Daniele ‘Barny’ Bagni: dai Ladri di Biciclette agli EMOTU, passando per i Litfiba – L’intervista

Daniele Bagni
Daniele ‘Barny’ Bagni

Daniele ‘Barny’ Bagni è uno di quei musicisti che per raccontarlo non basterebbe un libro. Sì, perché sono trent’anni che viaggia su e giù per la Penisola assetato di musica, alla costante ricerca di una nuova emozione. Ha suonato il suo basso prima nei Ladri di Biciclette e poi nei Litfiba, si è confrontato con musicisti del calibro di Billy Preston e Vinnie Colaiuta, si è esibito su ogni tipo di palco, da quello enorme del Festival di Sanremo alle pedane dei club. In questo piccolo spazio cerchiamo di ripercorrere insieme un pezzo della sua storia musicale, partendo dal presente, dagli EMOTU, la band di Parma con cui Barny ha appena pubblicato il disco Meccanismi Imperfetti, anticipato a dicembre dal singolo Ogni cent’anni. Otto brani caratterizzati da una marcata e gustosa impronta new wave, da testi e arrangiamenti elaborati con la sapienza dei veri artigiani della musica.

Emotu

Daniele, partiamo dagli EMOTU e dal vostro Meccanismi imperfetti. Come e quando sei diventato parte di questo progetto? 
L’incontro con gli EMOTU è avvenuto nel gennaio del 2016. Stavo curiosando sul web in un forum di musicisti quando ho letto l’annuncio: band di Parma cerca bassista per completare gli arrangiamenti del nuovo album, genere post-new wave/industrial con testi in italiano. Ho mandato un WhatsApp al numero di cellulare dell’annuncio e dopo circa 10 minuti mi ha risposto Maxx Rivara (cantante e tastierista della band). Abbiamo fissato un incontro anche con la Vitto e Genna (Vittoria Pezzoni, la batterista, e Gennaro Splenito, chitarre e sinth) per conoscerci e ascoltare quelle che erano le prime demo di Meccanismi Imperfetti. Ricordo che al ritorno verso casa, in auto, ascoltai ancora i brani e rimasi particolarmente colpito da quello che ora si intitola Eva su Marte. La mattina seguente iniziai subito a lavorarci sopra per trovare una linea di basso che “girasse bene” sull’arrangiamento ideato dai ragazzi. In serata avevo già qualcosa da fare sentire alla band. In realtà oltre al nuovo basso, proposi anche modifiche alla stesura delle varie parti della canzone, cosa che feci poi pure negli altri brani dell’album, perché sentivo che c’erano idee musicali molto belle ma dovevano essere, secondo me, posizionate nel punto giusto della canzone. Con mia grande felicità gli altri approvarono le mie proposte e a quel punto ero diventato un EMOTU.

Ladri di bici

Tu hai una lunga storia musicale alle spalle, che affonda radici negli anni Ottanta, con i Ladri di Biciclette di Paolo Belli. Due album molto interessanti, Ladri di biciclette e Figli di un do minore, grandi successi di vendite ed enorme visibilità. Che anni furono quelli per te?
Nell’aprile del 1988 un mio caro amico Raffaele Chiatto, ora chitarrista di Umberto Tozzi, mi telefonò e mi propose di fare un provino con una band di Carpi in cui lui già suonava da un paio di mesi. Mi portò una ormai preistorica audiocassetta, che custodisco ancora tra le mie “reliquie musicali”, che conteneva, oltre ai provini dei brani che poi sarebbero diventati quelli del primo album Ladri di Biciclette, anche alcune canzoni di The Blues Brothers, Huey Lewis and The News, Kid Creole & The Coconuts e James Brown, che facevano parte in quel periodo del loro repertorio live.  Ricordo che nel giro di una settimana imparai tutti i brani e il giorno dell’audizione, dopo la prova, capii che sarei diventato il loro nuovo bassista. L’anno dopo, nel 1989, partecipammo al Festival di Sanremo, arrivammo ultimi (o quasi) ma nel giro di pochi mesi diventammo conosciutissimi in tutta Italia per via dell’originalità, la positività e la simpatia che questo progetto musicale infondeva nel pubblico e negli addetti ai lavori. Furono circa 4 anni di attività ‘non stop….’, tra prove, concerti, trasmissioni televisive, km e km di autostrada, risate, tante soddisfazioni e progetti per il futuro. All’epoca non c’era il web e quindi la TV, le Radio e l’informazione giornalistica erano i mezzi pubblicitari più usati per la promozione musicale. Quindi tornammo a Festival di Sanremo duettando con l’inventore del “vocalese”, Jon Hendricks, e vincemmo il Festivalbar insieme a Francesco Baccini con Sotto Questo Sole. E tra le decine di trasmissioni ricordo con particolare emozione la nostra partecipazione alla mitica DOC di Renzo Arbore e Gegè Telesforo dove suonammo in una puntata nella quale era presente anche il Modern Jazz Quartet. Poi ci furono esibizioni memorabili come la prima edizione del Concertone del primo maggio nel 1990, in cui suonammo insieme al re del soul, Mr. Sam Moore, e l’anno dopo un duetto con Jimmy Winterspoon. Con il Ladri suonammo anche un’inedita versione di Get Back dei Beatles al fianco di Billy Preston. In quel momento mi sembrava di essere in paradiso, ero sul palco con colui che aveva suonato l’Hammond e l’inconfondibile piano Fender Rhodes con i Beatles nelle sessioni del loro ultimo disco, Let It Be. Insomma, furono anni incredibili. Dopo lo ‘split’ della band pensai che anche se non mi fosse più capitato di fare altre esperienze musicali importanti, dovevo ritenermi comunque molto soddisfatto di quelle che avevo vissuto in quegli incredibili 4 anni.

