“Non mi piace chi ha il coltello dalla parte del manico” – Intervista ad Ascanio Celestini (ottobre 2012)

Siccome in questo periodo mi sto prendendo una pausa rigenerante, ho deciso di proporre qualche vecchia intervista a cui sono particolarmente legato. Quella che segue uscì nell’ottobre del 2012 su Leiweb. Celestini aveva da poco pubblicato il libro Incrocio di sguardi – Conversazione su matti precari, anarchici e altre pecore nere (Elèuthera), scritto a quattro mani con il cantautore Alessio Lega. In quell’occasione parlammo dei personaggi che popolano i suoi spettacoli e le sue narrazioni, della sua infanzia nella periferia romana, di suo padre e delle sue ansie di adulto. Ascanio fu sincero e onesto come sempre.

Buona lettura!

Ascanio Celestini: “Non mi piace chi ha il coltello dalla parte del manico”

“Mio padre era artigiano, faceva il restauratore. Certe volte lo aiutavo quando andava a ascanio_celestini_slidelavorare nelle case delle persone ricche… Andavamo in case dove c’era l’entrata di servizio e l’entrata padronale, e noi prendevamo l’ascensore padronale solo quando c’era bisogno di lucidarlo”.

Ascanio, tra i tanti sguardi che ha incrociato nella vita, quale ricorda di più?
«Lo sguardo di un minatore di Perticara che mi ha fatto entrare dentro casa per fargli un’intervista. Oltre me e lui, c’era sua moglie seduta sul divano. Lui ha cominciato subito a parlare della miniera, poi è passato alla guerra. È tornato praticamente a piedi dalla Russia. Poi ha continuato con il paese, la musica e gli altri lavori che aveva fatto. La moglie lo guardava sorridendo assente. Così alla fine di questa storia è entrata anche lei nel racconto. Era stata operata al cervello, lui mi ha detto “gli hanno toccato due vene e non ricorda niente”. Così lui doveva ricordare anche per lei. Ma ce ne sono tanti altri di sguardi, anzi tutti. Quando insieme a mia moglie, per esempio, siamo andati da una cernitrice sarda che parlava solo in dialetto. Cercava di farsi capire, ma non c’era verso. Così s’è messa a pregare e a cantare. Tanto per non lasciarci senza niente».

Come dice Alessio Lega, anche lei è affetto “dalla malattia professionale di cantanti e attori”: ovvero l’ansia. Quando ha scoperto di essere ansioso?
«L’ansia non c’entra col lavoro che fai. Per me è un sintomo di una condizione di debolezza umana. Io sono una macchina che funziona male. Una macchina rotta. Troppo lenta, distratta. Una macchina che fa errori e spesso deve nasconderli, camuffarli, ripararli di nascosto per paura che venga rottamata. L’ansia sta tutta nella testa. Se la divide con tutte le altre cose che ci andiamo ad infilare. C’è il teatro, la cena da cucinare, mio figlio che sta a scuola, mio padre morto, l’assicurazione della macchina. Basta che il disordine cresca e la testa scoppia. Una volta sono finito all’ospedale. Ero immobilizzato, con le fitte al braccio e il cuore palpitante. Non solo io ero convinto di avere l’infarto, ma anche il medico che m’ha fatto passare avanti a tutti, m’ha strappato la maglietta e m’ha fatto l’elettrocardiogramma e le analisi del sangue in pochi minuti. Il fatto che stessi bene non significa quasi niente. Non è un problema di malattia. Da una malattia si guarisce, da una condizione no. Non ho scoperto di essere ansioso. Ho scoperto che la condizione che vivo ha quel nome».

Ascanio Celestini
Ascanio Celestini

Cosa le dà più ansia: il palcoscenico o la vita di tutti i giorni?
«Per me non c’è differenza. Né il teatro è una parentesi nella mia vita, né la vita è una parentesi in mezzo al mio teatro. Se parlo con una persona al bar e chiacchierando capisco come un veterinario considera la presenza di un cane sulla spiaggia nei giorni della sua vacanza al mare, entro nel punto di vista di qualcuno che vive in maniera differente dalla mia la presenza di animali sulla sabbia. Quella di un veterinario al mare può essere un’interessantissima esperienza letteraria. Mio padre era un artigiano, restaurava mobili. Le rarissime volte che entrava in chiesa vedeva solo mobili. Per lui il confessionale era potenzialmente un ottimo mobile-bar. Una volta rubarono un quadro nella casa di una sua cliente e venne interrogato da un carabiniere. Mio padre si stupiva del fatto che il tutore dell’ordine non capisse che lui non avrebbe mai potuto rubare un quadro. Diceva “quando entro in una casa guardo i mobili” e l’uomo in divisa “si ma lei si occupa di antiquariato e quello era un quadro antico”. Mio padre insisteva “appunto: era un quadro. E io vedo solo i mobili”. Anche una chiacchiera al bar può aprire una finestra sull’altro. Non sono una guardia che porta una divisa e arresta la gente solo quando è in servizio. Io cerco di fare del mio lavoro una maniera di stare nel mondo. Però è vero anche che salire in scena è comunque più compromettente di una chiacchiera al bar».

Ci racconta in cosa consiste il nuovo spettacolo che tra poco porterà in scena? So che si intitola Discorsi alla Nazione – Studi per lo spettacolo presidenziale.
«Sì, ma non ne so molto. Tra un mese incomincerò a portarlo in giro in forma di studio, ma non so quando debutterà. Lo stesso testo sarà anche in Belgio e Francia con un attore francese, David Murgia. Lavorerò con lui in questi mesi e debutterà al Festival de Liège in gennaio. Partiremo da alcuni discorsi che ho fatto quest’anno durante la trasmissione di Serena Dandini sul La 7. Nello spettacolo immagino un paese in guerra, una guerra civile che non è stata dichiarata, ma della quale sentiamo la presenza. Un paese dove piove sempre, dove la pioggia confonde tutto, ma diventa anche un alibi per non mettere il naso fuori di casa».

Nella presentazione dice che questi leader che interpreta “…parlano come parlerebbero i nostri tiranni democratici se non avessero bisogno di nascondere il dispotismo sotto il costume di scena della democrazia”. Si è ispirato a qualcuno in particolare?
«Ad uno qualunque e a tutti quanti. Con un coltello puoi tagliare una gola o una fetta di pane. Ma avere il coltello in mano ti mette in una condizione dominante. Per me il problema non è se chi comanda taglia le gole. Anche quando taglia un pezzo di pane è un potenziale assassino. Non mi piace chi ha il coltello dalla parte del manico».

Se Ascanio Celestini fosse nominato Presidente della Repubblica, cosa direbbe in occasione del suo primo discorso alla Nazione?
«Non mi piacciono i presidenti. Nella finzione teatrale posso essere un presidente o un gerarca nazista, un Papa o un pedofilo, ma nella realtà preferisco evitarli».

Salvatore Coccoluto

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