In questi anni ho avuto a che fare con tanti artisti: alcuni capricciosi come bambini, altri arroganti e svogliati, che però cambiano “faccia” appena accendo il registratore. Altri, invece, artisti VERI, che non si risparmiano, che si concedono completamente senza pose né ipocrisie. In quest’ultima categoria ricade Renato Zero. L’ho intervistato per il nuovo numero del settimanale Note, in distribuzione da oggi. Abbiamo fatto una piacevole e interessante chiacchierata di circa 30 minuti sul nuovo lavoro, Arenà – Renato Zero si racconta, e sulla sua carriera. Purtroppo non ho potuto riportarla integralmente per motivi di spazio. Quando si ha a che fare con artisti di questa portata non basterebbe un intero numero per raccontarli. Buona lettura.
Autore: Salvatore Coccoluto
L’ultimo romanzo di Anna Marchesini
Circa quattro mesi fa è scomparsa una grandissima artista: Anna Marchesini.
Prima che la malattia la consumasse, stava lavorando a un nuovo romanzo che è uscito, purtroppo postumo e incompiuto, il 21 ottobre 2016. Si intitola È arrivato l’arrotino (Rizzoli) ed è introdotto da una toccante lettera della figlia Virginia alla madre. Ne ho parlato su La Freccia di dicembre.
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Le “cose delicate” del cantautore Marco Massa
Lo confesso: prima di mettere sul piatto il vinile di Marco Massa, cantautore
milanese cinquantatreenne, sapevo pochissimo di lui e del suo percorso artistico. Un po’ per mia mancanza, un po’ perché lui ha centellinato la sua presenza nel mondo discografico. Così ho recuperato il tempo perduto “consumando” i solchi di Sono cose delicate, il suo terzo album in studio uscito in primavera. Massa si muove tra la migliore tradizione cantautorale ed echi di jazz. Possiede una poetica limpida, sincera, raffinata, attraverso la quale, senza particolari artifici, riporta al centro dell’attenzione una quotidianità che spesso diamo per scontata, le nostre città, il tempo che viviamo, ma anche i sentimenti più profondi e la musica come forma d’arte. Nel brano ’O Divo, per esempio, riesce a calarsi nella solitudine delle star, “così tanto tanto ricco, così poco poco amato”, mentre con la ballata Pianista senza piano rende omaggio, senza nominarlo, al maestro Renato Sellani, che non ha mai avuto un pianoforte, ma ciò non gli ha impedito di diventare uno dei padri del jazz italiano. Con questo brano ci avverte che a fare la differenza nella vita non è lo strumento, di qualsiasi tipo esso sia, ma il sentimento, le emozioni che portiamo dentro.
Sono cose delicate non è solo il titolo di questo lavoro, ma anche il brano che meglio lo rappresenta, frutto di reminiscenze del passato: quando aveva 10 anni, infatti, al cantautore milanese capitò di ascoltare l’omonimo pezzo del cantante e pianista siciliano Virgilio Savona e di innamorarsene. “[…] Mi sfuggiva il significato di quelle parole ma ero affascinato dal loro suono e dal modo in cui le pronunciava, tanto che l’ascoltavo in continuazione, anche dieci volte al giorno, cercando di imitare quella cadenza” scrive Massa, ricordando un bellissimo momento della sua infanzia. Ed ecco che le suggestioni e le emozioni del passato tornano a galla nelle canzoni, si fanno parola e suono, diventano presente. Le condivide con i grandi artisti che hanno accettato di partecipare alle registrazioni di questo disco: Tullio De Piscopo, Faso, Greg Lamy, Luca Colombo, Massimo Moriconi, Paolo e Marco Brioschi e tantissimi altri. Per certificare l’unicità di Sono cose delicate e la lontananza da qualsiasi logica commerciale, il cantautore ha deciso di pubblicarlo solo in vinile da 180 grammi, acquistabile su Amazon, con la possibilità di scaricarlo anche in digitale, insieme ad alcune chicche, nella sezione Extra del suo sito ufficiale.