Che musica ascoltavi in quegli anni?
Ascoltavo e suonavo blues (Robben Ford, Robert Cray, ecc.) soul, funk e rhythm and blues (Stevie Wonder, Tower of Power, Level 42, ecc.), ma anche jazz/fusion (Miles Davis, Weather Report) e quando ascoltai per la prima volta Jaco Pastorius fui letteralmente catturato dal suo suono e dal suo magico linguaggio musicale, che ancora oggi mi trasmette bellissime e ineguagliabili emozioni a ogni ascolto. Ebbi anche la fortuna di stringere la sua enorme mano prima di uno dei suoi ultimi concerti in Italia. Era il 1986, a Bologna, e al suo fianco aveva il bravissimo Bireli Lagrene. Comunque devo dire che non ho mai avuto un genere musicale preferito, la musica mi ha sempre attratto emotivamente e nell’arco della giornata posso aver voglia di ascoltare Miles Davis la mattina e i Metallica nel pomeriggio. La musica che ascolto e che suono ha sempre avuto e continua ad avere su di me un effetto terapeutico.

Quanto ha contato l’esperienza con i Ladri di Biciclette sulla tua crescita umana e artistica?
È stata una scuola di vita preziosa e indispensabile. Dal punto di vista umano ho conosciuto e collaborato con tante persone, famose o sconosciute. L’umiltà è una delle doti che ho riscontrato nella maggioranza dei grandi artisti, colleghi o addetti ai lavori incontrati in quel periodo e anche negli anni successivi. Artisticamente l’esperienza con i Ladri mi ha sicuramente dato la possibilità di crescere professionalmente sia nei live sia in studio di registrazione, anche grazie al fatto che i 2 dischi che ho registrato con loro furono prodotti da Celso Valli, e quindi mi trovavo al posto giusto nel momento giusto per imparare il mestiere, perché Celso rimane tutt’oggi uno dei migliori produttori musicali in circolazione.

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Cover di Spirito

Poi nel 1994 arrivarono i Litfiba. La sezione ritmica formata da te al basso e Franco Caforio alla batteria, con le irruzioni di Candelo alle percussioni, diede una spinta propulsiva al sound dei Litfiba. Quali brani dei dischi Spirito e Mondi Sommersi appezzasti di più dal punto di vista esecutivo?
Quando qualcuno mi chiede da chi abbia imparato a suonare il basso, oltre ai bravissimi musicisti Giuseppe La Monica, Ares Tavolazzi, Dino D’Autorio, Massimo Sutera, Domenico Lo Parco, che mi hanno insegnato tecnica e armonia, cito sempre anche i batteristi con cui ho suonato. Perché specialmente in fase creativa con loro ho appreso molto su come costruire una linea di basso efficace. Con Franco e Candelo, grazie anche alla supervisione artistica di Rick Parashar nell’album Spirito, e di Richard Jack-Guy in Mondi Sommersi, abbiamo disegnato la  ritmica di questi due album, dando sicuramente quella spinta propulsiva di cui parlavi. I brani di Spirito a cui sono maggiormente affezionato sono Animale di zona, Spirito e Lo Spettacolo, che ho registrato con il mio Pedulla 5 corde, e Lacio Drom, dove ho praticamente risuonato la linea di basso della demo che mi avevano fatto ascoltare,    adattandola però alla tecnica contrabassistica del contrabbasso elettrico Vandrè, che utilizzai in quella session. Di Mondi Sommersi invece mi piacciono molto Imparerò, Goccia a Goccia, Si può e Sparami. Però nel complesso sono molto soddisfatto del lavoro svolto in studio per tutti i brani di questi bellissimi album.

