I cavalieri dell’intelletto: storia del discusso sodalizio tra Manlio Sgalambro e Franco Battiato

Da una parte un filosofo che si muoveva fuori dai classici schemi accademici, esistenzialista, eversivo, fatalista, che aveva pubblicato la sua prima opera, La morte del sole, a 55 anni; dall’altra un cantautore che aveva costruito il suo successo su testi criptici e colmi di citazioni, ma a tratti intrisi di ironia e dissacrazione. In comune la terra di origine, la Sicilia, e qualche amico. Quella tra Manlio Sgalambro e Franco Battiato è stata una delle collaborazioni più prolifiche della musica leggera, ma anche tra le più discusse. Questo sodalizio non convinse parte della critica musicale e tanti fan storici dell’artista, al punto che lo scrittore Aldo Busi una volta definì Sgalambro, in maniera scherzosa, come “la Yoko Ono di Battiato”. Ma anche il filosofo Massimo Cacciari, in occasione della scomparsa di Battiato, ribadì all’Ansa le perplessità su questa collaborazione: “Sgalambro era uno schopenhaueriano, era Schopenhauer. Non credo abbia fatto molto bene questo filone critico e sostanzialmente pessimistico a Battiato […]”. Ad altri, tra cui il sottoscritto, questa simbiosi non dispiacque.

Tutto ebbe inizio dopo il successo dell’album Caffè de la Paix, quando Battiato decise di abbandonare la strada che lo aveva portato fin lì per affidarsi alla penna di Manlio Sgalambro, da quel momento autore della maggior parte dei versi delle sue canzoni. I due si erano conosciuti nel 1993 alla presentazione di un libro di poesie del comune amico Angelo Scandurra. Sgalambro aveva appena pubblicato il saggio Contro la musica, in cui poneva una questione metafisica sull’ascolto della musica. “Quel che vorrei fosse chiaro è che, con la musica, da un certo punto in poi l’Occidente ha trasformato una esperienza dello spirito in un fatto di cultura” scriveva Sgalambro. “Cioè in qualche cosa di amministrabile, di pianificabile, di storicizzabile. Ma lo spirito non si lascia né amministrare né pianificare né storicizzare”. Il filosofo colse l’occasione per regalarne una copia a Battiato, il quale rimase colpito dalla sua scrittura pungente, sovversiva, e decise di coinvolgerlo nella stesura dell’opera dedicata a Federico II di Svevia, Il cavaliere dell’intelletto, che gli era stata commissionata dalla Regione Siciliana. “[…] Mi portò un assegno di 60 milioni per fargli un libretto d’opera: accettai” raccontò Sgalambro nel gennaio 2014 al giornale siciliano FreeTime in quella che poi fu la sua ultima intervista. “Dopo poco gli dissi che, se avesse accettato lui, gli avrei scritto in venti giorni un album completo: così nacque L’ombrello e la macchina da cucire”. Da quel momento prese il via un sodalizio che durò quasi vent’anni e li vide realizzare insieme dischi come L’ombrello e la macchina da cucire, L’imboscata, Gommalacca, Ferro battuto, Dieci stratagemmi e Il vuoto, in cui il filosofo mescolò nichilismo e sarcasmo, fatalismo e lucido cinismo. Il primo fu L’ombrello e la macchina da cucire, che vedeva il volto di Sgalambro in primo piano sulla copertina, quasi a volerne sancire l’ingresso nel mondo di Battiato. Il disco era intriso di riferimenti e citazioni dirette e indirette, dalla scienza alla filosofia. Dai moti particellari di Robert Brown al pensiero di Guglielmo di Occam, passando per l’omaggio al madrigalista Gesualdo da Venosa. Con questo lavoro Battiato chiuse un’epoca, sia perché fu l’ultimo con la EMI sia perché, insieme al filosofo, cominciò a esplorare la realtà sociale e il rapporto tra gli uomini, raccontando l’essere umano calato in un’esistenza non sempre sferzante, motivante, adatta alla sua essenza. E il brano Breve invito a rinviare il suicidio fu il biglietto da visita di questa nuova prospettiva.

Va bene, hai ragione
Se ti vuoi ammazzare
Vivere è un’offesa
Che desta indignazione
Ma per ora rimanda
È solo un breve invito, rinvialo