Questa recensione è uscita anche sul sito di Radio Web Italia: http://bit.ly/2ggVPjA
Il 24 novembre esce “Ezio Bosso. La musica si fa insieme”
Giovedì 24 novembre esce “Ezio Bosso. La musica si fa insieme”
(Imprimatur), il mio ottavo libro. Ci tengo a precisare che non si tratta della biografia ufficiale del maestro Ezio Bosso, ma di un testo che racconta e analizza il suo percorso umano e artistico.
Il libro, il primo in assoluto dedicato a questo grande artista, è già prenotabile nei negozi fisici e in quelli online (su Amazon, per esempio: http://amzn.to/2fcGRXc). Bene, ora sapete cosa regalare a Natale!!
“Ezio Bosso. La musica si fa insieme” di Salvatore Coccoluto
«La musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme».
Ezio Bosso
Il 10 febbraio 2016 Carlo Conti chiama sul palco della sessantaseiesima edizione del Festival di Sanremo il maestro Ezio Bosso, pianista, contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra di fama mondiale. È considerato dalla critica internazionale tra i maggiori esponenti della corrente musicale postminimalista e le sue composizioni sono arrivate dall’altra parte del pianeta, eppure al grande pubblico italiano questo nome dice poco. Quella sera, con le sue riflessioni e le sue note, l’artista piemontese conquista una delle platee più vaste del Paese, trovando così la meritata consacrazione anche in patria.
Questo libro è un viaggio nel percorso artistico di Ezio Bosso, nell’approccio e nel pensiero che sta dietro le sue composizioni. Partendo dagli studi classici dell’infanzia fino al disco The 12th room, uscito nel 2015, in mezzo troviamo colonne sonore innovative per film e registi di grido, collaborazioni con grandi performer della danza e del teatro, sinfonie travolgenti, contaminazione tra linguaggi sonori, sperimentazione, ricerca, esibizioni nelle più importanti stagioni concertistiche. Il testo racconta anche del periodo mod a Torino, della sua vita londinese, della lotta contro la malattia, la risalita e la rinascita. Un percorso straordinario e coraggioso, quello di Bosso, basato da sempre sullo scambio reciproco con altri artisti e con il pubblico.
Roma Jazz fa 40
Sul nuovo numero di Note, in distribuzione da oggi, un mio articolo sui 40 anni del Roma Jazz Festival che contiene un paio di battute con il sassofonista Daniele Tittarelli, protagonista della serata del 21 novembre insieme alla Mario New Talents Orchestra, e con Mario Ciampà, direttore artistico della manifestazione.
Find a Way, intensità ed eleganza nel nuovo disco del Dagmar’s Collective
Conobbi il Dagmar’s Collective nel 2013, quando uscì il loro primo disco, Different
Wor[L]ds, e rimasi piacevolmente colpito dalle rivisitazioni della grande canzone internazionale in chiave jazz e folk. Ma l’album era composto prettamente da cover e gli episodi inediti erano soltanto quattro. Con il disco Find a Way, invece, l’ensemble milanese compie un decisivo balzo in avanti, mettendosi in gioco con un intero lavoro di inediti: undici brani caratterizzati da pop raffinato, jazz, bossanova e altri echi di Sudamerica. L’album è stato registrato in presa diretta, per questo motivo è dotato dell’intensità e del trasporto tipico delle incisioni live. Nonostante la grande preparazione dei musicisti che compongono il gruppo, nessuno di loro si perde in leziosi virtuosismi, anzi, ognuno mette la propria tecnica al servizio dei brani, puntando sull’eleganza del suono e sulla sobrietà degli arrangiamenti.
