Paolo Canè, l’uomo delle imprese

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Paolo Canè

Panatta l’ha definito «l’uomo delle imprese, dei match impossibili». Il tennista bolognese Paolo Canè, classe 1965, ha scritto il suo nome negli annali del tennis, giocando match memorabili in Coppa Davis e agguantando spesso vittorie contro ogni pronostico. Terminata l’era dei vari Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli, infatti, il movimento tennistico italiano maschile, nella prima metà degli anni Ottanta, vive una fase di smarrimento dovuta all’assenza di un ricambio generazionale. Proprio in quel periodo si affaccia sulla scena Paolo Cané, che gli appassionati, nei momenti di furore agonistico, chiamano Paolino. Fisico esile, asciutto, eppure ha un dritto potente ed efficace, un rovescio ribattezzato ‘turbo’, grande sensibilità nel gioco di volo e nel tocco di palla, capacità di variare il ritmo. Paolino possiede talento e classe da vendere, ma ha anche alcuni punti deboli: una schiena fragile, che a lungo andare gli crea parecchi problemi, passaggi a vuoto a livello mentale che lo rendono discontinuo e un carattere incandescente. Nelle giornate migliori è capace di tutto, anche di mettere all’angolo un fuoriclasse come Ivan Lendl. In questi anni spesso riesce a trasformare i suoi limiti caratteriali in punto di forza. Gli capita soprattutto quando gioca in Coppa Davis, competizione che esalta le sue caratteristiche di combattente, gladiatore nell’arena. Sia chiaro, non è che Canè non abbia combinato nulla nei tornei del circuito ATP. Anzi, in carriera ha vinto tre titoli in singolare, tutti sulla terra rossa, raggiungendo la ventiseiesima posizione del ranking mondiale. Ma nella memoria del grande pubblico, anche per motivi legati alla diffusione televisiva, resta principalmente ‘l’uomo Davis’, quello che, se c’è un’impresa impossibile da compiere, un solo tennista può portarla a termine: Paolo Canè. Su 17 incontri di Coppa disputati in singolare ne vince 9. Mentre in doppio le cose vanno peggio: su 9 match soltanto due vittorie. È viscerale, Cané, quando è in campo non riesce a estraniarsi totalmente da ciò che lo circonda. Non gli basta lanciare un’occhiataccia allo spettatore rumoroso di turno, lui lo prende di petto. Riesce a litigare anche con il proprio pubblico, quello di Roma, mandandolo più volte a quel paese. Ma, appena gli appassionati imparano a conoscerlo, non possono far altro che volergli bene.

I gesti inconsulti vengono cancellati da grandi prestazioni come quelle di Coppa Davis contro la Svezia nel febbraio del 1990, sulla terra rossa di Cagliari, al primo turno. Canè è ispirato e in forma smagliante: il primo giorno batte Jonas Svensson al quinto set, poi lui e Diego Nargiso superano in doppio Jarryd e Gunnarsson. Si va sul 2 pari e il singolare decisivo vede Paolino contro il campione Mats Wilander: l’italiano vince il primo e il secondo set, ma lo svedese risponde portandosi a casa il terzo e il quarto parziale per 3-6, 4-6. Nel quinto set, sul 2 pari, l’incontro viene sospeso per oscurità. Si riparte il lunedì a mezzogiorno con l’azzurro che fa il break e si porta sul 5-2. Potrebbe chiudere nel game successivo quando, sul servizio di Wilander, ha due match point che non riesce a sfruttare. Paolo si innervosisce per l’occasione mancata, ha un passaggio a vuoto e si fa riprendere dallo svedese sul 5 pari. L’azzurro torna al servizio e, sul 40-30, arriva lo scambio più spettacolare del match, quello che resterà nella memoria degli appassionati: dopo un’estenuante sfida da fondo campo, Canè attacca sul dritto di Wilander e va a rete, lo svedese tira un passante che sembra vincente, ma Paolino si oppone con una straordinaria volèe in tuffo, costringendo a rete l’avversario che appoggia la palla dall’altra parte pensando che l’italiano sia finito. E invece no: un generosissimo Canè torna verso la linea di fondo, recupera e spedisce ancora la palla dall’altra parte, l’incredulo Wilander la piazza al centro del campo in demi-volèe e Paolo lo castiga con un passante di rovescio che gli dà il punto del 6-5. L’azzurro cade a terra stremato, subito soccorso da capitan Panatta che lo aiuta ad alzarsi e lo accompagna in panchina. Il pubblico di Cagliari esplode, scandisce in coro il suo nome: Paolino è a un passo dall’impresa.

