Un premio per “Lucio Dalla. La vita, le canzoni, le passioni”

Non si scrive per i premi ma, quando una giuria decide di assegnarti un riconoscimento, il piacere è immenso e un sano compiacimento ti pervade. E’ ciò che mi è accaduto il 3 novembre 2023, quando la giuria dell’Aracnea Film e Book Festival, evento cinematografico e letterario che si tiene a Castellaneta, in provincia di Taranto, ha assegnato la menzione speciale “Cantanti e cantautori nel cinema” al mio libro Lucio Dalla. La vita, le canzoni, le passioni (Diarkos). Di seguito qualche foto della presentazione del libro al Museo Rodolfo Valentino e qualche immagine della premiazione all’Auditorium.

Syd Barrett, il diamante pazzo che smise di brillare

Su Syd Barrett, il fondatore e primo leader dei Pink Floyd, si è scritto e detto tanto negli ultimi cinquant’anni. Numerosi gli aneddoti sui suoi problemi psichici, tanto che intorno alla sua salute mentale sono nate leggende che hanno spesso messo in ombra il suo pur breve percorso musicale nei Pink Floyd. Una storia, quella di Syd, che è molto più drammatica che romantica, figlia di un profondo disagio. A questo proposito fu proprio David Gilmour a esprimere il suo disappunto al giornalista David Fricke in un’intervista apparsa su Rolling Stone nel 1982: il chitarrista affermava che quella di Barret era «una storia triste, che viene romanzata da persone che non ne sanno nulla. L’hanno resa affascinante, ma non è affatto così». Chi meglio di Gilmour poteva parlarne? Lui che era stato suo compagno di scuola e nel 1968 lo aveva sostituito nelle file dei Pink Floyd, quando ormai la caduta libera di Syd verso la follia era iniziata e la sua inaffidabilità aveva reso la permanenza nel gruppo impossibile da sostenere. I suoi compagni avevano deciso di scaricarlo con un gesto che ebbe poco di epico: semplicemente non lo passarono più a prendere a casa. Per molti era cominciata la leggenda di Barrett, per gli amici più prossimi, invece, era in atto il deterioramento irreversibile della sua condizione psichica. Molti l’avevano attribuito principalmente al consumo di LSD, trascurando l’ipotesi che la sostanza aveva semplicemente accelerato la caduta libera. A questo proposito fu proprio Gilmour a spiegare sempre a David Fricke il tracollo di Syd: «L’esperienza psichedelica può aver agito da catalizzatore. Ma credo che non riuscisse a gestire l’idea del successo e tutte le cose che comportava».

Un’immagine dei Pink Floyd nel periodo di transizione tra l’ingresso di David Gilmour (in alto a sinistra) e l’uscita di Syd Barrett (in alto a destra)

David non lo aveva abbandonato: nonostante Barrett fosse ormai fuori controllo, lui e Roger Waters lo aiutarono a realizzare due album da solista, The Madcap Laughs e Barrett, entrambi usciti nel 1970. Ma mentre il primo lavoro ricevette un buon riscontro dal pubblico e dalla critica, il secondo passò quasi inosservato, certamente anche per colpa di Barrett che non si impegnò minimamente per promuoverlo. La sua mente era ormai piena di ombre, momenti di assenza e di distacco dalla realtà. Nell’autunno del 1971 rilasciò la sua ultima intervista a Mick Rock, per Rolling Stone, nel giardino della casa di famiglia a Cambridge. In quell’occasione fu molto freddo nei confronti dei membri dei Pink Floyd, vecchi e nuovi: «Non ho niente a che fare con loro. A parte il fatto che hanno prodotto i miei dischi, il che è stato molto utile». Fu molto severo poi nel giudicare i suoi lavori da solista: «Ho fatto tre album e due non sono stati molto interessanti. Gli ultimi due sono stati così polverosi. E così inutili. Cosa puoi farci? Mi piacerebbe rimettere le cose a posto». Ma dal resto dell’intervista traspare un sentimento di rinuncia. Quando Rock gli chiese se non sentisse il bisogno di produrre nuovi pezzi, uno sconsolato Barrett lasciò intendere di essere stato scaricato dai discografici: «Lo faccio. Ma non mi è richiesto. Per cui non sento che c’è un motivo per continuare». Ecco perché Syd decise di tornare a Cambridge, rinchiudendosi nel seminterrato di casa di sua madre, nella solitudine più profonda. Prima di tutto si riappropriò del suo nome, tornando a essere Roger Barrett, ragazzo di venticinque anni. Un passo verso le certezze dell’infanzia, con l’abbraccio delle mura domestiche che l’avevano visto crescere e da cui, affacciandosi, poteva ancora scorgere la scuola che aveva frequentato da bambino. A Cambridge trascorreva tante ore a letto, circondato dai suoi quadri, dai dischi, dagli amplificatori e le chitarre che suonava sempre meno. Durante l’intervista si lasciò andare anche a considerazioni legate alla sfera sentimentale, ai suoi amori passati ma anche al proposito di sposarsi e avere dei bambini.