Anima del progetto è Dagmar Segbers, cantante dalle origini nordeuropee ormai di casa in Italia, che appare sulla copertina con uno sguardo intenso e sicuro catturato dal fotografo Roberto Covi. Tutto Find a Way è disseminato di passaggi melodici da brivido che l’artista, con la sua voce duttile e suadente, riesce a interpretare con maestria. Ma la Segbers non è solo voce: insieme al chitarrista Emilio Foglio e al pianista Michele Fazio, cofondatori del gruppo e autori degli arrangiamenti, ha firmato infatti tutti i brani dell’album. A completare la line-up della band l’eccellente sezione ritmica formata da Piero Orsini e Sandro De Bellis, rispettivamente al basso e alle percussioni. In conclusione, Find a Way è un lavoro eterogeneo e accurato che, una volta calcato ‘play’, si fa ascoltare fino alla fine, distendendo il cuore e l’anima. E soprattutto, cosa assai rara nella musica di oggi, non presenta controindicazioni né data di scadenza.
Questa recensione è uscita anche sul sito di Radio Web Italia: http://bit.ly/2eAmqmN
Hardcore Chamber Music, il sound imprevedibile di Manlio Maresca
Cosa c’è di più creativo dell’errore? Spesso gli sbagli sono alla base delle più grandi scoperte. Ne
sapeva qualcosa Cristoforo Colombo, ma anche gli scienziati che brevettarono il Viagra, i quali in realtà stavano studiando un farmaco per l’ipertensione. Senza scomodare cose più grandi di noi, spesso basta sbagliare strada per scoprire nuovi mondi: un vicolo, una piazza, un monumento, un locale, incontrare una persona, un’idea o un’intuizione. Il chitarrista Manlio Maresca ha fatto questo con la musica: negli undici brani strumentali dell’album Hardcore Chamber Music, uscito il 7 ottobre per l’etichetta Auand, è partito da canoni musicali stabiliti, per poi muoversi verso l’imprevedibile, accarezzando “l’errore”. Ad accompagnarlo in questa impresa il suo gruppo, i Manual for Errors, non semplici gregari, ma coprotagonisti dei brani scritti dal chitarrista.
I pezzi di questo lavoro sono caratterizzati da strutture jazz ‘corrotte’ da dissonanze e digressioni sonore, che sconfinano in terreni musicali su cui la maggior parte dei musicisti non osa spingersi, per paura di sbagliare, di uscire dalle proprie certezze compositive. Manlio Maresca, invece, ha il coraggio di seguire la sua personalissima e delirante trama, determinando così un sound originale, imprevedibile, non catalogabile. È difficile ma anche ingiusto, infatti, intrappolare questo lavoro nelle maglie di un genere musicale. Semmai è importante ribadire la fonte sonora da cui attinge questo artista: da una parte le atmosfere di Thelonious Monk, di Jaki Byard, del Miles Davis degli anni ’60; dall’altra le innovazioni musicali dei Settanta, dall’industrial degli Einstürzende Neubauten all’avanguardia elettronica dei Kraftwerk, e poi dal sound dei Primus e degli Shellac.
Nell’avvicinarsi ad Hardcore Chamber Music bisogna tener conto anche del bagaglio di esperienza acquisito da questo musicista in anni di gavetta, prima con i Neo e gli Squartet, ensemble di cui è stato leader e fondatore, poi con l’Orchestra Operaia di Massimo Nunzi, che lo ha portato a collaborare con artisti del calibro di Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Niccolò Fabi, Paolo Fresu, Greg Hutchinson, senza trascurare i sodalizi con Steve Piccolo e Joe Lally. Avendolo visto crescere artisticamente tra gli anni Novanta e il nuovo secolo, quando si faceva le ossa su palchi meno importanti di quelli che calca adesso, posso affermare con certezza che la forza di Maresca è l’estrema libertà creativa: Hardcore Chamber Music, infatti, è la prova schiacciante che non siamo di fronte a un semplice musicista, ma a un compositore eclettico, senza confini, dotato di quella dose di follia che lo può portare lontano.