“Cara amica, scrive Anatol, voi mi chiedete… di rispondervi su una questione sempre urgente come quella del suicidio… Procurerò di rispondervi, brevemente come decenza in queste cose. … Ascoltatemi, trattate i moti dell’animo come i moti dell’intestino. Un giorno bisognerà certo spararsi ma intanto viviamo […]” scriveva anni prima proprio Sgalambro in una sua opera. “Quanto al nostro discorso, sappiamo entrambi che per l’eroe morale esso – il suicidio – è sempre possibile, egli ha sempre aperte le porte del mondo da cui uscire come per una passeggiata. Sorride e tira alla tempia… Vi autorizzo a uccidervi, sì, ma solo in un momento di gioia”. Questo percorso continuò con il coinvolgimento sempre maggiore del filosofo anche nella registrazione dei dischi. L’imboscata, il successivo, si apriva infatti con la voce recitante di Sgalambro che introduceva il brano Di passaggio con alcuni versi di Eraclito, recitati in greco antico, sul tema della canzone, ovvero la fugacità della vita terrena, i veloci mutamenti che riguardano gli umani e il mondo che li circonda. Inutile ribadire che le vette più alte della loro collaborazione le raggiunsero con La cura, brano in cui furono capaci di vestire il sentimento di divino, il pop di straordinaria eleganza. E continuarono ancora per anni, viaggiando tra sperimentazione e divertimento. Come quando nel 2001 registrarono il primo album di Sgalambro, Fun Club, in cui il filosofo rivisitava grandi classici come Cheek to cheek, As time goes by, Moon river, Parlami d’amore Mariù, La mer e La vie en rose, lasciando spazio all’attualità di allora soltanto con la sua versione di Me gustas tu di Manu Chao. Era proprio quest’ultima, cantata spesso da Sgalambro nelle sue sortite sul palco di Battiato, a mandare in visibilio il pubblico. Proprio qualche mese fa Angelo Privitera, storico collaboratore del cantautore, ha ricordato in un’intervista a Rolling Stone la complicità che c’era tra i due: “[…] Sgalambro era geniale, e anche lui molto ironico. Un giorno ci trovavamo in Marocco, a Marrakech, per un concerto, e in giro per la città Sgalambro si stancò. Franco serenamente fermò un tizio col motorino, fece salire il filosofo dietro, come una volta facevano le donne sulle lambrette, per farlo accompagnare in hotel. Manlio non si scompose”.

Nonostante l’intesa umana e artistica, il rapporto tra Battiato e Sgalambro non fu tutto rose e fiori. Insieme dialogarono e si confrontarono tantissimo, ma litigarono anche, via fax, telefono o e-mail per una parola da cambiare, da togliere o da aggiungere, un sinonimo da ricercare. “Con Battiato abbiamo avuto lunghe liti, che duravano parecchio” dichiarò il filosofo sempre nell’intervista a FreeTime. “Poi uno dei due, in genere lui, telefonava e il rapporto riprendeva. Tutti i litigi erano per un rigo da cambiare in una canzone: io non accettavo le esigenze della musica e per lui questo era costoso”. Il loro sodalizio durò fino al 2012, poi decisero di prendere definitivamente strade differenti. Nell’ultimo periodo della sua vita Sgalambro parlò della sua esperienza nella musica come di una distrazione dalla sua attività principale, facendo trasparire anche un po’ di rammarico per averci speso troppo tempo. Battiato, invece, non si espresse mai pubblicamente sulla fine della loro collaborazione. Finché la mattina del 6 marzo 2014, alla soglia dei novant’anni, il cuore del filosofo si fermò improvvisamente mentre era impegnato in faccende domestiche. Se ne andò così, senza preavviso e senza clamore. Raggiunto dall’Ansa per un ricordo, un Battiato affranto non volle rispondere: “Non ho nulla da dire, è una cosa privata, è un dolore personale molto forte”. Il giorno del funerale fu uno dei primi ad arrivare nella chiesa del Crocifisso dei Miracoli, a Catania. Occhiali da sole a proteggere gli occhi lucidi dalla commozione, volto provato, altro non fece che rivendicare il diritto di restare in silenzio per onorare l’amico e sodale volato via, in mondi lontanissimi, in attesa della reincarnazione.

Un premio per “Lucio Dalla. La vita, le canzoni, le passioni”

Non si scrive per i premi ma, quando una giuria decide di assegnarti un riconoscimento, il piacere è immenso e un sano compiacimento ti pervade. E’ ciò che mi è accaduto il 3 novembre 2023, quando la giuria dell’Aracnea Film e Book Festival, evento cinematografico e letterario che si tiene a Castellaneta, in provincia di Taranto, ha assegnato la menzione speciale “Cantanti e cantautori nel cinema” al mio libro Lucio Dalla. La vita, le canzoni, le passioni (Diarkos). Di seguito qualche foto della presentazione del libro al Museo Rodolfo Valentino e qualche immagine della premiazione all’Auditorium.

Syd Barrett, il diamante pazzo che smise di brillare

Su Syd Barrett, il fondatore e primo leader dei Pink Floyd, si è scritto e detto tanto negli ultimi cinquant’anni. Numerosi gli aneddoti sui suoi problemi psichici, tanto che intorno alla sua salute mentale sono nate leggende che hanno spesso messo in ombra il suo pur breve percorso musicale nei Pink Floyd. Una storia, quella di Syd, che è molto più drammatica che romantica, figlia di un profondo disagio. A questo proposito fu proprio David Gilmour a esprimere il suo disappunto al giornalista David Fricke in un’intervista apparsa su Rolling Stone nel 1982: il chitarrista affermava che quella di Barret era «una storia triste, che viene romanzata da persone che non ne sanno nulla. L’hanno resa affascinante, ma non è affatto così». Chi meglio di Gilmour poteva parlarne? Lui che era stato suo compagno di scuola e nel 1968 lo aveva sostituito nelle file dei Pink Floyd, quando ormai la caduta libera di Syd verso la follia era iniziata e la sua inaffidabilità aveva reso la permanenza nel gruppo impossibile da sostenere. I suoi compagni avevano deciso di scaricarlo con un gesto che ebbe poco di epico: semplicemente non lo passarono più a prendere a casa. Per molti era cominciata la leggenda di Barrett, per gli amici più prossimi, invece, era in atto il deterioramento irreversibile della sua condizione psichica. Molti l’avevano attribuito principalmente al consumo di LSD, trascurando l’ipotesi che la sostanza aveva semplicemente accelerato la caduta libera. A questo proposito fu proprio Gilmour a spiegare sempre a David Fricke il tracollo di Syd: «L’esperienza psichedelica può aver agito da catalizzatore. Ma credo che non riuscisse a gestire l’idea del successo e tutte le cose che comportava».

