Festival di Sanremo 2018 – Promossi, bocciati e rimandati

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Claudio Baglioni

Quando mesi fa seppi che Claudio Baglioni sarebbe stato il direttore artistico e co-conduttore del Festival di Sanremo 2018 rimasi assai perplesso. Principalmente per due motivi:

  1. Il Festival è ormai uno show televisivo, lo spettacolo viene prima di tutto, e Baglioni è un grandissimo cantautore, ma non certo un Pippo Baudo o un Carlo Conti, gente che va in tv con la stessa scioltezza con cui si entra dal macellaio.
  2. Nella sua carriera Claudio non è mai stato in gara al Festival, non ne conosce i meccanismi perversi e le insidie. Come farà a educare questo animale che, se non lo prendi per il verso giusto, diventa molto feroce, pronto a sbranarti in un solo boccone?
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Baglioni, Hunziker e Favino

Con il mio bagaglio di perplessità e di diffidenza, martedì sera mi sono accomodato davanti alla tv e, dopo una partenza un po’ ingessata, ho capito che Claudio avrebbe fatto un Festival diverso. Il cantautore romano è riuscito infatti a riportare in gara quella qualità musicale che mancava da anni. Parliamo sempre di pop, sia chiaro, ma c’è pop e pop: esiste un pop d’autore e un pop spudoratamente commerciale, che ha come unico obiettivo quello di strizzare l’occhio al mercato. Ecco, in questo Festival ho trovato tanto buon pop d’autore, come non ne sentivo da anni. E questo è merito delle scelte del direttore artistico, che ha indovinato anche i co-conduttori, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, sicuri, spigliati e sempre pronti a dare una scossa alla serata. Quindi ben vengano dieci, cento, mille anni di Baglioni al Festival di Sanremo.

Promossi

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Decibel

Comincio dal mio podio ideale: sul gradino più alto metterei la Lettera dal Duca dei Decibel, perché sintetizza la mia idea di buon pop d’autore, sia nel testo che nell’arrangiamento, e poi possiede quel retrogusto new wave che tanto amo. Poi Lo Stato Sociale con Una vita in vacanza, perché hanno scritto un pezzo radiofonico senza scadere nelle solite banalità, ‘sole, cuore, amore’, un po’ come fece l’anno scorso Gabbani. E infine sul podio mi piacerebbe che salisse Ron con Almeno pensami, brano inedito di Lucio Dalla, perché è riuscito a trasmettermi l’immagine di Lucio al pianoforte, nella sua casa di Bologna, mentre di notte assembla la melodia e le parole di questo brano, raccogliendo tra le note dolcezza, malinconia e speranza. Non sono d’accordo con chi ha detto che Almeno pensami sia uno ‘scarto’, ovvero un pezzo mai pubblicato da Dalla perché poco riuscito: la storia musicale ci insegna che le canzoni spesso hanno bisogno di ‘riposare’, maturare lentamente per poi esplodere in una stagione indefinita.

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Max Gazzè

Altri brani che meritano certamente un posto di rilievo sono quello di Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico, Imparare ad amarsi, fortemente attuale e caratterizzato da un gustoso vestito musicale. Molto interessante anche La leggenda di Cristalda e Pizzomunno di Max Gazzè, pezzo dalle mille insidie, che richiede particolare attenzione nell’esecuzione dal vivo (la prima sera Max ha mostrato qualche incertezza). E poi Arrivedorci degli Elio e le storie tese, non perché sia il loro brano più bello e nemmeno il più geniale, ma per la storia che rappresentano, per la qualità della musica che ci hanno proposto fino a oggi.

Altri pezzi che ho particolarmente apprezzato sono Passame er sale di Luca Barbarossa, a cui va riconosciuto il coraggio di aver riportato la canzone dialettale al Festival, Il mondo prima di te di Annalisa, il brano non è male e lei ha una voce che fa la differenza, Il coraggio di ogni giorno di Enzo Avitabile e Peppe Servillo, Adesso di Diodato e Roy Paci e Custodire di Renzo Rubino.

 

Rimandati

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Noemi

Al di là che sia già edita o meno, che sia un plagio o meno, Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro è rimasta lì, nel limbo, tra un forse sì o un forse no, non è brutta ma prevedibile. Sicuramente spopolerà nelle radio, ma a me non ha convinto. Anche le canzoni di Noemi (Non smettere mai di cercarmi), Nina Zilli (Senza appartenere) e Giovanni Caccamo (Eterno) non mi hanno fatto saltare dalla poltrona, né venire voglia di riascoltarle. Le ho trovate eccessivamente ordinarie, ma non mi sento di bocciarle.

 

Bocciati

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The Kolors

La palma dai peggiori in assoluto va ai The Kolors: il brano Frida (mai, mai, mai) è di una banalità disarmante (Frida Kahlo meritava di più), i testi in italiano non fanno per loro. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Mario Biondi, la sua Rivederti si nasconde troppo, mentre Così sbagliato de Le Vibrazioni di convincente ha soltanto il titolo. Infine un appello agli ex Pooh in gara, Red Canzian, Roby Facchinetti e Riccardo Fogli: avete fatto la storia del pop italiano, ora è il momento di raccontarla ai nipotini di fronte al caminetto.

