Tennis e scaramanzie: riti e abitudini dei campioni

Maria Sharapova
Maria Sharapova

Internazionali BNL d’Italia 2018. Al primo turno Maria Sharapova affrontava l’australiana Ashleigh Barty sul campo della Next Gen Arena. Non potevo perdere l’occasione di veder giocare la russa così da vicino. Così mi sono seduto nella tribuna laterale per scrutarne meglio i movimenti, la gestualità e le espressioni del viso. Sono entrato così nel mondo di riti e abitudini che caratterizzano la tennista russa. A parte la sua nota ‘paura’ di mettere i piedi sulle righe del campo tra un punto e l’altro, pena la peggiore delle catastrofi tennistiche, la prima cosa che mi ha colpito è stata la preparazione della risposta al servizio: ogni volta Maria dava per qualche secondo le spalle all’avversaria e in quella frazione fissava un punto indecifrabile sul fondo del campo, stringendo il pugno per darsi la carica; poi si girava e si posizionava per rispondere. É come se in quei momenti focalizzasse qualcosa o liberasse la mente. Un’altra particolarità che ho notato durante l’incontro è legata al suo turno di servizio: le ero così vicino che pensavo di farle un primo piano con la fotocamera del telefonino. Mi sono detto: ‘La immortalo appena si gira verso il raccattapalle che sta dalla mia parte per farsi dare le palline’. Per tutto il primo set la Sharapova non le ha mai chieste a quel raccattapalle posizionato alla sua sinistra. Avrà voluto farmi un dispetto? Non credo. Un caso? Forse. Una scaramanzia? Molto probabile.

Flavia Pennetta
Flavia Pennetta

Questo per raccontarvi che tutti i tennisti ne hanno almeno una, confessabile o inconfessabile, evidente o impercettibile, dentro o fuori dal campo. Dal servire con la stessa pallina con cui si è vinto il punto precedente (molti lo fanno, tra questi Richard Gasquet) alle bottiglie d’acqua posizionate allo stesso modo a ogni cambio campo. Ci sono poi scaramanzie legate all’abbigliamento: negli anni ho sentito storie riguardanti i polsini, le scarpe, i cappellini messi al contrario. Pare che Panatta, quando vinse il Roland Garros nel 1976, abbia indossato in tutti i match la stessa maglietta, ovviamente facendola lavare ogni volta. In diverse occasioni ho intervistato i migliori giocatori italiani e la curiosità mi ha spinto a indagare: Fabio Fognini, per esempio, ha molti riti scaramantici, ma ha preferito non svelarli, rifugiandosi in un diplomatico “[…] Se inizio a elencarli potremmo stare qui per giorni. Ogni atleta ha le proprie manie”; Andreas Seppi, invece, mi ha raccontato che in campo non ha particolari scaramanzie, mentre fuori “l’unico gesto che mi concedo è quello di usare sempre la stessa doccia durante tutto il torneo”, abitudine che è anche di Paolo Lorenzi. Mentre Flavia Pennetta come rito portafortuna mi ha raccontato che raccoglieva i suoi capelli in due modi: “Uno chignon nel singolo e una coda nel doppio”.

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Rafael Nadal

Ma veniamo ai riti dei campioni che spesso assumono la caratteristica di gesti compulsivi: il numero uno in questo senso è Rafa Nadal. Il suo ‘show’ inizia dall’entrata in campo che avviene rigorosamente con il borsone delle racchette sulla spalla destra e una racchetta nella mano sinistra. Al momento del sorteggio, nei pressi della rete con arbitro e avversario, non penso di averlo mai visto fermo: Rafa saltella ripetutamente sul posto, poi fa un passo avanti e uno indietro; terminato il sorteggio, si gira e fa uno scatto verso il fondo del campo. Durante il match sulla terra battuta non manca mai di dare una pulita alla riga di fondo, ma l’apice lo raggiunge quando serve o risponde: di solito parte con la cosiddetta ‘smutandata’, prima dietro e poi avanti, poi passa alla maglietta che solleva leggermente prima sulla spalla sinistra e poi su quella destra, infine mano destra sul naso, una passata dietro l’orecchio sinistro, poi di nuovo sul naso e poi una sistemata dietro quello destro. Vi invito infine a far caso al cambio di campo: Rafa è sempre il primo ad arrivare nei pressi della rete, ma si ferma e aspetta che il suo avversario passi prima di lui.