Un’immagine dei Pink Floyd nel periodo di transizione tra l’ingresso di David Gilmour (in alto a sinistra) e l’uscita di Syd Barrett (in alto a destra)

David non lo aveva abbandonato: nonostante Barrett fosse ormai fuori controllo, lui e Roger Waters lo aiutarono a realizzare due album da solista, The Madcap Laughs e Barrett, entrambi usciti nel 1970. Ma mentre il primo lavoro ricevette un buon riscontro dal pubblico e dalla critica, il secondo passò quasi inosservato, certamente anche per colpa di Barrett che non si impegnò minimamente per promuoverlo. La sua mente era ormai piena di ombre, momenti di assenza e di distacco dalla realtà. Nell’autunno del 1971 rilasciò la sua ultima intervista a Mick Rock, per Rolling Stone, nel giardino della casa di famiglia a Cambridge. In quell’occasione fu molto freddo nei confronti dei membri dei Pink Floyd, vecchi e nuovi: «Non ho niente a che fare con loro. A parte il fatto che hanno prodotto i miei dischi, il che è stato molto utile». Fu molto severo poi nel giudicare i suoi lavori da solista: «Ho fatto tre album e due non sono stati molto interessanti. Gli ultimi due sono stati così polverosi. E così inutili. Cosa puoi farci? Mi piacerebbe rimettere le cose a posto». Ma dal resto dell’intervista traspare un sentimento di rinuncia. Quando Rock gli chiese se non sentisse il bisogno di produrre nuovi pezzi, uno sconsolato Barrett lasciò intendere di essere stato scaricato dai discografici: «Lo faccio. Ma non mi è richiesto. Per cui non sento che c’è un motivo per continuare». Ecco perché Syd decise di tornare a Cambridge, rinchiudendosi nel seminterrato di casa di sua madre, nella solitudine più profonda. Prima di tutto si riappropriò del suo nome, tornando a essere Roger Barrett, ragazzo di venticinque anni. Un passo verso le certezze dell’infanzia, con l’abbraccio delle mura domestiche che l’avevano visto crescere e da cui, affacciandosi, poteva ancora scorgere la scuola che aveva frequentato da bambino. A Cambridge trascorreva tante ore a letto, circondato dai suoi quadri, dai dischi, dagli amplificatori e le chitarre che suonava sempre meno. Durante l’intervista si lasciò andare anche a considerazioni legate alla sfera sentimentale, ai suoi amori passati ma anche al proposito di sposarsi e avere dei bambini.

Syd Barrett il 5 giugno 1975

Negli anni che seguirono Barrett tornò a vivere a Londra, ma nel completo anonimato. Uno dei più noti avvistamenti risale al 5 giugno del 1975, quando un uomo sovrappeso e rasato a zero varcò la soglia degli studi dove i Pink Floyd stavano incidendo l’album Wish You Were Here. Quell’uomo irriconoscibile era proprio Syd Barrett. Tutti i componenti della band rimasero di stucco, traumatizzati dalla visione di quel ragazzo di appena 29 anni che sembrava un vecchio. «Scioccante è la parola giusta» raccontò Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd, a proposito di quell’incontro.  «Io stavo lavorando in studio e quando sono entrato nella sala di regia ho trovato questo strano ed enorme ragazzo. Non l’avevo riconosciuto. È dovuto intervenire David che mi ha detto ‘Nick, non sai chi è questo ragazzo? È Syd’. A quel punto lo riconobbi ma non so come spiegare, è stato davvero scioccante».

Nei primi anni Ottanta finì definitivamente il periodo londinese di Barrett e la casa di Cambridge divenne la sua dimora stabile, condivisa con sua madre. Con molta frequenza capitava che i fan si recassero in città sulle tracce del loro beniamino, nonostante la famiglia cercasse sempre di proteggerlo, ricorrendo anche ad appelli pubblici con i quali invitarono i fan e i giornalisti a lasciarlo in pace. Ma proprio alcuni giornalisti uscirono a stanarlo per brevi e fugaci attimi, anche utilizzando stratagemmi poco professionali. Gli ultimi a parlarci, nel 1982, furono due reporter francesi che scrivevano per la rivista Actuel: si presentarono di fronte la casa di Cambridge e, con la scusa di restituirgli un borsone di suoi vestiti ottenuti dall’agente immobiliare che gestiva la casa londinese dove Barrett aveva soggiornato fino a poco tempo prima, suonarono al suo campanello. Syd gli aprì la porta, ma loro non si qualificarono come giornalisti. Gli restituirono i vestiti e lui li ringraziò, non immaginando che quel momento sarebbe rimasto impresso nella storia.

«[…] Ma di cosa ti occupi adesso? Dipingi?» aveva approfittato per chiedergli uno dei due reporter.