Nel quinto set non c’è il tie-break, quindi Wilander va a servire per prolungare l’incontro. Ma ora Paolo è più determinato del suo avversario e si porta sul 15-40, guadagnando due match point. Lui e Panatta si guardano, il capitano è teso, Canè non riesce a star fermo. Risponde benissimo alla prima di servizio di Wilander, poi si sposta e attacca con il dritto, seguendolo a rete. Lo svedese alza la palla, il primo smash di Paolo riesce a recuperarlo, il secondo chiude il match. L’Italia batte la Svezia grazie a uno splendido Canè. Panatta e i compagni corrono in campo ad abbracciarlo, viene portato in trionfo. Giampiero Galeazzi, che commenta l’incontro per la RAI, è emozionato: «Canè è riuscito a superare anche se stesso» dice, sottolineando come Paolino abbia preso in mano la squadra, portandola alla vittoria. E si lascia scappare anche un «sembra di essere tornati ai tempi di Panatta». Nella bolgia l’azzurro ha un tracollo e viene accompagnato a spalla da Nargiso fuori dal campo. «La sua vittoria a Cagliari contro Mats Wilander resta la più bella delle emozioni, e anche uno degli incontri più incredibili cui abbia assistito» ricorda Panatta nel libro Più dritti che rovesci. «Cuore e testa matta. Uno capace di guardare negli occhi lo svedese numero uno del mondo e fargli il vicht dopo ogni punto conquistato, lo stesso gesto che Wilander aveva reso famoso nel circuito».

L'abbraccio di Firenze
Canè e Panatta, l’abbraccio di Firenze

Purtroppo l’Italia non riesce a dare seguito a questa grande vittoria: nel turno successivo perde infatti con l’Austria di Muster e Skoff. Prima di concludere, credo che sia doveroso citare anche l’impresa compiuta contro l’Australia a Firenze nel 1993, che non si concretizza nel passaggio del turno ma resta comunque un ricordo straordinario per il sottoscritto e per tutti gli appassionati. Dopo aver chiuso le prime due giornate sul 2 a 1 per l’Australia, con le vittorie nei singolari di Fromberg su Renzo Furlan e di Stefano Pescosolido su Woodford, nonché nel doppio della coppia Woodforde-Woodbridge su Canè-Nargiso, Paolo viene chiamato a sostituire uno spento Furlan contro Woodforde nel primo match della domenica, che potrebbe regalare la vittoria all’Australia o il 2 a 2 all’Italia. In quei giorni l’australiano gravita intorno alla ventesima posizione del ranking mondiale, mentre Canè è a pochi passi dalla duecentesima. Molti addetti ai lavori lo danno per spacciato, altri addirittura lo considerano già un ex giocatore. Non è dello stesso avviso Panatta, che lo conosce bene e punta su di lui. In una torrida domenica di luglio, l’azzurro viene chiamato nuovamente all’impresa: non molla un colpo, combatte, si esalta, litiga con i tifosi australiani, infiamma il pubblico di Firenze con il suo tennis, il carisma, la generosità. In quattro set piega il più quotato Woodforde e regala il 2 pari all’Italia. Alla fine del match abbraccia Panatta e scoppia in lacrime, l’emozione è fortissima, per lui e per noi che abbiamo seguito l’incontro. Purtroppo Pescosolido perde la sfida decisiva che lo vede opposto a Richard Fromberg. Resta però il ricordo di una grande prestazione di Paolo Canè, l’uomo delle imprese impossibili.

 

Il tennis maschile italiano non brilla. Concedetemi un po’ di nostalgia per Gaudenzi, Canè e Nargiso.