Questa recensione è uscita anche sul sito di Radio Web Italia: http://bit.ly/2f21VUp
Tony Cercola, da Patatrac! al teatro per raccontare la sua storia: “Orgoglioso delle mie radici”
Tony Cercola ha tanto da raccontare. Con i suoi tamburi e le sue buàtte ha infatti
attraversato quarant’anni di musica, partendo proprio dalla Napoli degli anni Settanta, che vedeva sbocciare quel fermento sonoro chiamato Naples Power o Neapolitan Power. Il percussionista è cresciuto infatti insieme a grandi protagonisti di quel movimento musicale come Pino Daniele, James Senese, Edoardo ed Eugenio Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare e tantissimi altri. Sue le percussioni nel brano Appocundria, uno dei dodici pezzi pregiati contenuti nell’album-capolavoro di Pino Daniele, Nero a metà. In diverse occasione, infatti, Cercola ha arricchito il sound di artisti italiani e internazionali di grande prestigio, imboccando poi la strada del ‘percussautore’, come ama definirsi, autore di brani con una forte connotazione etnica. Pochi mesi fa è uscito il suo nuovo album, Patatrac!, che contiene otto inediti e quattro suoi vecchi successi a cui ha voluto dare nuova linfa con il contributo di giovani artisti di talento scovati da Roma fino all’Africa, passando per la Campania e la Sicilia: Roberta Albanesi, Ugo Mazzei, Esharef Ali Mhagag, Paky Palmieri, Laye Ba, e poi gruppi come gli Original Sicilian Style, Max Russo and Divinos, Wireframe e Malacrjanza. Nel disco spiccano gli interventi di Eugenio Bennato e Mimmo Cavallo, due decani della nostra canzone, mentre alla scrittura e agli arrangiamenti degli inediti ha partecipato il musicista e produttore Gino Magurno. Candidato al Premio Tenco 2016 nella sezione Miglior album in dialetto, Patatrac! conferma l’attaccamento di Cercola alle proprie radici, che continua a contaminare con i suoni e i ritmi dell’Africa e del Sudamerica.
Tony, quando hai deciso di fare Patatrac!?
Tutto è partito da un libro autobiografico uscito pochi mesi fa, Come conquistare il mondo con
una buàtta, scritto insieme ad Antonio G. D’Errico e edito da Edizioni Anordest, nel quale ho raccontato le mie radici vesuviane, del bullismo, della mia balbuzie e dell’incontro con Sandro Petrone a Radio Uno Napoli. È dedicato ai giovani provenienti dalle province, perché io sono originario di Cercola, piccolo paese alle falde del Vesuvio, e so quanto sia faticoso emergere quando vieni dalla periferia. Dopo l’uscita del libro, ho pensato di restituire alle nuove generazioni il sound che ho elaborato negli ultimi trent’anni. E così è nato Patatrac!. Sono sceso nelle cantine e ho lavorato con giovani musicisti alla rielaborazione dei miei pezzi. Loro sono riusciti a dargli freschezza. Ho ripreso Babbasone, con cui partecipai al Festivalbar del 1990, rifatta insieme ai Malacrjanza, gruppo hip hop di Napoli. Con il dj Paky Palmieri e il musicista senegalese Laye Ba ho rimaneggiato Lumumba, pezzo del 1988. Nel disco ci sono anche delle chicche d’autore, delle mie malinconie, come Tiemp’ tiemp’, incisa con Eugenio Bennato, e Compassion. Perché io da sempre mi sento un ‘percussautore’.
Tu hai vissuto dall’interno il fiorire del Naples Power. Cosa ti è rimasto di quel periodo?