Come ti trovasti a lavorare con Piero e Ghigo all’apice del loro successo?
In quegli anni, dall’estate del 1994 fino al 1999, si materializzò il sogno di tanti bassisti italiani: suonare con i Litfiba, la rock band più famosa del Paese. Ricordo durante le varie prove, le pre-produzioni degli album, le registrazioni e i successivi tour, una grandissima energia positiva, molto impegno, lavoro e sudore di tutti con ampio spazio esecutivo e creativo richiesto e concesso da Piero e Ghigo anche a noi session players. E devo dire che, guardando le classifiche e i risultati artistici dei Litfiba di quegli anni, questo metodo di lavoro ha dato i suoi frutti.

Dopo la ‘separazione’ dei Litfiba, tu seguisti Pelù nella carriera da solista. C’è un album di quel periodo, tra quelli registrati con Piero, al quale sei particolarmente legato? 
Sono affezionato a ogni brano su cui ho avuto l’onore di registrare un mio basso. In particolare durante la carriera solista di Piero, avendo partecipato alle registrazioni di cinque suoi album in studio, ho un ricordo speciale per ognuno di questi lavori. In particolare delle sessioni di U.D.S nel 2002, dove mi ritrovai a registrare le basi (basso e batteria) con uno dei migliori batteristi del mondo, Vinnie Colaiuta. L’umiltà di Vinnie e la sua estrema generosità artistica rimarranno per sempre impresse nella mia mente. Ho un ricordo preciso di quando durante le takes di registrazione dei brani dell’album, che abbiamo suonato in studio insieme uno di fronte all’altro, con uno sguardo mi anticipava i feel di passaggio da una parte all’altra della canzone, creando tra noi due un inter-play simile a quello di musicisti che suonano insieme da tanto tempo. E se ripenso al suo approccio sulla batteria giurerei che mi sembrava di suonare con un pianista per via della poliedricità di sfumature del suo suono, della tecnica, dell’intenzione e della musicalità. Anche in questo caso, come era successo anni prima dopo le incredibili esperienze con i Ladri, finite le sessioni di registrazione pensai: “Ok, ora posso smettere di suonare e potrò comunque dire di averlo fatto con un mio mito”. Dei brani registrati con lui in U.D.S. il mio preferito è sicuramente Dea Musica, che reputo anche una della canzoni più belle composte da Piero Pelù.

Quando nel 2009 Piero e Ghigo sono tornati a far musica insieme anche tu sei rientrato nella band, suonando nell’album di inediti Grande Nazione e nel live Stato libero di Litfiba. Cos’ha significato per te far parte di quella reunion?
Partecipare al tour di Stato Libero di Litfiba è stato un autentico orgasmo collettivo! Vedere, sentire e capire la gioia dei fan per la ritrovata “pace” tra Piero e Ghigo e suonare per circa un anno e mezzo di tournée in palazzetti dello sport quasi sempre sold out è stata un’esperienza che auguro ad ogni artista o session man.

Come mai non hai partecipato anche al successivo ‘Eutòpia’?
L’ultima volta che ho suonato pubblicamente con i Litfiba risale al 2012, in occasione del Festival O’Scià organizzato a Lampedusa da Claudio Baglioni. In seguito hanno ritenuto di non coinvolgermi più nei loro progetti musicali, e penso che sia una cosa normale il fatto che un artista abbia la necessità di interagire con nuovi musicisti e collaboratori.

Com’è cambiato il mondo musicale dai tuoi esordi a oggi?
Il mondo è in continua mutazione e quindi è logico che anche la musica sia diversa da come era 30 anni fa. La tecnologia ha stravolto il modo di creare, produrre, ascoltare e diffondere le canzoni. L’avvento e la diffusione dei social media hanno cambiato e stravolto anche il mondo dell’informazione e i rapporti tra le persone, però sono convinto che le parole entusiasmo, curiosità, umiltà e perseveranza abbiano ancora un significato per chi si avvicina al mondo musicale.