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Novak Djokovic

Una menzione speciale la merita anche Novak Djokovic e i rimbalzi infiniti quando si tratta di servire prima o seconda palla. Anni fa il serbo aveva l’abitudine di trascorrere circa 25 secondi secondi a ‘batter’ la pallina ripetutamente sul terreno di gioco, con il risultato di snervare gli avversari ma anche il pubblico. Nel tempo ha corretto questo suo rito (secondo me involontario), anche per motivi regolamentari, riducendo il numero dei rimbalzi. Ogni tanto però ci ricasca, soprattutto quando il match si fa teso, come nel caso del quarto di finale del Roland Garros 2018 perso contro il nostro Marco Cecchinato: con tutto che voglio bene a Djokovic, nel corso del quarto set al milionesimo rimbalzo ammetto di aver perso la pazienza e di aver lanciato qualche imprecazione.

Anche Roger Federer, seppur per un breve periodo, non è rimasto immune da un piccolo rito: farsi passare la pallina sotto le gambe prima di servire. Ma possiamo considerarlo un peccato veniale rispetto alla complessa gestualità di Rafa Nadal.

N.B. Questo articolo non pretende di essere esaustivo. Anzi, se qualcuno ricorda altri episodi, riti scaramantici o abitudini anche di tennisti del passato non esiti a segnalarlo nei commenti

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Jennifer Capriati: bambina prodigio, anima fragile

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Jennifer Capriati agli esordi

Nel corso della sua carriera tennistica Jennifer Capriati ha vinto 14 titoli WTA di singolare, di cui tre tornei del Grande Slam, uno di doppio e un oro olimpico a Barcellona, guadagnando la prima posizione della classifica mondiale e premi per oltre 10 milioni di dollari. Messa così potrebbe sembrare la presentazione di una qualsiasi campionessa di questo sport. E invece la vicenda professionale e umana della Capriati è stata molto più tortuosa e complessa, al punto di scuotere il mondo del tennis, costringendolo a rivedere alcune regole.

La bambina prodigio

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Jennifer con papà Stefano

È poco più di una bambina Jennifer Capriati quando, nel 1989, ad appena 13 anni si aggiudica i prestigiosi tornei juniores come il Roland Garros, gli US Open e altri appuntamenti importanti. In campo esibisce grinta e talento, Jennifer, dimostrando di essere più forte dei suoi coetanei e quindi già pronta per palcoscenici più importanti. La Capriati fa così il suo esordio tra i professionisti il 5 marzo del 1990, a pochi giorni dal compimento dei suoi 14 anni, partecipando al Virginia Slims of Florida che si gioca a Boca Raton, nella contea di Palm Beach. La giovane atleta non si mostra per niente intimidita e regala una prestazione stupefacente, battendo tenniste esperte e talentuose come la francese Nathalie Tauziat e Helena Sukovà e spingendosi fino alla finale, dove viene fermata, non senza difficoltà, dalla campionessa argentina Gabriela Sabatini. Si consacra così la più giovane tennista della storia ad aver raggiunto un traguardo così prestigioso nel tennis professionistico. Da quel momento è un’ascesa inarrestabile quella della Capriati: la settimana successiva al torneo di Boca Raton, sbarca sulla terra verde di Hilton Head, dove viene fermata soltanto in finale da Martina Navratilova. Seguita e accudita costantemente da papà Stefano, originario di Brindisi, sempre nel 1990 arriva in semifinale al Roland Garros e vince il suo primo torneo tra i professionisti a Dorado, in Porto Rico, entrando tra le prime dieci giocatrici del mondo a soli 14 anni, un altro record straordinario. E continuerà a vincere tanto anche nel 1991 e nel 1992, aggiudicandosi addirittura la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona.