Era una grande palestra. Era una Napoli di studio e di riflessione. Mentre muovevo i primi passi ho ricevuto tanti consigli, soprattutto dal batterista e cantante Gegè Di Giacomo. In molti, infatti, mi considerano un suo erede. In quel periodo lavoravamo tantissimo sul sound. La forza di Napoli è stata quella di far incontrare le proprie radici musicali con i suoni di tutto il mondo. Anche Pino [Daniele], che si esprimeva con la forma canzone, non si faceva comandare dal blues. Purtroppo ci si vede sempre di meno tra musicisti napoletani, l’ultima sinergia l’ha creata Pino, radunandoci all’Arena di Verona qualche anno fa e poi in altre occasioni. Sono orgoglioso di essere metropolitano e vesuviano.
Com’è oggi la situazione artistica in città?
Oggi il movimento musicale c’è, ma lo devi andare a cercare. È anarchico e ben nascosto. Io sono stato fortunato perché ho trovato giovani disposti a sperimentare insieme a me. Spero che ritorni il periodo in cui si faceva musica insieme, in sintonia, è l’unico modo per alimentare le nostre radici, solo così ci può essere evoluzione.
Tra poco sarai protagonista dello spettacolo teatrale ‘Tu, tu che mestiere fai?’.
Ripropongo in prosa la mia storia, quella che racconto nel libro, con un’attrice e tre musicisti. Mostro foto e filmati dei passaggi televisivi più importanti della mia carriera, quando la tv era un bomba mediatica che ti portava nelle case di milioni di persone. Oggi invece c’è parecchia dispersione dell’attenzione con una miriade di canali.
Pochi giorni fa è scomparso Dario Fo. Tu hai lavorato spesso con lui, qual è il tuo ricordo?
Ho accompagnato Dario in diverse occasioni, era un grande artista. Mi ricordo che feci un provino a casa sua e lui mi disse: “Io ho rubato una cosa a Napoli: le pause di Eduardo De Filippo”.
Questa intervista è uscita anche sul sito di Radio Web Italia: http://bit.ly/2eTING5
Roma Jazz Festival, 40 anni suonati – Intervista a Enrico Rava
Il Roma Jazz Festival compie 40 anni e li festeggia dal 6 al 23 novembre
con un’edizione ricca di grandi nomi. Tra gli appuntamenti spicca il concerto del trio formato dal trombettista Enrico Rava, decano del jazz mondiale, il giovane pianista Giovanni Guidi, 31 anni, uno dei migliori della nuova generazione, e il mago dell’elettronica Matthew Herbert.
Sul numero di novembre del magazine La Freccia ho intervistato Enrico Rava, un pozzo infinito di esperienza e umiltà, che mi ha raccontato questo incontro tra mondi sonori distanti.
Il programma completo
6 novembre – Gioca Jazz
8 novembre – Joshua Redman, Brad Mehldau
9 novembre – Jacob Collier
11 novembre – Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood & Rajasthan Express
12 novembre – Richard Galliano
13 novembre – John Scofield
13 novembre – Gioca Jazz
14 novembre – La musica provata di e con Erri De Luca
15 novembre – Enrico Rava, Giovanni Guidi, Matthew Herbert
18 novembre – Stanley Jordan e Billy Cobham
20 novembre – Aaron Diehl Trio
20 novembre – Gioca Jazz
21 novembre – Daniele Tittarelli / Mario New Talents Orchestra
22 novembre – Cécile McLorin Salvant feat Jacky Terrason
23 novembre – Omar Sosa & Yilian Cañizares
Premio Franco Califano, il 24 ottobre la finale. Antonello Mazzeo: “Spazio ai cantautori dimenticati dai talent”
Franco Califano è stato un precursore in tutto. Già nel 1995, con la canzone Che
fine hai fatto cantautore, si interrogava sul tramonto di questa figura artistica, sempre più rara e poco valorizzata. E pensare che al tempo ancora non c’erano i talent show musicali, che poi negli ultimi anni hanno definitivamente relegato ai margini il cantautorato italiano. Il Premio Franco Califano, Che fine hai fatto cantautore, nasce proprio con l’obiettivo di ridare spazio e dignità a questa categoria artistica. Il 24 ottobre sul palco del Teatro Olimpico di Roma, alle ore 21, si esibiranno i quattordici finalisti della kermesse che sono stati selezionati in questi mesi da una giuria specializzata. La serata, presentata da Claudio Lippi e Rita Forte, è promossa da Iso Media e dalla Trust Onlus Franco Califano, quest’ultima guidata da figure fondamentali nel percorso umano e artistico del Maestro: Antonello Mazzeo, Alberto Laurenti, direttore musicale dell’evento, l’avvocato Marco Mastracci e Donatella Diana. Ho parlato dell’iniziativa e dei progetti futuri della Trust Onlus con uno dei suoi fondatori, Antonello Mazzeo, memoria storica di Franco Califano, collaboratore e amico di una vita che ha condiviso con lui serate indimenticabili, concerti, case, cadute e rinascite.