«No, ho avuto un’operazione di recente, ma niente di grave. Volevo tornare là. Ma devo aspettare. Poi c’è anche uno sciopero dei treni» aveva risposto Syd, manifestando il proposito di tornare a Londra, ostacolato da uno sciopero dei treni, che però era terminato ormai da circa due settimane, come gli fece notare uno dei reporter francesi.

«Cosa fai nella tua casa di Londra? Suoni la chitarra?» aveva continuato a incalzarlo il giornalista.

«No, no, guardo la tv, tutto lì» aveva detto Syd con ingenuo candore.

«E non hai più voglia di suonare?» aveva insistito il giornalista.

«No. Non proprio. Non ho tempo per fare molte cose ora. E poi devo trovarmi un altro appartamento a Londra. Non è facile. Dovrò aspettare. Sai, non pensavo che avrei riavuto questi vestiti indietro. Non riuscivo a scrivere. E non riuscivo a decidermi ad andare a recuperarli. Prendere il treno e tutta quella roba. Già. Non ho neppure scritto a quelle persone. Mamma mi ha detto che li avrebbe chiamati dal suo ufficio. Comunque, grazie». Dalla risposta di Barrett emergeva una certa confusione. Poi il giornalista aveva continuato a fargli domande, portandogli anche i saluti dei suoi amici londinesi, ma Syd, dopo avergli concesso di scattare una foto insieme, non ne volle più sapere di chiacchierare. Si salutarono con il proposito di rivedersi a Londra, ma Barrett non sarebbe più tornato a vivere nella capitale del Regno Unito. Rimase infatti nella casa di Cambridge anche dopo la morte della madre.

Cambridge, 1982, Syd Barrett (a destra) con uno dei reporter francesi

A fungere da punto di contatto con la realtà fu la sorella Rosemary. Il suo passato musicale lo volle rimuovere: pare che ne parlasse con fastidio e addirittura preferiva che nessuno glielo rammentasse. Fino all’ultimo giorno della sua vita continuò a percepire le royalties dei brani scritti con i Pink Floyd, i cui membri si accertarono sempre che gli arrivasse il denaro che gli spettava. Sulla sua morte si sa poco: si spense nella sua casa di Cambridge a 60 anni, il 7 luglio del 2006, pare che fosse stato colpito da un tumore al pancreas e soffrisse anche di diabete di tipo 2. Il suo funerale si tenne il 18 luglio 2006 al Cambridge Crematorium e nessun membro dei Pink Floyd presenziò al rito di saluto. Nei giorni seguenti i media locali diffusero la notizia che Barrett aveva lasciato a fratelli e sorelle un’eredità che superava il milione e mezzo di sterline, la maggior parte accumulate grazie alle royalties derivanti dalle raccolte, studio e live, di brani dei Pink Floyd pubblicate nel corso degli anni che includevano anche brani a sua firma. Subito dopo la morte, gli oggetti che gli appartenevano vennero messi all’asta, biciclette, dipinti, chitarre, e il ricavato fu devoluto in beneficienza. 

Nel novembre del 2006 venne messa in vendita anche la sua casa di Cambridge, destando immediato interesse tra i fan, molti dei quali si finsero potenziali acquirenti solo per andarla a visitare. «A Roger piaceva molto la pace e la tranquillità della casa, sentire i bambini che giocavano in strada. Gli piaceva andare in bicicletta a fare la spesa» dichiarò sua sorella Rosemary, come riportato da Rockol. «Nella stanza che dava sulla strada disegnava e dipingeva, in quella sul retro si rilassava e ascoltava jazz». L’abitazione venne poi acquistata da una coppia francese, del tutto ignara di vivere nelle stanze del “diamante pazzo” dei Pink Floyd che troppo presto aveva smesso di brillare.

Zephyros, il vento di primavera soffia al Museo di Pietrarsa

Al Museo Ferroviario di Pietrarsa il 19 marzo arriva “Zephyros- Il soffio dell’anima”, una serata di musica, arte e cultura sul Golfo di Napoli organizzata dalla Fondazione FS Italiane. Un’ottima occasione per accogliere la primavera e l’arrivo di giorni più miti. A introdurci nella nuova stagione sarà il Maestro Ivana D’Addona che eseguirà al pianoforte brani tratti da colonne sonore di famosi film e sue composizioni originali. Nella performance, che si terrà nella sala delle locomotive, sarà accompagnata da Fabiana Sirigu al violino, Mauro Fagiani al violoncello, Paolo Di Lorenzo alla viola e Marco Gaudino al flauto. La serata sarà aperta dal coro polifonico Libentia Cantus, diretto dal Maestro Carlo Intoccia.

In scaletta anche letture sul tema interpretate dall’attore Antonio Gargiulo. Una di queste sarà un mio testo inedito scritto appositamente per questo appuntamento.