C’è qualche esperienza che non rifaresti nella tua carriera di musicista?
Penso che rifarei tutto esattamente quello che ho fatto perché anche le esperienze negative servono per crescere e per imparare a non ripetere gli stessi errori. Ho sempre seguito il mio istinto e i consigli che ho ritenuto importanti per la mia crescita umana e professionale.

Qual è il progetto musicale o la collaborazione, invece, che ti piacerebbe prima o poi realizzare?
Bella domanda! In realtà ho già diversi progetti artistici e collaborazioni che stanno procedendo con  ottimi risultati, poi ho imparato che è importante tenere libero del tempo anche per altri importanti “obiettivi”: prima di tutto alla mia famiglia, che è il “progetto” più importante di tutti.

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“Non è più tempo di stare in silenzio” – Intervista a Marcello Pieri

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Cover

“È passato tanto tempo…”, inizia con questa frase Se cerchi un eroe…non sono io, il nuovo brano di Marcello Pieri. E in effetti di tempo ne è passato da quando l’artista romagnolo spopolava in radio con il suo pop-blues sfacciato e vitale. Erano gli anni Novanta e Pieri non sbagliava un brano: Se fai l’amore come cammini, Pio, Al ritorno dal mare. Ma anche pezzi meno commerciali come Due barchette di carta sul mare, Il cuore in pace, Il tempo, che mostravano un talento compositivo che era stato già captato dalle orecchie attente di Vasco Rossi e Gianna Nannini. Poi nel 1997 qualcosa si ruppe nell’ingranaggio che lo teneva legato al mondo discografico e si ritirò dalle scene. In questi anni di assenza Marcello non si è certo annoiato, ha avuto una vita molto movimentata e non ha mai smesso di scrivere canzoni. In questa intervista ripercorriamo insieme la sua storia: il successo, i sodalizi, le scelte e gli incontri, catapultandoci poi nel futuro senza rimpianti.

Marcello, partiamo da Se cerchi un eroe…non sono io. Cosa rappresenta per te questo nuovo brano?
Nasce in uno di quei momenti in cui metti in dubbio tutte quante le tue certezze: senti che non hai più voglia di combattere contro le ineguaglianze, e ti sembra quasi che abbiano ragione quelli che dicono io non vado a votare tanto son tutti uguali. Invece no, come canto nel brano, “non è più tempo di stare in silenzio”.

Facciamo un passo indietro, torniamo agli anni Novanta, quando la tua musica passava quotidianamente in radio. Come vivesti quel successo esplosivo?
Furono anni molto belli, pieni di soddisfazioni. In pratica realizzai il mio sogno di quando ero bambino e cantavo davanti allo specchio con la spazzola in mano, al posto del microfono, chiuso dentro la mia cameretta. In quegli anni ho potuto anche aiutare i miei genitori a finire di pagare il mutuo del podere. Eravamo una famiglia molto unita quindi, come si dice dalle mie parti, ‘ce ne facevamo conto’.

Marcello Pieri
Festival di Sanremo 1993: Marcello Pieri partecipò tra le Nuove Proposte con il brano Femmina – Questo è un fermo immagine del Dopofestival

È vero che apristi anche i concerti italiani di Bob Dylan?
Sì, è vero. Nel 1993 aprii i due concerti italiani di Dylan, il mio mito, a Milano e a Pisa. Che dire, un uomo molto riservato che girava dietro al palco con il cappuccio sulla testa. Ebbi la sensazione che si sentisse molto solo.

In quegli anni incassasti attestati di stima da più parti, su tutti da Vasco Rossi e Gianna Nannini, con i quali nacquero importanti collaborazioni.
Sì, loro si mostrarono interessati al il mio modo di scrivere. Con entrambi ci frequentammo per un periodo: io e Gianna scrivemmo insieme il brano Principe azzurro, da lei inciso nell’album Per forza e per amore, mentre con Vasco nacque La canzone per conquistare le ragazze da me registrata nel 1997. Poi con Vasco ebbi un feroce litigio che interruppe il nostro rapporto, da lì la mia decisione di lasciare l’ambiente musicale.