Syd Barrett il 5 giugno 1975

Negli anni che seguirono Barrett tornò a vivere a Londra, ma nel completo anonimato. Uno dei più noti avvistamenti risale al 5 giugno del 1975, quando un uomo sovrappeso e rasato a zero varcò la soglia degli studi dove i Pink Floyd stavano incidendo l’album Wish You Were Here. Quell’uomo irriconoscibile era proprio Syd Barrett. Tutti i componenti della band rimasero di stucco, traumatizzati dalla visione di quel ragazzo di appena 29 anni che sembrava un vecchio. «Scioccante è la parola giusta» raccontò Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd, a proposito di quell’incontro.  «Io stavo lavorando in studio e quando sono entrato nella sala di regia ho trovato questo strano ed enorme ragazzo. Non l’avevo riconosciuto. È dovuto intervenire David che mi ha detto ‘Nick, non sai chi è questo ragazzo? È Syd’. A quel punto lo riconobbi ma non so come spiegare, è stato davvero scioccante».

Nei primi anni Ottanta finì definitivamente il periodo londinese di Barrett e la casa di Cambridge divenne la sua dimora stabile, condivisa con sua madre. Con molta frequenza capitava che i fan si recassero in città sulle tracce del loro beniamino, nonostante la famiglia cercasse sempre di proteggerlo, ricorrendo anche ad appelli pubblici con i quali invitarono i fan e i giornalisti a lasciarlo in pace. Ma proprio alcuni giornalisti uscirono a stanarlo per brevi e fugaci attimi, anche utilizzando stratagemmi poco professionali. Gli ultimi a parlarci, nel 1982, furono due reporter francesi che scrivevano per la rivista Actuel: si presentarono di fronte la casa di Cambridge e, con la scusa di restituirgli un borsone di suoi vestiti ottenuti dall’agente immobiliare che gestiva la casa londinese dove Barrett aveva soggiornato fino a poco tempo prima, suonarono al suo campanello. Syd gli aprì la porta, ma loro non si qualificarono come giornalisti. Gli restituirono i vestiti e lui li ringraziò, non immaginando che quel momento sarebbe rimasto impresso nella storia.

«[…] Ma di cosa ti occupi adesso? Dipingi?» aveva approfittato per chiedergli uno dei due reporter.

«No, ho avuto un’operazione di recente, ma niente di grave. Volevo tornare là. Ma devo aspettare. Poi c’è anche uno sciopero dei treni» aveva risposto Syd, manifestando il proposito di tornare a Londra, ostacolato da uno sciopero dei treni, che però era terminato ormai da circa due settimane, come gli fece notare uno dei reporter francesi.

«Cosa fai nella tua casa di Londra? Suoni la chitarra?» aveva continuato a incalzarlo il giornalista.

«No, no, guardo la tv, tutto lì» aveva detto Syd con ingenuo candore.

«E non hai più voglia di suonare?» aveva insistito il giornalista.

«No. Non proprio. Non ho tempo per fare molte cose ora. E poi devo trovarmi un altro appartamento a Londra. Non è facile. Dovrò aspettare. Sai, non pensavo che avrei riavuto questi vestiti indietro. Non riuscivo a scrivere. E non riuscivo a decidermi ad andare a recuperarli. Prendere il treno e tutta quella roba. Già. Non ho neppure scritto a quelle persone. Mamma mi ha detto che li avrebbe chiamati dal suo ufficio. Comunque, grazie». Dalla risposta di Barrett emergeva una certa confusione. Poi il giornalista aveva continuato a fargli domande, portandogli anche i saluti dei suoi amici londinesi, ma Syd, dopo avergli concesso di scattare una foto insieme, non ne volle più sapere di chiacchierare. Si salutarono con il proposito di rivedersi a Londra, ma Barrett non sarebbe più tornato a vivere nella capitale del Regno Unito. Rimase infatti nella casa di Cambridge anche dopo la morte della madre.

Cambridge, 1982, Syd Barrett (a destra) con uno dei reporter francesi

A fungere da punto di contatto con la realtà fu la sorella Rosemary. Il suo passato musicale lo volle rimuovere: pare che ne parlasse con fastidio e addirittura preferiva che nessuno glielo rammentasse. Fino all’ultimo giorno della sua vita continuò a percepire le royalties dei brani scritti con i Pink Floyd, i cui membri si accertarono sempre che gli arrivasse il denaro che gli spettava. Sulla sua morte si sa poco: si spense nella sua casa di Cambridge a 60 anni, il 7 luglio del 2006, pare che fosse stato colpito da un tumore al pancreas e soffrisse anche di diabete di tipo 2. Il suo funerale si tenne il 18 luglio 2006 al Cambridge Crematorium e nessun membro dei Pink Floyd presenziò al rito di saluto. Nei giorni seguenti i media locali diffusero la notizia che Barrett aveva lasciato a fratelli e sorelle un’eredità che superava il milione e mezzo di sterline, la maggior parte accumulate grazie alle royalties derivanti dalle raccolte, studio e live, di brani dei Pink Floyd pubblicate nel corso degli anni che includevano anche brani a sua firma. Subito dopo la morte, gli oggetti che gli appartenevano vennero messi all’asta, biciclette, dipinti, chitarre, e il ricavato fu devoluto in beneficienza. 

Nel novembre del 2006 venne messa in vendita anche la sua casa di Cambridge, destando immediato interesse tra i fan, molti dei quali si finsero potenziali acquirenti solo per andarla a visitare. «A Roger piaceva molto la pace e la tranquillità della casa, sentire i bambini che giocavano in strada. Gli piaceva andare in bicicletta a fare la spesa» dichiarò sua sorella Rosemary, come riportato da Rockol. «Nella stanza che dava sulla strada disegnava e dipingeva, in quella sul retro si rilassava e ascoltava jazz». L’abitazione venne poi acquistata da una coppia francese, del tutto ignara di vivere nelle stanze del “diamante pazzo” dei Pink Floyd che troppo presto aveva smesso di brillare.