Siccome siamo nella settimana degli Internazionali d’Italia e il tennis italiano maschile stenta a decollare, mi è venuta un po’ di nostalgia per Canè, Gaudenzi, Camporese, Nargiso. Giocatori che hanno segnato la mia adolescenza di appassionato di tennis con alcune piccole imprese agonistiche (mai equiparabili a quelle di Panatta), ma che mi hanno ugualmente emozionato. Un esempio? La vittoria di Paolo Canè su Mats Wilander, a Cagliari, in occasione dei quarti di finale di Coppa Davis. Oppure le imprese di Andrea Gaudenzi, sempre in Coppa Davis, che fruttarono all’Italia una fantastica finale contro la Svezia, con tanto di drammatica rottura di un tendine del braccio del giocatore di Faenza, costretto a ritirarsi sul 6-5 al 5° set. Eccetera, eccetera, eccetera. Beh, in questa serata intrisa di nostalgia, ho fatto una piccola ricerca per capire che fine avessero fatto i tennisti italiani protagonisti della mia adolescenza. Soprattutto perché molti di loro non li sento più nominare da tempo.

Cominciamo da Andrea Gaudenzi,uno dei migliori tennisti italiani da Panatta in poi, arrivato ad occupare il diciottesimo posto della classifica

Andrea Gaudenzi

ATP. Dopo svariati interventi chirurgici, nel 2003, a soli trent’anni ha deciso di ritirarsi. Gaudenzi, però, mentre saliva e scendeva dagli aerei per raggiungere le città in cui si svolgevano i tornei del circuito, aveva pensato bene di continuare a studiare e così conseguì la laurea in giurisprudenza. Una volta appesa la racchetta al chiodo, ha frequentato un Master e poi ha cominciato a lavorare per diverse società di management. Attualmente è Sport Marketing Manager della BWIN. Vive a Montecarlo e ha messo su una bella famiglia con sua moglie Giorgia (hanno due bambini e un terzo in arrivo).

Poi c’è il buon Diego Nargiso, il mancino napoletano che ci fece sognare

Diego Nargiso

in più di qualche incontro di doppio di Coppa Davis. Diego è l’unico italiano che è riuscito a trionfare, nel lontano 1987, al torneo juniores di Wimbledon. Attualmente vive e lavora a Montecarlo e gestisce una società che si occupa di vendita e affitto di ville di lusso.

Poi c’è il “piccolo” giocatore veneto, Renzo Furlan, (piccolo perché è appena 1,73 di altezza, poco per un tennista, e a suo tempo qualcuno lo

Renzo Furlan

definì il Chang italiano) arrivato ad occupare la diciannovesima posizione del ranking mondiale. Renzo attualmente lavora per la FIT (Federazione Italiana Tennis) ed è uno dei fautori dei successi di Francesca Schiavone, vincitrice dell’edizione 2010 del Roland Garros. E dall’inizio del 2011 sta seguendo anche Simone Bolelli, giocatore su cui abbiamo riposto parecchie speranze.

E poi c’è l’immenso Paolo Canè, genio e sregolatezza del nostro tennis, arrivato a occupare il ventiseiesimo posto del ranking ATP. Ribattezzato

Paolo Canè

“turbo rovescio” da Giampiero Galeazzi (mi pare durante l’incontro di Davis contro Boris Becker), Canè è sempre stato un grande campione, ma con un carattere difficile. Ricordo bene quando in un’edizione del torneo di Firenze decapitò i fiori a bordo campo con la sua racchetta, in preda ad un attacco d’ira. E ricordo anche quando nel 1993 batté l’australiano Woodford (quando in molti, compreso l’allora presidente della FIT, già lo definivano un ex-giocatore) e per scaricare la tensione, tra un punto e l’altro, insultava i tifosi della squadra avversaria. Questo era Canè. Oggi, dopo la giocosa partecipazione al reality “La talpa”, si dedica a tempo pieno ad allenare, in un club privato, un gruppo di giovani promesse.

Questi sono solo quattro dei tanti tennisti italiani che abbiamo visto calcare i nostri campi negli ultimi venticinque anni. Ma ce ne sarebbero anche altri: Caratti, Pescosolido, Camporese, ecc. ecc. Beh, a parte Furlan, quasi tutti hanno cambiato mestiere. Alcuni, invece, hanno scelto, perché ignorati dalla Federazione o per divergenze di vedute, di non lavorare con la FIT.

In questo momento buio del tennis maschile italiano, non credete che ci sia bisogno anche e soprattutto della loro esperienza?

Intanto, mentre riflettete, guardatevi uno sprazzo di Canè-Wilander. Anima, cuore e talento.