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La Capriati in campo

E il 1993 sembra cominciare nel migliore dei modi, con la vittoria dei New South Wales Open di Sydney. Sulla soglia dei 17 anni inizia però a spezzarsi qualcosa nella solidità di questa bambina prodigio. Improvvisamente si scopre fragile e smarrita. È come se la sua giovanissima età le chiedesse conto di questa sua maturazione troppo precoce. I rapporti con il padre si fanno gradualmente sempre più tesi. Nulla di strano, se si pensa che Jennifer è un’adolescente, anche se è già un’affermata tennista che ha guadagnato milioni di dollari. Probabilmente in lei cresce il desiderio di appropriarsi del suo tempo, della sua età: magari vorrebbe uscire con le amiche o addirittura avere un fidanzato con cui fare tardi la sera, concedendosi qualche trasgressione.

Dall’inverno del 1993 Jennifer comincia a diradare sempre di più le partecipazioni ai tornei del circuito, finché nel mese di dicembre viene arrestata a Tampa, in Florida, per aver rubato un anello in una gioielleria. Si parla di cleptomania. Lo dichiara in un’intervista all’Adnkronos anche il professor Sergio De Risio, ordinario di Clinica Psichiatrica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, secondo il quale “il fatto che la Capriati sia tanto brava da essere campionessa di tennis vuol dire che, nonostante questo, c’è qualcosa in lei che non quadra, qualche elemento che continua a rivendicare e che esprime attraverso questo comportamento cleptomanico. La cleptomania esprime l’idea di riprendersi qualcosa che manca e nel rischio che l’azione comporta c’è la sfida”. Probabilmente Jennifer vuole riprendere in mano se stessa, la sua adolescenza, scrollandosi di dosso il peso delle responsabilità e delle aspettative. E lo fa trasgredendo le regole: nel maggio del 1994, infatti, viene nuovamente arrestata, questa volta per possesso di marijuana, mentre si trova a Coral Gables, in Florida. Il tennis non è più il suo primo pensiero, ma una trappola da cui fuggire.

Proprio la vicenda della Capriati, spinge la WTA nel 1994 a scrivere regole molto più rigide per l’accesso al professionismo delle bambine prodigio della racchetta: a chi non ha compiuto ancora 14 anni vieta di giocare tornei validi per il circuito ITF o WTA, mentre dai 14 ai 17 anni permette alle tenniste in erba di partecipare annualmente a un numero limitato di eventi, che aumentano progressivamente con l’avanzare dell’età: 8, 10, 12 e 16. Ma intanto è Jennifer a pagare lo scotto: sparisce per circa un anno e mezzo, non gioca più tornei, pare che si alleni poco e male.

Il ritorno

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Gli anni del ritorno

Poi nel 1996 la Capriati torna a giocare, oscillando sempre tra alti e bassi, vittorie e momenti di vuoto. Solo con l’arrivo nel nuovo millennio, la tennista americana riesce a raggiungere finalmente risultati strepitosi: nel 2001 vince due tornei del Grande Slam, Australian Open e Roland Garros, conquistando la prima posizione della classifica mondiale, per poi bissare il successo in Australia anche nel 2002. Ma l’anima fragile e tormentata di Jennifer riemerge prepotentemente insieme a una serie di guai fisici che la costringono ad operarsi e ad abbandonare nel 2004, ad appena 28 anni, l’attività agonistica.

Negli anni ammette di soffrire di depressione e nel 2010 viene ricoverata d’urgenza per quella che inizialmente sembra un’overdose da sostanze stupefacenti, che poi si rivela, come specificato dal portavoce della famiglia Capriati, “un sovradosaggio accidentale di un farmaco prescritto dal suo medico personale”. Nel 2012 viene inserita tra i membri della prestigiosa International Tennis Hall of Fame, ma poco tempo dopo balza nuovamente alle cronache per una denuncia presentata dal golfista statunitense Ivan Brannan, suo ex fidanzato, che afferma di esser stato picchiato dalla campionessa al culmine di una lite. È sempre la stessa Jennifer, fragile e tormentata.