Zephyros, il vento di primavera soffia al Museo di Pietrarsa

Al Museo Ferroviario di Pietrarsa il 19 marzo arriva “Zephyros- Il soffio dell’anima”, una serata di musica, arte e cultura sul Golfo di Napoli organizzata dalla Fondazione FS Italiane. Un’ottima occasione per accogliere la primavera e l’arrivo di giorni più miti. A introdurci nella nuova stagione sarà il Maestro Ivana D’Addona che eseguirà al pianoforte brani tratti da colonne sonore di famosi film e sue composizioni originali. Nella performance, che si terrà nella sala delle locomotive, sarà accompagnata da Fabiana Sirigu al violino, Mauro Fagiani al violoncello, Paolo Di Lorenzo alla viola e Marco Gaudino al flauto. La serata sarà aperta dal coro polifonico Libentia Cantus, diretto dal Maestro Carlo Intoccia.

In scaletta anche letture sul tema interpretate dall’attore Antonio Gargiulo. Una di queste sarà un mio testo inedito scritto appositamente per questo appuntamento.

I biglietti sono acquistabili direttamente presso gli sportelli all’ingresso del Museo o sul sito http://www.azzurroservice.nt

John Deacon, anima fragile dei Queen

Il 24 novembre 1991, a circa 24 ore dal rilascio di un sofferto comunicato stampa con il quale annunciava di aver contratto l’AIDS, Freddie Mercury, il carismatico leader dei Queen, abbandonava questo mondo, entrando ufficialmente nella storia e nel mito. Come sappiamo, la sua scomparsa gettò nello sconforto milioni di fan, ma anche tante persone a lui vicine che, nonostante fossero a conoscenza delle sue precarie condizioni di salute, furono travolte dalla tragedia della sua prematura scomparsa. Una di queste fu certamente John Deacon, l’estroso e fragile bassista dei Queen. Da sempre schivo e di poche parole, Deacon rappresentava, insieme al batterista Roger Taylor, il motore della band, la solida base ritmica su cui poggiavano le chitarre di Brian May e la voce unica di Mercury. Memorabili i suo giri di basso in brani come Under Pressure, Crazy Little Thing Called Love, A Kind of Magic, Another One Bites the Dust, The Invisible Man e tanti altri. Quel 24 novembre, però, si spense la luce creativa di Deacon, probabilmente appena prese coscienza che Freddie non sarebbe stato più con loro. Da lì cominciarono i suoi tormenti e le domande che lo condussero ad abbandonare definitivamente i Queen nel 1997.

John Deacon e Freddie Mercury

In quei sei anni le sue apparizioni pubbliche con la band si possono contare sulle dita di una mano. La prima risale al 20 aprile 1992, in occasione dello storico concerto-tributo a Mercury che si tenne a Londra allo stadio di Wembley. Un evento entrato nella storia, che fu trasmesso in mondovisione e venne seguito da oltre un miliardo di persone, e di cui anche il bassista fu protagonista attivo. L’anno successivo Deacon partecipò a un appuntamento benefico promosso da Roger Taylor nel Sussex, poi insieme ai suoi compagni cominciò a lavorare su alcune parti vocali che Freddie aveva registrato negli anni che precedettero la sua morte, cercando di costruire arrangiamenti credibili e all’altezza dei loro precedenti lavori. Il risultato fu Made In Heaven, uscito nel 1995, un disco che non aggiunse nulla alla leggenda dei Queen. E probabilmente anche Deacon se ne accorse. Registrò così No-One But You (Only The Good Die Young), primo brano inedito composto dai Queen senza Freddie, e fece la sua ultima apparizione dal vivo con la band il 17 gennaio 1997, quando il gruppo partecipó alla cerimonia di apertura del Bejart Ballet al Teathre de Challot di Parigi, eseguendo The Show Must Go On con Elton John alla voce. “Non suonavamo insieme da anni, dovevamo fare un solo pezzo in un contesto per noi diverso e non avevamo un cantante. Ci siamo decisi a farlo quando abbiamo ricevuto un messaggio di Elton: facciamolo” ha raccontato Roger Taylor a proposito di quella serata, come riportato dal sito di Virgin Radio. Sulla performance musicale di Deacon nulla da ridire, ma sul palco appariva distante, ormai lontano da quel mondo.

“Il nostro amico John era lì con noi, ma in realtà non c’era” raccontò Brian May. “Tutto in lui quella sera trasmetteva un senso di disagio. È stata l’ultima volta che abbiamo suonato con lui in pubblico”. Proprio a May quella sera confidò di non riuscire più a esibirsi davanti al pubblico. Così decise di uscire di scena, abbandonando definitivamente i suoi compagni di musica.