I biglietti sono acquistabili direttamente presso gli sportelli all’ingresso del Museo o sul sito http://www.azzurroservice.nt

John Deacon, anima fragile dei Queen

Il 24 novembre 1991, a circa 24 ore dal rilascio di un sofferto comunicato stampa con il quale annunciava di aver contratto l’AIDS, Freddie Mercury, il carismatico leader dei Queen, abbandonava questo mondo, entrando ufficialmente nella storia e nel mito. Come sappiamo, la sua scomparsa gettò nello sconforto milioni di fan, ma anche tante persone a lui vicine che, nonostante fossero a conoscenza delle sue precarie condizioni di salute, furono travolte dalla tragedia della sua prematura scomparsa. Una di queste fu certamente John Deacon, l’estroso e fragile bassista dei Queen. Da sempre schivo e di poche parole, Deacon rappresentava, insieme al batterista Roger Taylor, il motore della band, la solida base ritmica su cui poggiavano le chitarre di Brian May e la voce unica di Mercury. Memorabili i suo giri di basso in brani come Under Pressure, Crazy Little Thing Called Love, A Kind of Magic, Another One Bites the Dust, The Invisible Man e tanti altri. Quel 24 novembre, però, si spense la luce creativa di Deacon, probabilmente appena prese coscienza che Freddie non sarebbe stato più con loro. Da lì cominciarono i suoi tormenti e le domande che lo condussero ad abbandonare definitivamente i Queen nel 1997.

John Deacon e Freddie Mercury

In quei sei anni le sue apparizioni pubbliche con la band si possono contare sulle dita di una mano. La prima risale al 20 aprile 1992, in occasione dello storico concerto-tributo a Mercury che si tenne a Londra allo stadio di Wembley. Un evento entrato nella storia, che fu trasmesso in mondovisione e venne seguito da oltre un miliardo di persone, e di cui anche il bassista fu protagonista attivo. L’anno successivo Deacon partecipò a un appuntamento benefico promosso da Roger Taylor nel Sussex, poi insieme ai suoi compagni cominciò a lavorare su alcune parti vocali che Freddie aveva registrato negli anni che precedettero la sua morte, cercando di costruire arrangiamenti credibili e all’altezza dei loro precedenti lavori. Il risultato fu Made In Heaven, uscito nel 1995, un disco che non aggiunse nulla alla leggenda dei Queen. E probabilmente anche Deacon se ne accorse. Registrò così No-One But You (Only The Good Die Young), primo brano inedito composto dai Queen senza Freddie, e fece la sua ultima apparizione dal vivo con la band il 17 gennaio 1997, quando il gruppo partecipó alla cerimonia di apertura del Bejart Ballet al Teathre de Challot di Parigi, eseguendo The Show Must Go On con Elton John alla voce. “Non suonavamo insieme da anni, dovevamo fare un solo pezzo in un contesto per noi diverso e non avevamo un cantante. Ci siamo decisi a farlo quando abbiamo ricevuto un messaggio di Elton: facciamolo” ha raccontato Roger Taylor a proposito di quella serata, come riportato dal sito di Virgin Radio. Sulla performance musicale di Deacon nulla da ridire, ma sul palco appariva distante, ormai lontano da quel mondo.

“Il nostro amico John era lì con noi, ma in realtà non c’era” raccontò Brian May. “Tutto in lui quella sera trasmetteva un senso di disagio. È stata l’ultima volta che abbiamo suonato con lui in pubblico”. Proprio a May quella sera confidò di non riuscire più a esibirsi davanti al pubblico. Così decise di uscire di scena, abbandonando definitivamente i suoi compagni di musica.

May, Taylor e Deacon

Quando nel 2001 i Queen vennero introdotti nel Rock and Roll Hall of Fame, Deacon rifiutò di partecipare alla cerimonia. Tempo dopo, nel corso di un’intervista, Taylor dichiarò di non avere contatti con lui dal 2004. Pare che non abbia mai visto di buon occhio ciò che i Queen hanno realizzato in questi anni, dalla collaborazione con Robbie Williams al sodalizio con Adam Lambert

Di recente i suoi colleghi hanno cercato di trascinarlo nel progetto del film Bohemian Rhapsody, senza riuscirci. “John non vuole essere coinvolto” dichiarò Brian May a Rolling Stone. “Ha la sua dimensione e noi la rispettiamo. È un peccato, perché noi avremmo voluto averlo intorno ma lui non vuole più stare in quell’arena… semplicemente non vuole continuare a percorrere quelle strade”. Nella stessa intervista May dichiarava di sentire la mancanza di Deacon, sia a livello umano sia come musicista, “perché non c’è nessuno come John su quelle quattro corde”, confidando di aver saputo da persone a lui vicine che il bassista aveva letto la sceneggiatura e l’aveva approvata. Negli ultimi anni, infatti, i rapporti diretti tra Deacon e i suoi due colleghi sono praticamente inesistenti, se non per i comuni interessi finanziari legati ai Queen e all’utilizzo del nome.

John Deacon in una recente immagine

Pare che oggi John viva a Putney, un sobborgo di Londra, insieme a sua moglie. La coppia ha sei figli e conduce una vita molto riservata, lontano dalla musica e dai clamori dello show business. Ogni tanto viene avvistato in strada che passeggia come un settantenne qualunque, con la sigaretta tra le labbra e lo sguardo pensieroso. Ormai sono lontani i tempi del boato assordante del pubblico di Wembley che urlava il nome dei Queen. Gli restano soltanto i ricordi, le immagini e i suoni di una storia leggendaria. E penso che lui sia felice così.