Nel 1997 hai scritto anche il brano In punta di piedi su richiesta di Marco Pantani. Come andò il vostro incontro?
Un giorno Marco Pantani mi telefonò chiedendomi una specie di suo ritratto in forma canzone perché voleva presentarsi a Sanremo. Aveva infatti una grande passione per il canto. Cosi ci frequentammo, anche perché lui era di Cesenatico e io di Cesena, appena 20 km di distanza, e conobbi un uomo dalla volontà eccezionale. Cercai di dipingerlo d’istinto e a lui piacque tanto la canzone In punta di piedi. La prima cosa che disse fu “Osta, ma questa dovrebbe cantarla Renato Zero”, di cui era grande fan. Incredibilmente una frase di quella canzone si rivelò profetica: “Io me ne andrò come sono arrivato…in punta di piedi”.

Poi a un certo punto sei sparito dalle scene musicali. Perché?
Nel 1997, dopo la pubblicazione con la EMI dell’album L’amore è sempre in giro e dopo il litigio con Vasco, decisi di fare altro, cosi partii per la Cina dove rimasi 7 anni a vendere tessuti.

Cos’altro hai fatto negli anni che sei stato lontano dagli studi di registrazione?
Terminata l’esperienza cinese, dopo la morte di mio padre e di mia sorella ho cominciato a occuparmi dell’azienda agricola di famiglia, dedicandomi all’agricoltura biodinamica e alla vendita diretta dei miei prodotti, senza mai però smettere di scrivere canzoni.

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Marcello Pieri oggi

Qual è oggi il tuo rapporto con la musica in generale e con la canzone d’autore?
Oggi ascolto tanta musica di tanti generi. Tra gli italiani prediligo Ivano Fossati, Pino Daniele, Maurizio Fabrizio, Lucio Battisti, De André, De Gregori, Tiziano Ferro e naturalmente Marcello Pieri.

Cosa c’è nel tuo futuro?
C’è un album nuovo che esce quest’anno, a ventuno anni dal precedente, e poi tornerò a cantare nella mia cameretta davanti allo specchio, con la spazzola al posto del microfono.

Il video ufficiale di  Se cerchi un eroe…non sono io

 

Fed Cup, Italia ai play-off: Deborah Chiesa, una luce in fondo al tunnel

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Il Capitano Tathiana Garbin con le Azzurre

Se fino a un paio di settimane fa le prospettive del tennis italiano femminile erano nerissime, da questo week-end si comincia a intravedere una luce in fondo al tunnel. Sì perché, in quella che è la serie B della Fed Cup, a sorpresa le nostre ragazze hanno superato la più quotata Spagna sulla terra rossa indoor di Chieti, guadagnandosi così l’opportunità di giocare i play-off di aprile per tornare nella seria A del tennis mondiale. La sfida con le iberiche, terminata 3 a 2 per le ragazze di Tathiana Garbin, ha restituito qualche certezza al tennis italiano femminile: la prima si chiama Sara Errani (n. 141).

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Sara Errani

Grinta Sarita. La tennista bolognese, dopo aver affrontato un 2017 da dimenticare, in cui è sprofondata oltre la centesima posizione del ranking mondiale a causa di prestazioni pessime e della discussa squalifica per doping, è tornata a brillare come non faceva da tempo. Sabato si è imposta con un autoritario 6-1, 6-1 contro Lara Arrubarrena Vecino (n. 82 del mondo), riportando in parità l’Italia dopo la sconfitta della giovane Jasmine Paolini (n. 161) contro la più quotata Carla Suàrez Navarro (n. 29). Poi la domenica, nell’incontro di apertura tra le due numero 1, Sarita ha confermato che quella del giorno prima non era stata una casualità e di avere ancora l’energia e le motivazioni per competere da protagonista. Con la Suàrez Navarro si è imposta infatti in tre durissimi set con il punteggio di 6-3, 3-6, 6-3, comandando il gioco in alcuni momenti, soccombendo in altri, ma trovando sempre la forza di reagire e di riprendere in mano le redini del match. Sembrava di rivedere la Sara tenace e grintosa che nel 2012 era arrivata in finale al Roland Garros. C’è tanto da lavorare per tornare agli antichi fasti, ma la strada è quella giusta. L’Italia del tennis ha ancora bisogno di lei.

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Deborah Chiesa

Deborah Chiesa. Il punto decisivo ce lo ha regalato la ventunenne Deborah Chiesa (n. 178), battendo Lara Arrubarrena Vecino con il punteggio di 6-4, 2-6, 7-6. Questa leonessa trentina, al debutto in Fed Cup, fino a ieri non aveva mai giocato un match così importante. Rovescio potente e incisivo, servizio robusto, un dritto che può ancora migliorare, la Chiesa ha affrontato la spagnola con coraggio da veterana, superando in maniera egregia le difficoltà del secondo set e dell’inizio del terzo. Anche quando l’Arrubarrena non sbagliava più nulla, Deborah è rimasta aggrappata all’avversaria rimontando lo svantaggio e trascinandola al tie-break del terzo set, dove le ha annullato addirittura un match point. La sua grinta e il suo gioco hanno riacceso una luce in fondo al tunnel. Speriamo solo che questa luce non sia un fuoco di paglia.