May, Taylor e Deacon

Quando nel 2001 i Queen vennero introdotti nel Rock and Roll Hall of Fame, Deacon rifiutò di partecipare alla cerimonia. Tempo dopo, nel corso di un’intervista, Taylor dichiarò di non avere contatti con lui dal 2004. Pare che non abbia mai visto di buon occhio ciò che i Queen hanno realizzato in questi anni, dalla collaborazione con Robbie Williams al sodalizio con Adam Lambert

Di recente i suoi colleghi hanno cercato di trascinarlo nel progetto del film Bohemian Rhapsody, senza riuscirci. “John non vuole essere coinvolto” dichiarò Brian May a Rolling Stone. “Ha la sua dimensione e noi la rispettiamo. È un peccato, perché noi avremmo voluto averlo intorno ma lui non vuole più stare in quell’arena… semplicemente non vuole continuare a percorrere quelle strade”. Nella stessa intervista May dichiarava di sentire la mancanza di Deacon, sia a livello umano sia come musicista, “perché non c’è nessuno come John su quelle quattro corde”, confidando di aver saputo da persone a lui vicine che il bassista aveva letto la sceneggiatura e l’aveva approvata. Negli ultimi anni, infatti, i rapporti diretti tra Deacon e i suoi due colleghi sono praticamente inesistenti, se non per i comuni interessi finanziari legati ai Queen e all’utilizzo del nome.

John Deacon in una recente immagine

Pare che oggi John viva a Putney, un sobborgo di Londra, insieme a sua moglie. La coppia ha sei figli e conduce una vita molto riservata, lontano dalla musica e dai clamori dello show business. Ogni tanto viene avvistato in strada che passeggia come un settantenne qualunque, con la sigaretta tra le labbra e lo sguardo pensieroso. Ormai sono lontani i tempi del boato assordante del pubblico di Wembley che urlava il nome dei Queen. Gli restano soltanto i ricordi, le immagini e i suoni di una storia leggendaria. E penso che lui sia felice così.

Charles Aznavour e il legame indissolubile con il popolo armeno

Charles Aznavour, all’anagrafe Chahnourh Varinag Aznavourian, non ha bisogno di presentazioni. Nella sua lunghissima carriera, durata più di settant’anni, il cantautore francese ha venduto oltre trecento milioni di dischi e ha cantato in novantaquattro paesi. Ha inciso più di 1200 canzoni in sette lingue diverse, tra cui l’italiano, senza contare tutti i brani che ha firmato per altri artisti. E ciò basterebbe a far di lui un cittadino del mondo, senza una nazionalità precisa. Eppure Charles, che è scomparso nel 2018 dopo 94 anni di intensa vita, ci ha sempre tenuto a sottolineare le sue origini armene. “Io sono armeno al cento per cento e sono francese al cento per cento” dichiarò qualche anno fa al quotidiano L’Avvenire. “Ho due culture, quella del cuore e dell’anima è armena, quella della scuola e del sapere è francese. Non mischio mai le due, ognuna resta un cento per cento”. Eproprio per il popolo armeno Aznavour ha fatto tanto, arrivando a spendere il suo denaro per salvarli dalla guerra e dalla persecuzione. Questo suo impegno è passato per anni in secondo piano, rimanendo spesso sconosciuto ai più. Qui racconto l’origine e l’evoluzione di un amore indissolubile.

Per scoprire le radici di questa attività umanitaria bisogna partire dal massacro e dalla deportazione dei cristiani armeni avvenuta a opera dei turchi tra il 1915 e 1916, come reazione alle sconfitte subite durante la prima guerra mondiale dall’esercito russo, in cui militavano anche gruppi di volontari armeni. Gli storici stimano che le vittime di quel genocidio furono certamente più di un milione. Altrettanti gli armeni deportati o fuggiti in altre parti del mondo in cerca della salvezza. Tra questi il padre e la madre di Charles, che trovarono riparo a Parigi dove, nel giro di poco tempo, riuscirono a raggiungere una nuova stabilità. Così qualche anno dopo, nel 1924, proprio nella capitale francese nacque quello che sarebbe diventato uno dei più grandi chansonnier d’oltralpe, che crebbe acquisendo la cultura francese, ma portando nel cuore sempre il popolo armeno, anche grazie ai racconti dei suoi genitori e al loro esempio. Durante la Seconda guerra mondiale infatti, nella Parigi occupata dai nazisti, la famiglia Aznavourian diede rifugio a undici ebrei nelle tre stanze che componevano la loro casa, salvandoli dalla deportazione.

Raggiunto il successo, appena ne ebbe la possibilità e quando ce ne fu bisogno, Charles si schierò al fianco del popolo armeno. Il primo grande contributo di Aznavour risale al 1988, quando un violento terremoto sconvolse la Repubblica Sovietica d’Armenia, in quegli anni ancora sotto il controllo russo, provocando oltre 25.000 morti e la distruzione di intere città. L’URSS si stava ormai sgretolando e, per affrontare le conseguenze catastrofiche del sisma, Mikhail Gorbaciov fu costretto a chiedere aiuto agli Stati Uniti. Charles decise di impegnarsi in prima persona per la ricostruzione del paese in cui affondavano le proprie radici. Decise così di incidere in francese il brano Pour toi Armenie, invitando novanta colleghi a pubblicarlo in altrettante lingue e stati. Il ricavato di questa iniziativa servì alla ricostruzione delle città armene. Ma il contributo di Aznavour non si fermò qui. Qualche anno più tardi fece un gesto ancora più grande.