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“Della fatal quiete”, l’impresa (riuscita) di Beppe Giampà

Impresa riuscita. È questo il primo pensiero che ho avuto dopo aver ascoltato Della fatal Della Fatal quiete_copertinaquiete, il nuovo album di Beppe Giampà dedicato alla poesia dell’Ottocento. Sì, perché  il cantautore piemontese ha pienamente raggiunto l’obiettivo di dare nuova linfa e una prospettiva inedita ai memorabili versi di Giosuè Carducci, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, vestendoli di melodia e di suoni. Il risultato non era per niente scontato, considerata la complessità della metrica, la portata letteraria delle opere e la loro appartenenza a un’epoca ormai lontana. Giampà è riuscito a far incontrare la bellezza di antichi versi, senza modificarne nemmeno una virgola, con melodie e arrangiamenti accattivanti, curati insieme a Manuel Daniele, che si rifanno alla migliore tradizione cantautorale arricchita di venature etniche.

Il disco si apre con San Martino di Giosuè Carducci, che l’artista ci restituisce in una versione eterea ed elegante, sostenuta dal pianoforte di Marco Genta, a cancellare definitivamente dalla nostra mente l’adattamento kitsch che Fiorello propose negli anni Novanta. Giampà canta i tormenti leopardiani contenuti nei versi di Alla luna e, accompagnato da sonorità etno-folk, la malinconia dell’esilio che Ugo Foscolo ha raccontato in A Zacinto. Passa poi attraverso la visione foscoliana della morte con Alla sera, da cui è tratto il verso che dà il titolo all’album, per tornare nuovamente a Carducci con Tedio invernale e Pianto antico, quest’ultima dedicata dal poeta al figlio Dante, morto all’età di tre anni. Nel disco ci sono anche un paio di incursioni nella poesia del Novecento:  La petite promenade du poète di Dino Campana e Non sto pensando a niente dell’autore portoghese Fernando Pessoa. Il viaggio si chiude con una delle liriche più importanti di Giacomo Leopardi, L’infinito, in cui la tenue voce del cantautore, supportata ancora dal pianoforte, ci accompagna nella quiete di quel verso finale scolpito nella storia della letteratura italiana: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Della fatal quiete è un disco adatto a tutti: ai bambini e agli adolescenti, a cui potrebbe rendere più semplice l’apprendimento di questi capolavori, agli adulti, che avrebbero modo di riscoprire liriche velocemente accantonate ai tempi della scuola, e infine agli stranieri che desiderano conoscere la nostra letteratura. È  un lavoro che non ha scadenza, non si consuma in una stagione. Durerà nel tempo, ve lo assicuro, come tutto ciò che nasce dall’ispirazione.

L’articolo é stato pubblicato anche su Radio Web Italia:

http://www.radiowebitalia.it/86685/dischi-novita/della-fatal-quiete-limpresa-riuscita-di-beppe-giampa.html

Da oggi in libreria “Franco Califano. Non escludo il ritorno”

Copertina libro "Franco Califano. Non escludo il ritorno"
Copertina libro "Franco Califano. Non escludo il ritorno"
Copertina libro “Franco Califano. Non escludo il ritorno”

Una breve presentazione (a cura della casa editrice) del mio quarto ‘figlio’. Oggi è uscito in tutte le librerie d’Italia e nei negozi online.

“Franco Califano. Non escludo il ritorno – Storia, canzoni, leggenda” (Imprimatur Editore, euro 14.50)

Spaccone e fragile. Generoso e ingenuo. Franco Califano è stato uno degli artisti più discussi della canzone d’autore italiana. Spesso di lui è arrivata prima la fama di tombeur de femmes e poi la poesia. Prima i guai giudiziari e poi i versi indimenticabili. Questo libro compie il grande salto: mettere in primo piano le sue canzoni, intrecciandole alla vicenda umana di un artista che ha vissuto sempre al massimo. Dall’infanzia nei collegi all’adolescenza nella borgata. Dai primi passi come autore alle collaborazioni con Mina, Mia Martini, Ornella Vanoni e Peppino di Capri. Poi il legame fraterno con Luigi Tenco e Piero Ciampi e gli anni del successo e degli eccessi. Il libro ripercorre anche i momenti terribili degli arresti, il primo nel 1970 e il secondo nel 1983, di cui si sentiranno gli echi rispettivamente negli album ’N bastardo venuto dar sudImpronte digitali. E poi la depressione per il secondo processo e le accuse infamanti dei pentiti; l’amarezza per non essere stato riabilitato dai media e dall’opinione pubblica dopo la seconda assoluzione, come invece successe a Enzo Tortora. Seguì l’oblio degli anni Novanta, quando tutti sembravano essersi dimenticati del “Califfo”, fino alla rinascita e alla scoperta del suo repertorio da parte dei giovani, anche grazie a Fiorello e alle sue imitazioni. Tra le pagine c’è spazio per i grandi amori della sua vita e per le esperienze cinematografiche, dai cammei ai ruoli da protagonista nei film Gardenia: il giustiziere della mala (1979) e Due strani papà (1983). Ma anche per il suo rapporto con la politica e con i colleghi. Il racconto è completato dalle testimonianze di Frank Del Giudice e Alberto Laurenti, amici e collaboratori storici di Franco Califano.