Festival di Sanremo 2018 – Promossi, bocciati e rimandati

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Claudio Baglioni

Quando mesi fa seppi che Claudio Baglioni sarebbe stato il direttore artistico e co-conduttore del Festival di Sanremo 2018 rimasi assai perplesso. Principalmente per due motivi:

  1. Il Festival è ormai uno show televisivo, lo spettacolo viene prima di tutto, e Baglioni è un grandissimo cantautore, ma non certo un Pippo Baudo o un Carlo Conti, gente che va in tv con la stessa scioltezza con cui si entra dal macellaio.
  2. Nella sua carriera Claudio non è mai stato in gara al Festival, non ne conosce i meccanismi perversi e le insidie. Come farà a educare questo animale che, se non lo prendi per il verso giusto, diventa molto feroce, pronto a sbranarti in un solo boccone?
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Baglioni, Hunziker e Favino

Con il mio bagaglio di perplessità e di diffidenza, martedì sera mi sono accomodato davanti alla tv e, dopo una partenza un po’ ingessata, ho capito che Claudio avrebbe fatto un Festival diverso. Il cantautore romano è riuscito infatti a riportare in gara quella qualità musicale che mancava da anni. Parliamo sempre di pop, sia chiaro, ma c’è pop e pop: esiste un pop d’autore e un pop spudoratamente commerciale, che ha come unico obiettivo quello di strizzare l’occhio al mercato. Ecco, in questo Festival ho trovato tanto buon pop d’autore, come non ne sentivo da anni. E questo è merito delle scelte del direttore artistico, che ha indovinato anche i co-conduttori, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, sicuri, spigliati e sempre pronti a dare una scossa alla serata. Quindi ben vengano dieci, cento, mille anni di Baglioni al Festival di Sanremo.

Promossi

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Decibel

Comincio dal mio podio ideale: sul gradino più alto metterei la Lettera dal Duca dei Decibel, perché sintetizza la mia idea di buon pop d’autore, sia nel testo che nell’arrangiamento, e poi possiede quel retrogusto new wave che tanto amo. Poi Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza, perché hanno scritto un pezzo radiofonico senza scadere nelle solite banalità, ‘sole, cuore, amore’, un po’ come fece l’anno scorso Gabbani. E infine sul podio mi piacerebbe che salisse Ron con Almeno pensami, brano inedito di Lucio Dalla, perché è riuscito a trasmettermi l’immagine di Lucio al pianoforte, nella sua casa di Bologna, mentre di notte assembla la melodia e le parole di questo brano, raccogliendo tra le note dolcezza, malinconia e speranza. Non sono d’accordo con chi ha detto che Almeno pensami sia uno ‘scarto’, ovvero un pezzo mai pubblicato da Dalla perché poco riuscito: la storia musicale ci insegna che le canzoni spesso hanno bisogno di ‘riposare’, maturare lentamente per poi esplodere in una stagione indefinita.

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Max Gazzè

Altri brani che meritano certamente un posto di rilievo sono quello di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico, Imparare ad amarsi, fortemente attuale e caratterizzato da un gustoso vestito musicale. Molto interessante anche La leggenda di Cristalda e Pizzomunno di Max Gazzè, pezzo dalle mille insidie, che richiede particolare attenzione nell’esecuzione dal vivo (la prima sera Max ha mostrato qualche incertezza). E poi Arrivedorci degli Elio e le storie tese, non perché sia il loro brano più bello e nemmeno il più geniale, ma per la storia che rappresentano, per la qualità della musica che ci hanno proposto fino a oggi.

Altri pezzi che ho particolarmente apprezzato sono Passame er sale di Luca Barbarossa, a cui va riconosciuto il coraggio di aver riportato la canzone dialettale al Festival, Il mondo prima di te di Annalisa, il brano non è male e lei ha una voce che fa la differenza, Il coraggio di ogni giorno di Enzo Avitabile e Peppe Servillo, Adesso di Diodato e Roy Paci e Custodire di Renzo Rubino.