L’URSS si era ormai dissolta, quando nei primi anni Novanta si scatenò un duro conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la presenza di una piccola enclave in territorio azero chiamato Nagorno Karabakh. Si riaffacciò così l’incubo della guerra, della violenza, del genocidio. Questa volta Aznavour diede il proprio contributo nel silenzio, agendo dietro le quinte: organizzò a proprie spese un ponte aereo privato per portare migliaia di armeni in occidente. E questo enorme gesto gli fece guadagnare un posto speciale nel cuore della gente. Il governo armeno lo nominò suo rappresentante presso l’Unesco e poi ambasciatore in Svizzera. Divenne una sorta di eroe nazionale a cui vennero intitolate piazze e assegnati continui riconoscimenti. E lui non smise mai di contraccambiare questo amore: appena un anno prima della sua morte dichiarò a La Repubblica di avere in cantiere ancora progetti per l’Armenia: “Venti giorni fa a Erevan il governo armeno mi ha consegnato le chiavi del Museo Aznavour, ancora tutto da fare. E io, insieme a mio figlio Nicholas, ho annunciato la creazione della Aznavour Foundation, attraverso la quale continuerò ad aiutare il popolo armeno e aprirò la Charles Aznavour House. Non sarà soltanto un museo, ma anche luogo di spettacolo e cultura”. Sì, perché, oltre a salvare vite umane, Charles contribuì a diffondere attraverso le sue canzoni anche la musica e la cultura armena. L’ennesimo atto di amore nei confronti di un popolo che ancora oggi continua ad amarlo e a ricordarlo con affetto smisurato.

John Lennon, una leggenda ancora intatta

Yoko e John di fronte al Dakota Building

Sono trascorsi 41 anni da quel maledetto 8 dicembre 1980, quando Mark David Chapman mise fine alla vita di John Lennon. Erano circa le 22.50 e l’ex Beatles stava rientrando nel suo appartamento di Manhattan, al Dakota Building, insieme a sua moglie Yoko Ono. John venne raggiunto da quattro colpi alla schiena sparati dalla calibro 38 di Chapman, lo stesso uomo che poche ore prima gli aveva chiesto un autografo, sempre lì, di fronte all’ingresso dell’edificio in cui risiedeva Lennon. Uno di quei colpi gli perforò l’aorta, rendendo vana la corsa al Roosevelt Hospital, dove venne dichiarato morto alle 23.15. Da quel giorno il Dakota Building è diventato una sorta di luogo di culto per i fan di John e dei Beatles, tra il disappunto dei residenti che non hanno mai gradito il pellegrinaggio continuo di fronte a quel cancello. Trovandosi a pochi metri da uno degli ingressi di Central Park, negli anni si è pensato di costruire un mosaico commemorativo proprio lì, nel parco, anche per dissuadere i fan dall’affacciarsi all’ingresso del Dakota. Ma ciò è servito a poco. E ve lo posso raccontare con cognizione di causa.

Sì, perché nel 2012 io e la mia compagna eravamo a Manhattan, e da bravi turisti visitammo Central Park. Arrivati al mosaico che ricordava Lennon non resistemmo: uscimmo dal parco, attraversammo la 72esima strada e, in maniera discreta, ci avviciniammo all’entrata del Dakota Building. Ci accolse un elegantissimo portiere che, con estrema gentilezza, ci informó che non potevamo sostare di fronte all’ingresso del palazzo. Ci scusammo, ma prima di allontanarci gli facemmo la fatidica domanda: “Did John Lennon live here?” La sua risposta fu: “Yes, Mr. Lennon lived here”. Quel suo atteggiamento formale, il fatto che lo chiamasse Mr. Lennon, come se fosse ancora un qualsiasi abitante di quel grande e sontuoso edificio al centro di Manhattan, ci lasció di stucco e ci mise i brividi. Per un attimo ci sembró di aver sfiorato la storia.

Cercammo di estorcergli qualche altra informazione, ma si limitó a dirci che Mrs. Lennon (Yoko Ono) si vedeva spesso, ma non risiedeva più lì in maniera stabile. A noi bastava di sapere che fosse ancora casa loro, la casa di John, quella in cui aveva scritto Beautiful boy mentre accudiva il piccolo Sean.

Negli ultimi anni, da quando le sue condizioni di salute sono peggiorate, pare che Yoko Ono sia tornata a vivere stabilmente nell’appartamento del Dakota. Anzi, a quanto riportano i giornali, lo lascia raramente e appena per qualche ora, giusto il tempo di una passeggiata o per partecipare a un evento speciale. Si muove soltanto su una sedia a rotelle e viene accudita 24 ore su 24 da persone fidate.

Umberto Bindi e la ‘colpa’ di essere omosessuale

Umberto Bindi

Oggi voglio raccontare la storia di un cantautore italiano che ha scritto canzoni di una bellezza disarmante. Un artista raffinato e preparato, che però, per motivi che esulavano dalla sua arte, fu vittima di un progressivo ostracismo che si protrasse fino al termine della sua esistenza. Sto parlando di Umberto Bindi, autore e interprete di canzoni come Arrivederci, Il nostro concerto, scritte insieme al paroliere Giorgio Calabrese. Originario di Bogliasco, dove nacque nel 1932, Bindi crebbe musicalmente nella Genova degli anni Quaranta e Cinquanta. “[…]Avevo uno zio che studiava da tenore e un nonno che suonava pianoforte, spesso Chopin e le trascrizioni delle opere liriche come La cavalleria rusticana o II Rigoletto” raccontò il cantautore a Claudio Scarpa in un’intervista rilasciata nel 1995. “Cominciai così ad appassionarmi a un certo tipo di musica, che poi ho amato per tutta la vita. Mi accompagnarono ad ascoltare la Madama Butterfly al Teatro Paganini di Genova[…]; ti dirò che, sarà stato il soggetto, cioè la madre; io avevo solo la mia mamma che adoravo; vedere il sacrificio di questa donna che esegue il ‘Harakiri’ mi coinvolse ancora di più; alla fine dell’atto non ti dico i pianti. Così iniziai ad ascoltare musica e a studiarla al conservatorio”. Ben presto cominciò a muovere i primi passi nel mondo della musica leggera, diventando uno degli esponenti di spicco della cosiddetta ‘scuola genovese’ insieme a cantautori come Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Luigi Tenco.