Charles Aznavour e il legame indissolubile con il popolo armeno

Charles Aznavour, all’anagrafe Chahnourh Varinag Aznavourian, non ha bisogno di presentazioni. Nella sua lunghissima carriera, durata più di settant’anni, il cantautore francese ha venduto oltre trecento milioni di dischi e ha cantato in novantaquattro paesi. Ha inciso più di 1200 canzoni in sette lingue diverse, tra cui l’italiano, senza contare tutti i brani che ha firmato per altri artisti. E ciò basterebbe a far di lui un cittadino del mondo, senza una nazionalità precisa. Eppure Charles, che è scomparso nel 2018 dopo 94 anni di intensa vita, ci ha sempre tenuto a sottolineare le sue origini armene. “Io sono armeno al cento per cento e sono francese al cento per cento” dichiarò qualche anno fa al quotidiano L’Avvenire. “Ho due culture, quella del cuore e dell’anima è armena, quella della scuola e del sapere è francese. Non mischio mai le due, ognuna resta un cento per cento”. Eproprio per il popolo armeno Aznavour ha fatto tanto, arrivando a spendere il suo denaro per salvarli dalla guerra e dalla persecuzione. Questo suo impegno è passato per anni in secondo piano, rimanendo spesso sconosciuto ai più. Qui racconto l’origine e l’evoluzione di un amore indissolubile.

Per scoprire le radici di questa attività umanitaria bisogna partire dal massacro e dalla deportazione dei cristiani armeni avvenuta a opera dei turchi tra il 1915 e 1916, come reazione alle sconfitte subite durante la prima guerra mondiale dall’esercito russo, in cui militavano anche gruppi di volontari armeni. Gli storici stimano che le vittime di quel genocidio furono certamente più di un milione. Altrettanti gli armeni deportati o fuggiti in altre parti del mondo in cerca della salvezza. Tra questi il padre e la madre di Charles, che trovarono riparo a Parigi dove, nel giro di poco tempo, riuscirono a raggiungere una nuova stabilità. Così qualche anno dopo, nel 1924, proprio nella capitale francese nacque quello che sarebbe diventato uno dei più grandi chansonnier d’oltralpe, che crebbe acquisendo la cultura francese, ma portando nel cuore sempre il popolo armeno, anche grazie ai racconti dei suoi genitori e al loro esempio. Durante la Seconda guerra mondiale infatti, nella Parigi occupata dai nazisti, la famiglia Aznavourian diede rifugio a undici ebrei nelle tre stanze che componevano la loro casa, salvandoli dalla deportazione.

Raggiunto il successo, appena ne ebbe la possibilità e quando ce ne fu bisogno, Charles si schierò al fianco del popolo armeno. Il primo grande contributo di Aznavour risale al 1988, quando un violento terremoto sconvolse la Repubblica Sovietica d’Armenia, in quegli anni ancora sotto il controllo russo, provocando oltre 25.000 morti e la distruzione di intere città. L’URSS si stava ormai sgretolando e, per affrontare le conseguenze catastrofiche del sisma, Mikhail Gorbaciov fu costretto a chiedere aiuto agli Stati Uniti. Charles decise di impegnarsi in prima persona per la ricostruzione del paese in cui affondavano le proprie radici. Decise così di incidere in francese il brano Pour toi Armenie, invitando novanta colleghi a pubblicarlo in altrettante lingue e stati. Il ricavato di questa iniziativa servì alla ricostruzione delle città armene. Ma il contributo di Aznavour non si fermò qui. Qualche anno più tardi fece un gesto ancora più grande.

L’URSS si era ormai dissolta, quando nei primi anni Novanta si scatenò un duro conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la presenza di una piccola enclave in territorio azero chiamato Nagorno Karabakh. Si riaffacciò così l’incubo della guerra, della violenza, del genocidio. Questa volta Aznavour diede il proprio contributo nel silenzio, agendo dietro le quinte: organizzò a proprie spese un ponte aereo privato per portare migliaia di armeni in occidente. E questo enorme gesto gli fece guadagnare un posto speciale nel cuore della gente. Il governo armeno lo nominò suo rappresentante presso l’Unesco e poi ambasciatore in Svizzera. Divenne una sorta di eroe nazionale a cui vennero intitolate piazze e assegnati continui riconoscimenti. E lui non smise mai di contraccambiare questo amore: appena un anno prima della sua morte dichiarò a La Repubblica di avere in cantiere ancora progetti per l’Armenia: “Venti giorni fa a Erevan il governo armeno mi ha consegnato le chiavi del Museo Aznavour, ancora tutto da fare. E io, insieme a mio figlio Nicholas, ho annunciato la creazione della Aznavour Foundation, attraverso la quale continuerò ad aiutare il popolo armeno e aprirò la Charles Aznavour House. Non sarà soltanto un museo, ma anche luogo di spettacolo e cultura”. Sì, perché, oltre a salvare vite umane, Charles contribuì a diffondere attraverso le sue canzoni anche la musica e la cultura armena. L’ennesimo atto di amore nei confronti di un popolo che ancora oggi continua ad amarlo e a ricordarlo con affetto smisurato.