 

Rimandati

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Noemi

Al di là che sia già edita o meno, che sia un plagio o meno, Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro è rimasta lì, nel limbo, tra un forse sì o un forse no, non è brutta ma prevedibile. Sicuramente spopolerà nelle radio, ma a me non ha convinto. Anche le canzoni di Noemi (Non smettere mai di cercarmi), Nina Zilli (Senza appartenere) e Giovanni Caccamo (Eterno) non mi hanno fatto saltare dalla poltrona, né venire voglia di riascoltarle. Le ho trovate eccessivamente ordinarie, ma non mi sento di bocciarle.

 

Bocciati

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The Kolors

La palma dai peggiori in assoluto va ai The Kolors: il brano Frida (mai, mai, mai) è di una banalità disarmante (Frida Kahlo meritava di più), i testi in italiano non fanno per loro. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Mario Biondi, la sua Rivederti si nasconde troppo, mentre Così sbagliato de Le Vibrazioni di convincente ha soltanto il titolo. Infine un appello agli ex Pooh in gara, Red Canzian, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli: avete fatto la storia del pop italiano, ora è il momento di raccontarla ai nipotini di fronte al caminetto.

Coppa Davis, Fognini di gambe e di cuore. Azzurri ai quarti

Giappone – Italia 1-3

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Fabio Fognini

Alla fine è stato il week-end di Fabio Fognini. Sì perchè, nonostante non abbia giocato il suo miglior tennis, con gambe, testa e cuore ha trascinato l’Italia ai quarti di finale del World Group della Coppa Davis 2018, regalandole i tre punti necessari a battere il Giappone. Il tennista ligure è stato in campo per circa 12 ore in tre giorni, ha giocato 14 set, ha sofferto, è caduto, si è rialzato, ma alla fine ne è valsa la pena. Prima di tutto per confermarsi ancora leader indiscusso di questa squadra, che al momento non può prescindere da lui, dal suo bagaglio tecnico.

Dopo un venerdì terminato sull’uno pari, con la sofferta vittoria di Fabio contro Taro Daniel e la sconfitta di Seppi contro Sugita, il doppio del sabato è stato determinante per spostare l’inerzia della sfida a favore degli Azzurri. La coppia Bolelli-Fognini ha infatti giocato un match esemplare contro i nipponici Machlachan e Uchiyama. Simone Bolelli ha rispolverato il dritto dei vecchi tempi, un missile aria-aria da far spavento, mentre Fabio, nonostante un problema al tallone, ha messo a disposizione della squadra il suo vasto repertorio di colpi. Per i giapponesi non c’è stato scampo: sono usciti battuti in quattro combattutissimi set terminati 7-5, 6-7, 7-6, 7-5 in favore degli Azzurri.

E poi stamattina, mentre in Italia sorgeva il sole, Fabio ha chiuso la sfida con una nuova maratona di cinque set, battendo in 4 ore e 8 minuti il numero uno giapponese Sugita con il punteggio di 3-6, 6-1, 3-6, 7-6, 7-5. Oltre la stanchezza, oltre il tallone malandato, oltre un tappeto indoor su cui la palla schizzava più del solito, oltre quella testa che tante volte lo aveva tradito, oltre i passaggi a vuoto. Una vittoria di gambe e di cuore. Chissà che per lui non sia arrivato finalmente il momento di spiccare il volo. Meglio tardi che mai.

Coppa Davis, Giappone e Italia in parità

Giappone – Italia 1-1

Chi pensava che la trasferta giapponese per l’Italia del tennis sarebbe stata una passeggiata di salute, considerata anche l’assenza nelle file nipponiche dell’ex numero 5 del mondo Kei Nishikori, dovrà ricredersi. In questo primo turno del World Group di Coppa Davis regna l’equilibrio: dopo la prima giornata il Giappone è più che mai in partita e sul veloce indoor di Morioka il risultato è aperto a ogni soluzione.

