorare per diverse società di management. Attualmente è Sport Marketing Manager della BWIN. Vive a Montecarlo e ha messo su una bella famiglia con sua moglie Giorgia (hanno due bambini e un terzo in arrivo).

Poi c’è il buon Diego Nargiso, il mancino napoletano che ci fece sognare

Diego Nargiso

in più di qualche incontro di doppio di Coppa Davis. Diego è l’unico italiano che è riuscito a trionfare, nel lontano 1987, al torneo juniores di Wimbledon. Attualmente vive e lavora a Montecarlo e gestisce una società che si occupa di vendita e affitto di ville di lusso.

Poi c’è il “piccolo” giocatore veneto, Renzo Furlan, (piccolo perché è appena 1,73 di altezza, poco per un tennista, e a suo tempo qualcuno lo

Renzo Furlan

definì il Chang italiano) arrivato ad occupare la diciannovesima posizione del ranking mondiale. Renzo attualmente lavora per la FIT (Federazione Italiana Tennis) ed è uno dei fautori dei successi di Francesca Schiavone, vincitrice dell’edizione 2010 del Roland Garros. E dall’inizio del 2011 sta seguendo anche Simone Bolelli, giocatore su cui abbiamo riposto parecchie speranze.

E poi c’è l’immenso Paolo Canè, genio e sregolatezza del nostro tennis, arrivato a occupare il ventiseiesimo posto del ranking ATP. Ribattezzato

Paolo Canè

“turbo rovescio” da Giampiero Galeazzi (mi pare durante l’incontro di Davis contro Boris Becker), Canè è sempre stato un grande campione, ma con un carattere difficile. Ricordo bene quando in un’edizione del torneo di Firenze decapitò i fiori a bordo campo con la sua racchetta, in preda ad un attacco d’ira. E ricordo anche quando nel 1993 batté l’australiano Woodford (quando in molti, compreso l’allora presidente della FIT, già lo definivano un ex-giocatore) e per scaricare la tensione, tra un punto e l’altro, insultava i tifosi della squadra avversaria. Questo era Canè. Oggi, dopo la giocosa partecipazione al reality “La talpa”, si dedica a tempo pieno ad allenare, in un club privato, un gruppo di giovani promesse.

Questi sono solo quattro dei tanti tennisti italiani che abbiamo visto calcare i nostri campi negli ultimi venticinque anni. Ma ce ne sarebbero anche altri: Caratti, Pescosolido, Camporese, ecc. ecc. Beh, a parte Furlan, quasi tutti hanno cambiato mestiere. Alcuni, invece, hanno scelto, perché ignorati dalla Federazione o per divergenze di vedute, di non lavorare con la FIT.

In questo momento buio del tennis maschile italiano, non credete che ci sia bisogno anche e soprattutto della loro esperienza?

Intanto, mentre riflettete, guardatevi uno sprazzo di Canè-Wilander. Anima, cuore e talento.