Fu a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta che, con le proprie canzoni, Bindi conquistò il pubblico e la critica. Il suo primo successo arrivò nel 1959 con Arrivederci, incisa anche da Marino Barreto Jr. e dal trombettista Chet Baker, seguito dopo circa due anni dal suo capolavoro, Il nostro concerto. “Mi trovavo a Faenza in un teatro bellissimo del ‘700 e non c’era nessuno” raccontò ancora a Claudio Scarpa sulla genesi di questa canzone. “Ti dirò: l’odore del ‘vecchio’, inteso come antiquariato, questi tendoni un po’ sbiaditi, sentii una sensazione quasi mistica; dovevo fare delle prove per ‘La sei giorni della canzone’ e per l’occasione presentare una canzone nuova, abbastanza importante dopo i successi di Arrivederci e E’ vero. Erano le quattro del pomeriggio e non c’era nessuno, mi sono seduto al pianoforte e la canzone mi venne diretta, in maniera del tutto spontanea. Non appena vidi Calabrese gli dissi dell’idea di queste due persone che s’erano conosciute a un concerto, del loro ritrovarsi. Nacque così Il nostro concerto, tutto qui”. L’ascesa di Bindi proseguì inesorabile con la partecipazione Festival di Sanremo del 1961 con Non mi dire chi sei e la pubblicazione de Il mio mondo, brano che conobbe il successo internazionale grazie alla versione inglese della cantante Cilla Black, pupilla dei Beatles, che la portò al primo posto in classifica nel Regno Unito, mantenendo il primato per quattordici settimane. Nello stesso periodo decise di inciderla anche il cantautore francese Richard Anthony, che la lanciò in vetta alle classifiche in Francia e in Belgio. Il mio mondo sarà ripreso anche da altri artisti nel corso degli anni Settanta, ma ciò non basterà a impedire il lento e progressivo isolamento di Bindi dalle scene che contano, dai palchi importanti.

Questa discesa negli inferi cominciò proprio nei primi anni Sessanta con l’arrivo del successo. Bindi non dichiarò apertamente di essere omosessuale, ma non si sforzò nemmeno troppo di nasconderlo. “Preferisco essere impopolare, però essere sincero. Devo dirti che sono intervenuti dei fatti privati che in sostanza hanno disturbato alla grande o addirittura hanno distrutto il personaggio che si era creato” raccontò ancora a Claudio Scarpa nel 1995 a proposito dell’ostracismo che ci fu nei suoi confronti negli anni Sessanta. “Non ero il solo a non essere ‘immacolato’, però non andavo con la prassi ‘normale’, anche se ho cercato sempre di nasconderlo, con il dubbio che mi assillava perenne: si deve fare o non lo si deve far vedere. Non ho mai capito se la sincerità poteva vincere. […]Ho sofferto moltissimo e mi sono ‘chiuso’. Allora succedeva di passare per antipatico o come poco socievole. Il mio dramma era ‘uscire’ dalle quinte per andare in palcoscenico e sentire il solito che si lasciava andare a frasi poco garbate o addirittura pesantemente offensive”. Questa situazione lo portò a non pubblicare dischi per circa dieci anni, dedicandosi quasi totalmente alla carriera di autore. Nel 1967 firmò La musica è finita, brano scritto insieme a Franco Califano e a Nisa, portato al successo da Ornella Vanoni. E poi pezzi per altri interpreti italiani, ma di lui cominciarono a perdersi le tracce. Basti pensare che nei due decenni che seguirono pubblicò appena quattro album. A ripescarlo dall’anonimato in cui era piombato fu Renato Zero a metà degli anni Novanta. Il cantautore romano ascoltò i brani che Bindi aveva nel cassetto e lo convinse a pubblicare un nuovo disco. Uscì così nel 1996 l’album Di coraggio non si muore, che fu introdotto al grande pubblico dal brano Letti, presentato da Umberto Bindi al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls. L’ultimo e isolato acuto di una carriera sfortunata.