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Fabio Fognini

Fognini fatica ma vince. La sfida fra Italia e Giappone è iniziata con la vittoria al quinto set di Fabio Fognini, il nostro numero 1 (n. 22 ranking ATP), sul venticinquenne nipponico, Taro Daniel (n. 100), con il punteggio di 6-4, 3-6, 4-6, 6-3, 6-2. In Coppa Davis, si sa, la classifica mondiale non è indicativa. Contano più le motivazioni e l’entusiasmo, il sacrificio e l’approccio, peculiarità che al giapponese non sono mancate, aiutandolo a sopperire ai suoi limiti tecnici. Il tennista ligure, invece, non ha giocato un buon match: tanti errori gratuiti e un servizio poco incisivo l’hanno obbligato a rincorrere l’avversario, passato in vantaggio per 2 set a 1. Ma nel quarto e nel quinto set Fabio è riuscito a raddrizzare l’incontro con testa e cuore. Bisogna dargliene atto: in questi mesi Fognini sta facendo un gran lavoro su se stesso. In altri tempi, infatti, il match di oggi l’avrebbe perso malamente, macchiando la già opaca prestazione con una delle sue proverbiali sceneggiate. Invece, nonostante le difficoltà e un presunto torto arbitrale, è rimasto concentrato e ha regalato il primo punto all’Italia in 3 ore e 55 minuti.

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Andreas Seppi

Seppi cede a Sugita. Nel secondo singolare, invece, Andreas Seppi (n. 78) ha avuto la peggio con il numero uno delle squadra giapponese, Yuichi Sugita (n. 41). L’altoatesino ha conquistato il primo set con il punteggio di 6-4, poi però è salito in cattedra Sugita che ha vinto il terzo e il quarto per 2-6, 4-6. Nonostante qualche chiamata dubbia e un po’ di confusione da parte del giudice di sedia in un momento cruciale del quarto set, l’italiano è riuscito a portarlo a casa con il punteggio di 6-4. Il quinto set diventava subito incandescente: nel primo gioco Andreas concedeva il break al suo avversario per poi riprenderselo nell’ottavo game, portandosi sul 4 pari. L’inerzia del match sembrava cambiata: in vantaggio 5 a 4 Seppi arrivava per due volte a due punti dalla vittoria e sul 6-5 l’italiano sprecava addirittura un match point con l’ennesimo dritto sparato in rete. A quel punto Sugita riprendeva fiducia e controllo del gioco, portando Andreas al tie-break e travolgendolo con un perentorio 7 a 1. Peccato.

Ora ai ragazzi di Barazzutti serve una grande prestazione nel doppio di domani. L’incontro, infatti, sarà fondamentale per spostare gli equilibri della sfida.

Australian Open 2018 – Halep–Wozniacki, finale che vale doppio

Federer
Roger Federer

Federer – Cilic. Sarà sicuramente una bella sfida quella fra Federer e Cilic, che hanno dimostrato sul campo di essere i giocatori più in forma del torneo. Lo svizzero ha ritrovato una grande condizione fisica, mentre il croato pare aver risolto quei piccoli problemi di tenuta mentale che si presentavano quando andava in difficoltà. In semifinale Cilic ha superato agevolmente un Edmund poco brillante con il punteggio di 6-2, 7-6, 6-2, tenendo sempre in mano le redini dell’incontro. Re Roger, invece, ha beneficiato del ritiro di Chung che, sul 6-1, 5-2 per il campione elvetico, ha gettato la spugna per un problema alla pianta del piede. Resta comunque un magnifico torneo quello giocato dal tennista sudcoreano che, a mio parere, entro fine anno sarà tra i primi dieci del ranking mondiale. 

halep
Simona Halep

Halep – Wozniacki. Mentre le semifinali maschili non ci hanno fatto sussultare, quelle femminili sono state di gran lunga più interessanti. Soprattutto la sfida fra Simona Halep e Angelique Kerber, terminata con un 6-3, 4-6, 9-7 in favore della tennista rumena dopo due ore e mezza di battaglia. Le due atlete si sono affrontate a viso aperto, senza esclusione di colpi, dando fondo a tutto il loro repertorio. La Halep si è mostrata molto aggressiva, la Kerber si è difesa e poi ha contrattaccato, sfiorando la vittoria con due match point annullati dalla numero uno del mondo. Nell’altra semifinale la Wozniacki ha domato abbastanza agevolmente la belga Elise Mertens, superandola in due set con il punteggio di 6-3, 7-6. La tennista danese ha avuto soltanto un momento di esitazione nel secondo set, quando sul 5-4 in proprio favore ha commesso diversi errori, permettendo all’avversaria di rientrare in partita e di giocare il tie-break. Anche in questo caso credo che Halep – Wozniacki, rispettivamente numero 1 e numero 2 del mondo, sia la finale più giusta e intrigante. In questa sfida, infatti, la posta in palio è doppia: la prima vittoria in uno Slam, che in bacheca manca a entrambe, e la prima posizione nel ranking.