2012 International Tennis Hall Of Fame Induction Ceremony
Nell’Hall of Fame

Nel 2015 scompare all’età di ottant’anni il papà, Stefano Capriati, figura controversa e discussa a cui spesso sono state attribuite responsabilità per le numerose fragilità della figlia. “Amo mia figlia più di quanto immagini. Ma dalle mie parti abbiamo un proverbio che dice ‘quando la mela è matura, mangiala’. Jennifer è matura. Solo dio sa se si stancherà del tennis, ma se e quando accadrà, avrà comunque guadagnato più soldi di quanti io potrei mai darle” aveva dichiarato l’uomo al giornalista Bud Collins negli anni dell’esplosione di Jennifer, come riportato da Ubitennis.com, per poi confessare molto tempo dopo di aver esagerato nel metterle pressione: “Avrei dovuto lasciarle più spazio. Invece cucinavo per lei, vivevo con lei 24 ore al giorno. A volte mi diceva ‘Non voglio allenarmi questa settimana’ ma io insistevo perché si preparasse per il prossimo torneo”. Nonostante tutto, Jennifer l’ha sempre amato e compreso. Lo confermano le parole che gli riservò quando entrò a far parte dell’International Tennis Hall of Fame, riportate da Daniele Vallotto sul sito Ubitennis.com: In questo momento voglio davvero ringraziare mio padre per avermi insegnato tutto quello che so e per avermi dato le basi del mio tennis. Sapeva come insegnarmi nella maniera migliore perché io comprendessi e mi fidassi di lui. Mi ha insegnato molto anche della vita fuori dal campo. Mi ha insegnato cos’è l’amore senza condizioni, cosa vuol dire esserci sempre. Ha un cuore d’oro, e ti ringrazio, papà, per essere come sei”.

“Mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso” – Intervista a Ernesto Bassignano

Copertina Il grande Bax!
Copertina de ‘Il grande Bax’

Da quarant’anni cantautore e operatore culturale, giornalista e produttore musicale. Ernesto Bassignano è stato uno di quei “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno fatto la storia dell’indimenticabile Folkstudio, fucina di talenti romani e non solo. Ma è anche il fine intrattenitore che ha condotto per undici anni la trasmissione radiofonica Ho perso il trend, sulle frequenze di Radio 1 Rai, arrivando a conquistare mezzo milione di ascoltatori ogni giorno. Mesi fa, a tre anni dal suo precedente lavoro, Bassignano ha pubblicato l’album Il grande Bax!, prodotto da Mauro D’Angelo per l’etichetta Atmosfera. Un disco composto da nove brani d’autore, otto firmati dall’artista romano e uno scritto nel 1968 dal cantautore Duilio del Prete, scomparso ormai da 20 anni. Alcuni introspettivi e nostalgici, come Chi sono davvero, altri che raccontano con arguzia il nostro tempo senza rinunciare alla poesia, come Davanti a uno schermo e Gente di passaggio. Un album da sfogliare alla stregua di un libro fotografico, canzoni come istantanee di quarant’anni di vita e di arte.

Ernesto, sieti rimasti in pochi a far dischi di questo spessore poetico.
È vero, siamo rimasti in pochi. Quello che però mi fa incazzare da morire è che, nonostante le recensioni positive che il disco ha ricevuto, continuano a non invitarmi al Premio Tenco.

Come te lo spieghi?
Prima di tutto pago il fatto di essere considerato un giornalista che canta. Il problema poi è che io sono un ex funzionario del PCI e questo va a mio sfavore. Oltretutto non sono un anarchico, non ho mai fatto parlare il manager al mio posto, anzi, ci ho messo sempre la faccia. Per di più mi considerano un rompicoglioni perché dico sempre ciò che penso.