John Lennon, una leggenda ancora intatta

Yoko e John di fronte al Dakota Building

Sono trascorsi 41 anni da quel maledetto 8 dicembre 1980, quando Mark David Chapman mise fine alla vita di John Lennon. Erano circa le 22.50 e l’ex Beatles stava rientrando nel suo appartamento di Manhattan, al Dakota Building, insieme a sua moglie Yoko Ono. John venne raggiunto da quattro colpi alla schiena sparati dalla calibro 38 di Chapman, lo stesso uomo che poche ore prima gli aveva chiesto un autografo, sempre lì, di fronte all’ingresso dell’edificio in cui risiedeva Lennon. Uno di quei colpi gli perforò l’aorta, rendendo vana la corsa al Roosevelt Hospital, dove venne dichiarato morto alle 23.15. Da quel giorno il Dakota Building è diventato una sorta di luogo di culto per i fan di John e dei Beatles, tra il disappunto dei residenti che non hanno mai gradito il pellegrinaggio continuo di fronte a quel cancello. Trovandosi a pochi metri da uno degli ingressi di Central Park, negli anni si è pensato di costruire un mosaico commemorativo proprio lì, nel parco, anche per dissuadere i fan dall’affacciarsi all’ingresso del Dakota. Ma ciò è servito a poco. E ve lo posso raccontare con cognizione di causa.

Sì, perché nel 2012 io e la mia compagna eravamo a Manhattan, e da bravi turisti visitammo Central Park. Arrivati al mosaico che ricordava Lennon non resistemmo: uscimmo dal parco, attraversammo la 72esima strada e, in maniera discreta, ci avviciniammo all’entrata del Dakota Building. Ci accolse un elegantissimo portiere che, con estrema gentilezza, ci informó che non potevamo sostare di fronte all’ingresso del palazzo. Ci scusammo, ma prima di allontanarci gli facemmo la fatidica domanda: “Did John Lennon live here?” La sua risposta fu: “Yes, Mr. Lennon lived here”. Quel suo atteggiamento formale, il fatto che lo chiamasse Mr. Lennon, come se fosse ancora un qualsiasi abitante di quel grande e sontuoso edificio al centro di Manhattan, ci lasció di stucco e ci mise i brividi. Per un attimo ci sembró di aver sfiorato la storia.

Cercammo di estorcergli qualche altra informazione, ma si limitó a dirci che Mrs. Lennon (Yoko Ono) si vedeva spesso, ma non risiedeva più lì in maniera stabile. A noi bastava di sapere che fosse ancora casa loro, la casa di John, quella in cui aveva scritto Beautiful boy mentre accudiva il piccolo Sean.

Negli ultimi anni, da quando le sue condizioni di salute sono peggiorate, pare che Yoko Ono sia tornata a vivere stabilmente nell’appartamento del Dakota. Anzi, a quanto riportano i giornali, lo lascia raramente e appena per qualche ora, giusto il tempo di una passeggiata o per partecipare a un evento speciale. Si muove soltanto su una sedia a rotelle e viene accudita 24 ore su 24 da persone fidate.

Umberto Bindi e la ‘colpa’ di essere omosessuale

Umberto Bindi

Oggi voglio raccontare la storia di un cantautore italiano che ha scritto canzoni di una bellezza disarmante. Un artista raffinato e preparato, che però, per motivi che esulavano dalla sua arte, fu vittima di un progressivo ostracismo che si protrasse fino al termine della sua esistenza. Sto parlando di Umberto Bindi, autore e interprete di canzoni come Arrivederci, Il nostro concerto, scritte insieme al paroliere Giorgio Calabrese. Originario di Bogliasco, dove nacque nel 1932, Bindi crebbe musicalmente nella Genova degli anni Quaranta e Cinquanta. “[…]Avevo uno zio che studiava da tenore e un nonno che suonava pianoforte, spesso Chopin e le trascrizioni delle opere liriche come La cavalleria rusticana o II Rigoletto” raccontò il cantautore a Claudio Scarpa in un’intervista rilasciata nel 1995. “Cominciai così ad appassionarmi a un certo tipo di musica, che poi ho amato per tutta la vita. Mi accompagnarono ad ascoltare la Madama Butterfly al Teatro Paganini di Genova[…]; ti dirò che, sarà stato il soggetto, cioè la madre; io avevo solo la mia mamma che adoravo; vedere il sacrificio di questa donna che esegue il ‘Harakiri’ mi coinvolse ancora di più; alla fine dell’atto non ti dico i pianti. Così iniziai ad ascoltare musica e a studiarla al conservatorio”. Ben presto cominciò a muovere i primi passi nel mondo della musica leggera, diventando uno degli esponenti di spicco della cosiddetta ‘scuola genovese’ insieme a cantautori come Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Luigi Tenco.