Antonello, perché avete deciso di istituire questo premio?
Il primo disco inciso dal Maestro, che abbiamo in esposizione alla Casa Museo di Ardea, è del 1962. L’ultima produzione è di qualche anno fa e si intitola C’è bisogno d’amore. Fra questi due lavori intercorrono quasi 50 anni che Franco ha vissuto da protagonista della musica italiana. Più di 20 milioni di dischi venduti, tra i quali Tutto il resto è noia che, secondo la rivista Rolling Stone, è al 57° posto tra gli album più venduti. Ha poi scritto testi per i più grandi artisti della musica italiana. E tu, caro Salvatore, ne sai qualcosa, essendo il tuo libro più che esaustivo su questi argomenti. Ha partecipato come cantante a tre Festival di Sanremo, ne ha vinto uno come autore insieme a Peppino di Capri e ha ottenuto un Premio della critica con La nevicata del 56, scritta per Mia Martini. Che fine hai fatto cantautore è un riconoscimento a un grande artista e un invito rivolto a una categoria, quella dei cantautori, che non trova spazio negli attuali concorsi musicali, per lo più talent show che condizionano l’industria alla creatività.
Con quali criteri sono stati selezionati i finalisti?
Le iscrizioni, gratuite, sono state molte. La giuria composta da professionisti del settore, tutti legati umanamente e professionalmente al Maestro (i loro nomi sono sul sito www.chefinehaifattocantautore.it) ha selezionato 14 brani inediti tenendo conto delle tematiche compositive del “mondo Califano”: l’amore, l’amicizia, il rapporto con la città, sentimenti ricorrenti nella produzione di Franco. I riconoscimenti saranno due: il Premio Califano e il Premio Roma Nuda per la composizione dialettale.
È nato da poco il nuovo sito internet della Trust Onlus e la Casa Museo del Maestro è ormai un punto di riferimento per tutti i fan. Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
Puntiamo sulla cadenza annuale del Premio, che vorremmo veder diventare un’istituzione nel panorama musicale italiano. Abbiamo anche in cantiere progetti legati allo sviluppo della Casa Museo che puntiamo di rendere, oltre a un luogo di memoria, anche un centro di produzione e di servizi, sia musicali che culturali. Le due date che per noi sono diventate appuntamenti irrinunciabili sono il 14 Settembre e il 30 Marzo, per ovvi motivi.
La vita del Maestro è stata così intensa che meriterebbe di essere raccontata in un film lungo e dettagliato. Avete mai pensato a questa possibilità?
È un pensiero fisso della Onlus. Sappiamo però che raccontare la vita di Franco richiederebbe un impegno produttivo che non è nelle nostre possibilità. Ci vorrebbe Sergio Leone! Comunque potremmo costituire sicuramente un valido supporto nella ricostruzione della vita personale e artistica del Maestro.
Sul conto del Maestro sono state dette tante inesattezze, spesso alimentate da luoghi comuni e invidie. Tu che sei l’amico di una vita e hai condiviso con lui momenti indimenticabili, come lo descriveresti alle nuove generazioni?
Un uomo per bene!
Questa intervista è uscita anche sul sito di Radio Web Italia: http://bit.ly/2ejMyCR