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Un fatto che raccontano in pochi è che tu hai collaborato per tanti anni con un grande artista come Umberto Bindi.
Sì, ho scritto molte canzoni per lui. Quattro brani firmati da me sono nel disco Di coraggio non si muore, uscito nel 1996 per l’etichetta Fonopoli di Renato Zero. Per l’occasione scrissi anche un libro su di lui insieme a un mio amico che fa lo storico della canzone. Sia il libro che il disco non ricevettero una promozione adeguata. Renato poi volle portare Umberto al Festival di Sanremo insieme ai New Trolls, presentando il brano Letti. Il connubio non fu un granché. Quel brano avrebbe dovuto cantarlo per intero Bindi seduto al pianoforte, e invece Renato spinse per far entrare nella partita anche i New Trolls e il pezzo perse di efficacia. Comunque sono contento di aver collaborato per undici anni con Umberto.

Una persona non sempre rispettata nell’ambiente musicale, che ha sofferto tantissimo.
Perché era il più bravo di tutti. Secondo me Il nostro concerto, Arrivederci, La musica è finita e Il mio mondo sono le quattro canzoni più importanti della musica italiana. La sua è stata una perdita colossale per la musica, per la cultura e anche per me che gli volevo bene.

Parliamo del Folkstudio. Hai nostalgia di quegli anni?
Mi sembra di aver sognato. Un sogno fatto di fumo, di corridoi bui, di sangria. Un mondo straordinario in un’epoca rivoluzionaria. Entravano e uscivano artisti del calibro di Gato Barbieri, Mariangela Melato, Gian Maria Volontè, Elio Petri. Poi c’eravamo io, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Giorgio Lo Cascio. Fino al 1972 è stato bellissimo, poi loro hanno cominciato a fare dischi e io invece ho continuato a suonare alle Feste dell’Unità fino al 1976, guadagnando anche più dei miei colleghi, lo devo ammettere.

Avete scelto strade diverse.
Sì, io scrivevo canzoni di lotta e le pubblicavo con la Ariston. Quando provai a entrare nel 1975 alla RCA con Moby Dick, prodotto da Rino Gaetano, purtroppo l’album venne male. Mentre veniva eseguito il missaggio del disco, infatti, io ero in campagna elettorale e Rino era sdraiato in un campo con le sue birre disperate. Ecco perché Moby Dick non ebbe la risonanza che meritava. E così divenne una sorta di canto del cigno. La verità è che io preferivo stare in giro, in mezzo alla gente. Avevo scelto la canzone politica come ‘fucile’. Mi accorsi che era tutto finito quando Berlinguer mi prese da parte, dicendomi che i Soviet in Italia non sarebbero arrivati mai e che forse avrei dovuto pensare di più alla mia carriera artistica. Ma ormai era troppo tardi. Un’epoca era alla fine: il PCI stava cambiando pelle. L’errore fu pensare che l’Italia diventasse rossa.

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Quanto gli artisti di Cantacronache influenzarono la tua scrittura musicale?
All’inizio sono stato molto ispirato da loro. Io sono venuto da Cuneo con Duilio del Prete, quindi figurati. Amavo il mondo di Straniero, Bosio, Liberovici, Portelli, e io volevo essere un prosecutore del Cantacronache, che purtroppo nel frattempo era morto. Dalle sue ceneri erano nati Il Canzoniere Internazionale di Settimelli e il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Ivan Della Mea e Paolo Pietrangeli. Io in quegli anni mi ponevo a metà strada tra la canzone d’autore e quella di lotta. Ero un ‘tenchiano’: volevo una canzone poetica, lirica, ma impegnata. Venni sconfitto: da una parte era venuto fuori l’ermetismo di De Gregori, dall’altra c’era il pop. Una canzone ‘alla Tenco’ non c’era stata più. Io ero a metà tra la lotta e la canzone d’autore.