Bindi ripiombò nel silenzio e nella solitudine. Finché un giorno cominciarono ad affacciarsi anche gravi problemi di salute che andarono ad aggiungersi alle difficoltà economiche che si erano affacciate nella sua vita negli ultimi anni. Alcuni colleghi avevano diramato un appello affinché al cantautore fossero riconosciuti i benefici della legge Bacchelli, che prevedeva un sussidio per gli artisti in difficoltà. Gli furono concessi l’11 aprile 2002. In quell’occasione il cantautore rilasciò una dichiarazione in cui manifestava la sua gratitudine per la grande solidarietà da parte di molte persone, ma anche l’amarezza per non essere stato mai pienamente capito. “Non me l’aspettavo” aveva dichiarato Bindi dopo il riconoscimento della Bacchelli, come riportato dall’Adnkronos. “Sono tanto contento e lusingato specialmente per la dimostrazione di affetto delle tante persone che mi sono state vicine. Mi spiace solo di essere stato di peso e un po’ mi spiace anche perché avrei voluto che in questi anni mi fossero stati tutti un po’ più vicini e avessero capito quel che stavo facendo, invece di aspettare questa circostanza per riaccendere i riflettori su di me. Avrei preferito non ci fosse stato bisogno di stare così male perché tutti si preoccupassero così tanto e tutti insieme. Ci sono stati altri momenti in cui credo di aver mandato dei messaggi e non sono stati accolti. Per vent’anni ho prodotto e provato a far ascoltare, facendo capire che ero vivo, e per venti anni mi è stato fatto capire che avevo già dato e che potevo essere soltanto l’antologia di me stesso”. Bindi non ebbe nemmeno il tempo di usufruire di quel contributo. Il 23 maggio 2002 morì all’Ospedale Spallanzani di Roma, dopo quattro giorni di ricovero, per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Dopo quel giorno ricadde nuovamente su di lui il silenzio, rotto soltanto da qualche pianto isolato.

Gli anni d’oro dei Matia Bazar

Se qualcuno mi chiedesse a bruciapelo il nome di un gruppo che a cavallo tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta ha prodotto del pop italiano di qualità, senza pensarci troppo direi i Matia Bazar. Il gruppo genovese seppe conquistare un pubblico vasto ed eterogeneo, proponendo arrangiamenti elaborati e suoni originali, anche grazie alle radici prog dei suoi componenti.

Nei primi anni Settanta a Genova esisteva infatti una realtà progressive molto viva e ben radicata: i maggiori rappresentanti erano i New Trolls di Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo, ma in quell’ambito gravitavano anche i Jet, band nata nel 1971, con Carlo Marrale alla chitarra e alla voce, Aldo Stellita al basso e alla voce, Piero Cassano alle tastiere e Renzo Cochis alla batteria. Tra 1971 e il 1974, il gruppo pubblicò un LP e diversi singoli con l’etichetta Durium. “La bellezza degli anni Settanta era che c’era tanta gente che suonava e il linguaggio di chi suonava allora era appunto il progressive: era il suono di quegli anni” ha raccontato Carlo Marrale nel libro Genova. Storie di canzoni e cantautori. Poi una sera fu il destino a metterci le mani, con un incontro speciale, uno di quelli che ti spinge a cambiare direzione: ai Jet venne presentata Antonella Ruggiero, colei che diventerà una delle voci femminili più espressive e intriganti della scena musicale italiana con un timbro vocale unico. Durante un concerto della PFM in un locale di Sampierdarena, dove i Jet erano di casa, Marrale e company notarono una ragazza molto carina seduta al tavolo con il loro produttore dell’epoca. Era proprio Antonella, che in quel periodo era solita esibirsi con il nome d’arte di Matia, scelto per la sua natura indefinita, né maschile né femminile. Nonostante in quegli anni in Italia nei gruppi musicali non militassero donne, decisero di provare a coinvolgerla nel loro progetto. “Le demmo appuntamento il giorno dopo a Molassana, dove noi facevamo le prove di Fede, speranza e carità” ha raccontato ancora Carlo Marrale nel libro Genova. Storie di canzoni e cantautori. “Piero le chiese cosa volesse cantare e lei iniziò a cappella You’ve got a friend. Con il suo timbro particolare ci conquistò subito e iniziò a collaborare come vocalista aggiunta. La sua voce venne aggiunta come colore a un progetto che però era maschile”.

Capirono di avere tra le mani una cantante carismatica dalla voce speciale, così decisero di archiviare i Jet e di far nascere i Matia Bazar. Al soprannome di Antonella venne affiancato il termine ‘Bazar’, che ben rappresentava le peculiarità del gruppo, il quale curava direttamente il proprio ‘prodotto’ musicale, dagli arrangiamenti fino ai testi delle canzoni, spingendosi anche all’organizzazione delle tournée. Era un bazar di idee, musica, canzoni. E la partenza fu la migliore tra quelle immaginabili, con il singolo Stasera…che sera, uscito nel 1975, che mostrava immediatamente il valore della band e la magica alchimia che lo caratterizzava: la scrittura raffinata e incalzante di Aldo Stellita, le capacità compositive di Marrale e Cassano, la voce avvolgente della Ruggiero. “[…]Ricordo ancora perfettamente quando nacque: il 1 gennaio del 1975” ha dichiarato ancora Marrale nel libro Genova. Storie di canzoni e cantautori. “Stavo tornando da un capodanno passato insieme agli altri ragazzi del gruppo; per farmi passare i postumi della notte brava (ero tornato alle 5 del pomeriggio a casa!) ho preso la chitarra e le prime note che mi sono venute fuori sono state proprio quelle di Stasera che sera, da lì a qualche giorno è nata la canzone. È come se l’avessi già avuta in testa, è difficile da spiegare. Ce l’avevo già nel mio cervello, nel mio hard disk già frullava da tempo”. A registrare il brano, che avrebbe partecipato a Un disco per l’Estate, furono Marrale, Stellita, Cassano e la Ruggiero, mentre alla batteria partecipò il session man Paolo Siani. Appena pochi mesi dopo, a dare un assetto definitivo alla line up dei Matia Bazar, arrivò in pianta stabile il batterista Giancarlo Golzi, anche lui reduce dall’esperienza con una band progressive, i Museo Rosenbach. Arrivò così il singolo Cavallo bianco, che raccoglieva in maniera nitida le influenze prog dei componenti del gruppo fondendole con un pop melodico d’autore, tutt’altro che scontato.