Fu a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta che, con le proprie canzoni, Bindi conquistò il pubblico e la critica. Il suo primo successo arrivò nel 1959 con Arrivederci, incisa anche da Marino Barreto Jr. e dal trombettista Chet Baker, seguito dopo circa due anni dal suo capolavoro, Il nostro concerto. “Mi trovavo a Faenza in un teatro bellissimo del ‘700 e non c’era nessuno” raccontò ancora a Claudio Scarpa sulla genesi di questa canzone. “Ti dirò: l’odore del ‘vecchio’, inteso come antiquariato, questi tendoni un po’ sbiaditi, sentii una sensazione quasi mistica; dovevo fare delle prove per ‘La sei giorni della canzone’ e per l’occasione presentare una canzone nuova, abbastanza importante dopo i successi di Arrivederci e E’ vero. Erano le quattro del pomeriggio e non c’era nessuno, mi sono seduto al pianoforte e la canzone mi venne diretta, in maniera del tutto spontanea. Non appena vidi Calabrese gli dissi dell’idea di queste due persone che s’erano conosciute a un concerto, del loro ritrovarsi. Nacque così Il nostro concerto, tutto qui”. L’ascesa di Bindi proseguì inesorabile con la partecipazione Festival di Sanremo del 1961 con Non mi dire chi sei e la pubblicazione de Il mio mondo, brano che conobbe il successo internazionale grazie alla versione inglese della cantante Cilla Black, pupilla dei Beatles, che la portò al primo posto in classifica nel Regno Unito, mantenendo il primato per quattordici settimane. Nello stesso periodo decise di inciderla anche il cantautore francese Richard Anthony, che la lanciò in vetta alle classifiche in Francia e in Belgio. Il mio mondo sarà ripreso anche da altri artisti nel corso degli anni Settanta, ma ciò non basterà a impedire il lento e progressivo isolamento di Bindi dalle scene che contano, dai palchi importanti.

Questa discesa negli inferi cominciò proprio nei primi anni Sessanta con l’arrivo del successo. Bindi non dichiarò apertamente di essere omosessuale, ma non si sforzò nemmeno troppo di nasconderlo. “Preferisco essere impopolare, però essere sincero. Devo dirti che sono intervenuti dei fatti privati che in sostanza hanno disturbato alla grande o addirittura hanno distrutto il personaggio che si era creato” raccontò ancora a Claudio Scarpa nel 1995 a proposito dell’ostracismo che ci fu nei suoi confronti negli anni Sessanta. “Non ero il solo a non essere ‘immacolato’, però non andavo con la prassi ‘normale’, anche se ho cercato sempre di nasconderlo, con il dubbio che mi assillava perenne: si deve fare o non lo si deve far vedere. Non ho mai capito se la sincerità poteva vincere. […]Ho sofferto moltissimo e mi sono ‘chiuso’. Allora succedeva di passare per antipatico o come poco socievole. Il mio dramma era ‘uscire’ dalle quinte per andare in palcoscenico e sentire il solito che si lasciava andare a frasi poco garbate o addirittura pesantemente offensive”. Questa situazione lo portò a non pubblicare dischi per circa dieci anni, dedicandosi quasi totalmente alla carriera di autore. Nel 1967 firmò La musica è finita, brano scritto insieme a Franco Califano e a Nisa, portato al successo da Ornella Vanoni. E poi pezzi per altri interpreti italiani, ma di lui cominciarono a perdersi le tracce. Basti pensare che nei due decenni che seguirono pubblicò appena quattro album. A ripescarlo dall’anonimato in cui era piombato fu Renato Zero a metà degli anni Novanta. Il cantautore romano ascoltò i brani che Bindi aveva nel cassetto e lo convinse a pubblicare un nuovo disco. Uscì così nel 1996 l’album Di coraggio non si muore, che fu introdotto al grande pubblico dal brano Letti, presentato da Umberto Bindi al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls. L’ultimo e isolato acuto di una carriera sfortunata.

Bindi ripiombò nel silenzio e nella solitudine. Finché un giorno cominciarono ad affacciarsi anche gravi problemi di salute che andarono ad aggiungersi alle difficoltà economiche che si erano affacciate nella sua vita negli ultimi anni. Alcuni colleghi avevano diramato un appello affinché al cantautore fossero riconosciuti i benefici della legge Bacchelli, che prevedeva un sussidio per gli artisti in difficoltà. Gli furono concessi l’11 aprile 2002. In quell’occasione il cantautore rilasciò una dichiarazione in cui manifestava la sua gratitudine per la grande solidarietà da parte di molte persone, ma anche l’amarezza per non essere stato mai pienamente capito. “Non me l’aspettavo” aveva dichiarato Bindi dopo il riconoscimento della Bacchelli, come riportato dall’Adnkronos. “Sono tanto contento e lusingato specialmente per la dimostrazione di affetto delle tante persone che mi sono state vicine. Mi spiace solo di essere stato di peso e un po’ mi spiace anche perché avrei voluto che in questi anni mi fossero stati tutti un po’ più vicini e avessero capito quel che stavo facendo, invece di aspettare questa circostanza per riaccendere i riflettori su di me. Avrei preferito non ci fosse stato bisogno di stare così male perché tutti si preoccupassero così tanto e tutti insieme. Ci sono stati altri momenti in cui credo di aver mandato dei messaggi e non sono stati accolti. Per vent’anni ho prodotto e provato a far ascoltare, facendo capire che ero vivo, e per venti anni mi è stato fatto capire che avevo già dato e che potevo essere soltanto l’antologia di me stesso”. Bindi non ebbe nemmeno il tempo di usufruire di quel contributo. Il 23 maggio 2002 morì all’Ospedale Spallanzani di Roma, dopo quattro giorni di ricovero, per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Dopo quel giorno ricadde nuovamente su di lui il silenzio, rotto soltanto da qualche pianto isolato.