Hai qualche rimpianto?
Questa è una domanda terribile. Io vivo di rimpianti, mia moglie e i miei amici mi rimproverano molto per questo, dovrei guardare al futuro e fregarmene di tanta merda che mi hanno fatto mangiare. Comunque il rimpianto più grande è di non aver capito un po’ prima quello che stava succedendo. Ho fatto il militante ferreo fino alla fine e questo è stato sbagliato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Thomas Muster: caduta e resurrezione «dell’animale»

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Thomas Muster

Ieri é iniziato il torneo ATP di Miami, uno dei Master1000 della stagione, appuntamento che tanti anni fa segnò l’esistenza del tennista Thomas Muster. Appena ventunenne e in piena ascesa, il campione austriaco vide la sua vita e la sua carriera scorrere veloce davanti ai propri occhi nel parcheggio dell’impianto di Miami. Ma prima di raccontare caduta, resurrezione e trionfi di quello che molti addetti ai lavori al tempo ribattezzarono ‘l’animale’, é il caso di spiegare ai più giovani chi é stato Muster negli anni Novanta, ovvero uno dei più grandi tennisti sulla terra battuta del decennio. Vincitore del Roland Garros nel 1995 e numero 1 del mondo nei primi mesi del 1996, Muster ha vinto quarantaquattro titoli ATP, di cui quarantuno sulla terra rossa. Atleta eccezionale, gambe e fiato da maratoneta, istinto animale, l’austriaco surclassava i propri avversari prima sul piano fisico, grazie a una solidità e una resistenza eccezionale, e poi su quello tecnico, imponendo i suoi colpi arrotati e martellanti da fondocampo. Non si distinse di certo per la bellezza del suo tennis, ma per l’efficacia sì.

Eppure la carriera di Thomas Muster il 1° aprile 1989 sembrava compromessa, addirittura al capolinea. Il tennista era impegnato proprio nel torneo di Miami, sull’isolotto di Key Biscayne, e aveva appena battuto in semifinale il francese Yannick Noah, dopo una fantastica rimonta che si era conclusa al quinto set con il punteggio 5-7, 3-6, 6-3, 6-3, 6-2.  Thomas aveva ventuno anni e si era già affermato come specialista della terra rossa, vincendo i primi tornei su quella superficie. Questa finale avrebbe rappresentato un’importante chance di consacrazione anche sul cemento, proiettandolo tra i protagonisti assoluti del circuito ATP. L’indomani avrebbe dovuto affrontare il campione Ivan Lendl per il titolo, ma quel match non si disputò mai. All’uscita dall’impianto infatti, mentre era intento a sistemare l’attrezzatura nel bagagliaio della propria auto, gli piombò addosso a tutta velocità una vettura guidata da un uomo ubriaco. Thomas fu sbalzato per alcuni metri e il ginocchio sinistro sembrò subito compromesso. Finì sotto i ferri e i dottori immediatamente furono molto scettici sulle condizioni della sua gamba e sulla possibilità di tornare a giocare.

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Muster si allena sulla panca, 1989

In quel momento uscì fuori l’animo del combattente, l’animale ferito che lotta fino all’ultimo respiro. Non poteva finire in questo modo. A un paio di mesi dall’incidente, Muster partecipò alla cerimonia di premiazione degli Internazionali d’Italia sul Centrale del Foro Italico, quell’anno vinti dall’argentino Alberto Mancini, una presenza quella dell’austriaco che sapeva tanto di riconoscimento consolatorio per una carriera terminata così presto. “Camminavo ancora con le stampelle” raccontò alla Gazzetta dello Sport nel 2015. “La gente si commosse, e quando dissi al microfono ‘Tornerò l’anno prossimo per vincere il torneo’ vidi che tutt’attorno erano risolini e facce piene di dubbi. È vero, era una scommessa un po’ azzardata, in realtà avrei potuto addirittura rimanere zoppo”. Probabilmente il pubblico non conosceva abbastanza il temperamento dell’austriaco, quindi prese le sue dichiarazioni come battute di buon auspicio, magari per farsi forza. Non sapevano che Thomas stesse già programmando il suo rientro. Si era fatto costruire da un falegname una sedia speciale che gli permise di riprendere gli allenamenti anche durante la riabilitazione. Ricominciò a giocare da seduto, allenando il busto e il braccio e mantenendo ferma e sollevata da terra la gamba ingessata. Compiendo un autentico miracolo, Muster fu pronto al rientro nel mese di settembre del 1989, ad appena cinque mesi e mezzo dall’incidente. E mantenne la promessa: partecipò all’edizione del 1990 degli Internazionali d’Italia, conquistando il torneo. In finale batté il russo Andrej Chesnokov con il punteggio di 6-1, 6-3, 6-1. Quella fu la sua resurrezione, l’inizio della sua nuova vita.