La band raccolse l’entusiasmo del pubblico che si trasformò in un consenso straripante nel 1977, in occasione dell’uscita di Solo tu, che divenne una hit da oltre un milione di copie vendute. Questo successo li portò dritti sul palco del Festival di Sanremo, a cui nel 1978 parteciparono per la seconda volta con il brano …E dirsi ciao, aggiudicandosi con merito la kermesse. Il periodo positivo continuò con l’uscita del brano C’è tutto un mondo intorno, in cui le voci di Marrale, Cassano e della Ruggiero dialogavano meravigliosamente. In particolare, sul finale, la voce di Antonella, nella registrazione in studio, raggiunge vette stratosferiche, riuscendo a far tremare le casse del giradischi.

Negli anni Ottanta si aprì una nuova fase per il gruppo: Piero Cassano decise infatti di abbandonare il progetto e al suo posto subentrò il tastierista Mauro Sabbione, che contribuì ad aprire il periodo elettronico dei Matia Bazar. “Le notti passate insonni, soprattutto con Aldo e Antonella Ruggiero poi con Carlo Marrale e Giancarlo Golzi a parlare dei brividi elettronici che attraversavano il vecchio continente, sono uno dei ricordi più belli” ha raccontato sul suo sito ufficiale Mauro Sabbione a proposito della sua militanza nella band. “Ascoltavamo Ultravox, Kraftwerk, Joy Division, Peter Gabriel ma anche B52 o la lirica italiana, mentre mettevamo a punto i nuovi pezzi che sarebbero stati l’ossatura del magnifico periodo postmoderno culminato con Vacanze romane”. Sabbione entrò nel gruppo nei primi mesi del 1981 e non ebbe alcun problema a far suo tutto il vecchio repertorio. Poi insieme cominciarono a scrivere i nuovi pezzi e da quel momento in poi, fino al 1984, lasciò la sua impronta sintetica nel suono e negli arrangiamenti dei Matia Bazar. In questo periodo nacquero due lavori pregevoli come Berlino, Parigi, Londra, che proponeva atmosfere new wave culminanti nella magnifica Fantasia, e Tango, l’album di Vacanze romane ed Elettrochoc, pietra miliare del pop elettronico italiano. Proprio Vacanze romane venne presentata al Festival di Sanremo nel 1983, classificandosi al quarto posto e aggiudicandosi il Premio della critica.

Poi Sabbione lasciò il posto a Sergio Cossu e il suono del gruppo si fece meno new wave, ma i Matia Bazar nella seconda metà degli anni Ottanta continuarono a sfornare successi, da Souvenir a Ti sento, oltre a brani che avrebbero meritato più attenzione come La prima stella della sera, canzone presentata, senza troppa fortuna, nel 1988 al Festival di Sanremo. Poi qualcosa iniziò a rompersi nell’ingranaggio perfetto che aveva caratterizzato il lavoro e l’equilibrio del gruppo fino a quel momento. Nel 1989, dopo 19 album e 7 dischi live, la Ruggiero decise di lasciare i suoi compagni di viaggio. Sentiva che per lei quella magnifica esperienza fosse arrivata al capolinea, che non le fornisse più nuovi stimoli. “[…]Per 14 anni, siamo andati in giro per il mondo e questo è il ricordo più bello che ho di quel meraviglioso periodo” ha dichiarato Antonella a Onda Musicale. “Insieme siamo andati in alcune aree del Mondo che adesso non ci sono più come l’Unione Sovietica, la Siria e la Giordania in quanto luoghi completamente annientati dalle guerre. Oppure in un Paese come il Cile dove allora era in vigore il coprifuoco. Io, noi, abbiamo visto un mondo che è completamente cambiato”. I Matia Bazar continuarono con una nuova cantante, la bravissima Laura Valente, ma non fu la stessa cosa. Nel 1993 anche Carlo Marrale decise di abbandonare il gruppo. La partenza della Ruggiero aveva “squilibrato un asse” ha raccontato il chitarrista. “I Matia Bazar stavano diventando un’altra cosa e per onestà nei confronti di me stesso e di Aldo ho deciso di fermarmi”. Proprio con la scomparsa di Aldo Stellita, avvenuta nel 1998, il gruppo cambiò pelle definitivamente. Oltre a essere il bassista del gruppo, Stellita era autore della maggior parte dei testi, un raffinato paroliere, intelligente e sensibile. Ma era anche una figura fondamentale per gli equilibri del gruppo. “È stato più che un fratello, buono, paziente, saggio, lungimirante, intellettualmente onesto, intelligentissimo, oltre che un poeta” ha dichiarato Carlo Marrale in un’intervista a firma di Andrea Turetta. “Anzi direi che se è venuta fuori la parte buona di me, lo devo proprio a lui. Le canzoni più importanti della storia del Matia Bazar le abbiamo composte insieme”. Con la morte di Aldo Stellita si esauriva definitivamente anche lo spessore poetico della band. Tutto ciò che venne dopo fu un onesto pop senza particolari sussulti, distante anni luce dai fasti dei Settanta e degli Ottanta, gli anni d’oro dei Matia Bazar.