Dedizione e sacrificio fecero sì che l’austriaco si imponesse a metà degli anni Novanta come grande dominatore sulla terra rossa. Nel 1995 vinse 12 tornei e 40 match di fila sulla terra, record superato soltanto anni dopo da Rafa Nadal con le sue 81 vittorie sul rosso. Quell’anno vinse di nuovo gli Internazionali d’Italia, superando in finale un altro specialista come lo spagnolo Sergi Bruguera, poi conquistò gli Open di Francia, battendo in finale Michael Chang a cui non concesse nemmeno un set. Ma la vittoria più incredibile dell’annata fu quella ottenuta al torneo di Monte Carlo. Quella settimana Muster appariva più stanco del solito. Nonostante le condizioni non ottimali raggiunse la semifinale, dove incontrò il nostro Andrea Gaudenzi, amico e compagno di allenamenti. Il match fu molto tirato e carico di tensioni, assumendo nel finale toni drammatici: l’austriaco portò a casa la vittoria in due set, ma uscì in barella e fu ricoverato in ospedale, dove trascorse la notte attaccato a una flebo. Nell’altra semifinale il tedesco Boris Becker aveva avuto ragione in tre set del croato Goran Ivanisevic e aspettava in finale Muster. In molti avrebbero scommesso che quella sfida non si sarebbe giocata, considerate le condizioni dell’austriaco appena ventiquattro ore prima. Invece Thomas, uscito dall’ospedale il mattino dopo, decise di scendere in campo ugualmente contro “Bum Bum” Becker, in quel momento numero 2 del mondo, disputando un match memorabile. Muster sembrava rinato: correva da una parte all’altra senza sosta, costringendo Becker a una estenuante maratona. Nonostante tutto il tedesco si aggiudicò i primi due set per 6-4, 7-5, apparendo più lucido nei momenti decisivi. L’austriaco portò a casa agevolmente il terzo set per 6 giochi a 1, sfruttando un calo dell’avversario. Ma fu il quarto set a rappresentare il nodo cruciale del match: i due procedettero in equilibrio fino al 6 pari; nel tie-break Becker riuscì ad allungare sul 6-4, guadagnando due match point che però sciupò malamente con un doppio fallo e un dritto a rete. Da quel momento Muster salì in cattedra: vinse prima il tie-break per 6 a 8 e poi giocò un quinto set senza sbavature, rifilando un sonoro 6-0 a un Becker annichilito. Bum bum uscì dal campo furioso, e in conferenza stampa attaccò duramente Muster, gettando sospetti su questo suo rapido recupero. Thomas rispose sottoponendosi volontariamente al test antidoping, che risultò negativo, eliminando così qualsiasi sospetto sulla sua straordinaria vittoria.

Come ho già detto, nel febbraio del 1996 Muster diventò numero uno del mondo e a maggio si laureò di nuovo campione degli Internazionali d’Italia, battendo in finale l’olandese Richard Krajicek. A questo proposito nel 2015, sempre alla Gazzetta dello Sport, confessò: “Ho avuto da subito un rapporto particolare col vostro paese e il vostro pubblico, che ha sempre capito i miei sforzi e li ha apprezzati. Anche anni dopo, quando sono tornato al torneo, la gente mi fermava: ‘Ciao, Tommaso’. Mi riconoscevano più che in Austria”.